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29 giugno 2015

CENTRO DE DETENCION MADAME ROCIO 3 - DETENUTE AI LAVORI FORZATI


Nobili Signore serva sudiciona,
proseguo nel racconto della prigionia al Centro.

Al lavoro!

Come nuove arrivate ci è stato concesso un periodo di ambientamento, questo è il discorso che ci la comandante delle sorveglianti. Da domani cominceremo a lavorare. Dovete sapere, infatti che il Centro prevede il duro lavoro come parte principale della pena. Svariati sono i lavori a cui siamo obbligate, tra i più faticosi abbiamo il lavoro alla salina e l’approvvigionamento d’acqua. Dovete sapere che il deserto su cui si trova il Centro, anticamente era il fondo dell’oceano. Durante le ere geologiche l’acqua si asciugò gradatamente, lasciando uno strato di un metro di pregiato sale, molto apprezzato dai cuochi di grido. Di seguito un vulcano coprì di lava e lapilli il prezioso strato di sale. Sarebbe economicamente poco conveniente sfruttare questo tipo di salina, a meno di avere della manodopera gratuita. E madame Rocio ne ha in sovrabbondanza!. Infatti noi detenute dobbiamo lavorare in una miniera a cielo aperto, appunto “la salina”. Il lavoro della salina è tra i peggiori: si lavora in pieno sole, con temperature da delirio. Inoltre, essendo il deserto una biosfera protetta, non sono permessi mezzi a motore, tutto il lavoro deve essere eseguito a mano da varie squadre di detenute che si alternano. Il lavoro più pesante, di scavo, viene eseguito nottetempo, il trasporto del sale scavato viene invece eseguito in pieno sole. I lavori vengono eseguiti da gruppi di due detenute, incatenate tra di loro. Va da sé che i due gruppi di schiave-detenute siano stati soprannominati “le talpe” e “le mule”, a seconda del tipo di lavoro.
Dimenticavo di dire che il lavoro è diversificato a seconda della pena, io per esempio sono tra le fortunate condannate ad una pena più breve e meno dura. Nel mio caso il lavoro di scavo viene eseguito con una zappa, sul terreno già scavato dal gruppo delle “irrecuperabili”, le detenute condannate a dure ed interminabili pene, tra le quali l’immancabile perra. La stessa cosa accade anche nel gruppo delle mule: durante questa corvè io caricherò e guiderò il carretto contenente il sale scavato e la perra dovrà trascinare a viva forza il carico lungo una interminabile salita per uscire dalla salina.
E siamo al primo giorno di lavoro. Dobbiamo indossare la puzzolente divisa di fatica. Poiché abbiamo la fortuna di poter scavare di notte, possiamo fare a meno di indossare il cappuccio e le guardiane tollerano che la divisa non sia ben abbottonata. Per iniziare dobbiamo rimuovere con badili e picconi lo strato di lava, che viene ammucchiato da parte. La perra e le altre sventurate devono armarsi di picconi e mazze ed iniziare a rompere il durissimo strato superficiale di lava. Ben presto le loro divise sono macchiate di sudore che si irradia da sotto le ascelle fino ad inzuppare più o meno tutta la divisa. Non sono concessi guanti da lavoro e ben presto le loro mani sono arrossate e piene di vesciche, fino a quando non si formeranno degli spessi calli. Ho occasione di vedere più volte la perra, mentre piccona alla disperata, sorvegliata a vista da una guardiana che le impedisce di battere la fiacca. Le guance rosse, respira a bocca aperta, cosa che le ha seccato la gola, tanto da non riuscire più a parlare, ma emette un “ahrrr” quando viene colpita dallo scudiscio della guardiana. Dal canto mio non è che si vada meglio, la divisa è molto pesante e sono in un bagno di sudore, la zappa non sarà pesante quanto il piccone ma le mani fanno malissimo, anche perché l’ambiante salino in cui ci troviamo è proprio il meno adatto per le vesciche che si stanno formando. Ben presto mi sento morire di sete, mi guardo attorno, ma nessuna pausa ci viene concessa, tanto meno vedo borracce od altro.
Poi dobbiamo armarci di carriole e trasportare il frutto del nostro sudore dove detenute più fortunate sono addette all’insacchettamento del prezioso sale. Inutile dire che anche con la sola divisa di fatica siamo in un bagno di sudore. Sudore che ci sottrae preziosi liquidi, siamo tutte molto disidratate, al punto che le nostre gole sono asciutte e parliamo a fatica. Daremmo tutte un dito per poter avere una brocca di acqua, fosse pure calda! Ed invece la regola è la solita, il liquido necessario ci viene fornito dalla insipida sbobba che divoriamo e devo dire che lecchiamo a fondo le gavette, neanche una goccia del prezioso liquido deve andare persa.

L’Ambulatorio
Ben presto veniamo a sapere che al Centro non conviene darsi malate: Madame Rocio è laureata in medicina e si occupa personalmente della salute delle detenute. E una delle perversioni di Madame è proprio sado-medica, si è fatta costruire un grande ambulatorio medico, dotato delle più moderne attrezzature. E, direttamente nell’ambulatorio danno alcune celle, dove vengono rinchiuse le detenute bisognose di cure e le vittime che Madame decide di sottoporre alle proprie voglie.
Visitiamo una delle cellette: un letto di quelli da ospedale, con la testiera di ferro. Robuste cinghie di cuoio collegabili a catene di diversa lunghezza, permettono di bloccare la “paziente”. La cella è sempre fastidiosamente illuminata. Di fianco al letto un capace “secchio igienico”, quando Madame non decide di fare indossare alla propria vittima le umilianti mutande impermeabili con relativo pannolone.
Ma torniamo in ambulatorio, il mitico ambiente che atterrisce le detenute. Due lettini ginecologici, regolabili in tutte le posizioni, una poltrona di contenzione simile alla poltrona di un dentista ed attorno moltissima strumentazione. Il resto dell’attrezzatura è ben ordinato in grandi armadi a vetri. Madame non ha risparmiato di certo in questo suo hobby. Ma il clou dell’ambulatorio è che una parete dà direttamente sul salone dove noi detenute consumiamo i pasti. Un sistema automatico permette di scoprire un grande finestrone, per realizzare quello che le sorveglianti chiamano il “teatrino”, l’ultimo grado della umiliazione, dove tutte possono vedere cosa viene fatto alla loro compagna. Ovviamente un sistema di altoparlanti trasmette i lamenti. Spesso i lamenti di una punita fanno da lugubre colonna sonora ai nostri pasti.
E non si è certo lesinato sulle attrezzature: apribocca da dentista, divaricatori, speculum, sonde, clisteri, addirittura l’attrezzatura per gastroscopie e colonscopie. Vi assicuro che la sola prospettiva di venire convocata in ambulatorio mi fa venire i brividi nonostante il caldo asfissiante.

I clisteri
Al Centro tutte le detenute ricevono giornalmente di routine uno o più clisteri che ci mantengono con le pance doloranti, ma ci permettono di sopravvivere alla mancanza d’acqua. La quantità di acqua di questi clisteri formato “famiglia” varia tra i 2 ed i 3 litri, secondo le capricciose prescrizioni di Madame. Comunque dolorosi ed odiati dalle detenute, sono clisteri di idratazione, da trattenere il più a lungo possibile per reidratare i nostri corpi permanentemente assetati. L’apparecchio è sempre posto ben in alto e la somministrazione avviene sempre velocemente, per cui creano dolori e crampi. E non pensate sia semplice trattenere il liquido sufficientemente a lungo, se qualcuna non riesce, cioè quasi sempre, viene applicato “el tapon”, un grosso tappo anale, molto fastidioso. E’normale vedere le detenute camminare a passettini, con le natiche ben strette e faticare a piegarsi durante il lavoro, appunto per la pancia gonfia, dopo il quotidiano clistere.
Ma esistono ben altri clisteri, clisteri di punizione, questi amministrati personalmente da Madame, addirittura a volte l’esecuzione viene mostrata a tutte le detenute nel “teatrino”, in modo che la vergogna della punita sia massima e che l’accaduto serva da monito per tutte le altre.
Sono volutamente breve sull’argomento clistere perchè ve ne parlerò diffusamente in numerosi episodi, come il seguente.

L’iniziazione
E’ una delle solite mattine al Centro. Madame Rocio si reca in ufficio ed automaticamente dà un occhiata alle numerose mail ricevute dalla sua rete di amiche, tutte persone importanti e dominanti. Resta sorpresa da una mail firmata Conchita, mescolata al fastidioso onnipresente spam. Un click e legge la mail della sua amica del cuore della gioventù trascorsa in collegio. La sua amica, ora dirigente di una banca, le scrive annunciandole l’arrivo di una nuova schiava da plasmare: una giovane funzionaria che ha causato un grosso danno che le potrebbe costare il disonore ed anni di prigione. La giovane ha chiesto pietà ed ha accettato di sottoporsi ad un periodo di rigorosa disciplina, firmando altresì una completa confessione che le impedirà qualsiasi forma di ribellione o ritorsione. “Ed è così che ho pensato a te, mio amorrr. Ho avuto modo di visitare il tuo “Centro de detencion Maxima” l’ultima volta che ci siamo incontrate e mi è piaciuto moltissimo. Se sei d’accordo ti invio sicuramente questa giuggiolona, ti allego le sue risposte al questionario che mi avevi inviato, vita sessuale praticamente assente, nega di masturbarsi, mai ricevuto un clistere eccetera. Vedi di divertirti a domarla e di farmene una buona schiava.”
Madame rilegge incredula ed eccitata la mail. Poi chiama la comandante delle guardiane, in modo che organizzi il viaggio di trasferimento “per una cerbiatta”. Ciò significa che la nuova detenuta dovrà sì camminare per tre giorni, ma le saranno risparmiate buona parte delle percosse e le verrà data doppia razione di acqua, Un trattamento di grande favore. Passa qualche giorno e la giovane detenuta in questione giunge al Centro. Viene assegnata al blocco delle detenute recuperabili, quello per inciso in cui è rinchiusa anche la narratrice, anziché al blocco di “maxima pena” dove scontano condanne più o meno a vita le “irrecuperabili”, tra cui la perra.
Ma torniamo alla nostra giovane, di nome Zinia. Sono passati alcuni giorni ma non si è ancora ambientata, spaventata dall’inferno in cui si è trovata proiettata piange e si dispera e quasi non mangia. La cosa non sfugge a Madame, la pollastrella è cotta a puntino, si dice. E ad un ordine di Madame la giovane viene accompagnata nell’ambulatorio. Alla povera Zinia è stata fatta indossare, per eccesso di zelo delle guardie, la divisa di punizione ed è stata lasciata una mezz’ora al sole. Le pare di essersi liquefatta, sente rivoli di sudore su tutto il corpo. Il corsetto le impedisce di respirare liberamente.
Ed improvvisamente alla detenuta appare Madame, in una mise aderente di latex candido. Contrariamente all’esterno negli ambulatori e negli appartamenti di Madame un perfetto sistema di condizionamento mantiene temperatura ed umidità ai valori ideali.
Madame Rocio ha un sorriso, vedendo le pietose condizioni della futura schiava. Ordina alla propria assistente preferita di spogliare la detenuta Zinia. La poveretta è in condizioni igieniche, diciamo, pessime. Sono passati ormai otto giorni dall’inizio del suo incubo e dall’ultima doccia. Le viene ordinato di restare in piedi, con gambe e braccia lontane dal corpo. Madame prende alcune misure. Poi indica con l’indice alla detenuta una porta. All’interno una grande stanza da bagno. La giovane si illude che le permettano di fare una doccia, così riuscirebbe, a dirigersi il getto sulla bocca aperta e calmare la terribile sete che la attanaglia. Ma niente di tutto questo, Madame le mostra un bidet, importato appositamente dall’Italia, e le ordina di sedersi. Dopo di che Madame si arma di sapone e spugna e la sottopone ad un delicato quanto imbarazzante lavaggio intimo. Ancor più imbarazzante perché Madame insiste sulle parti …. sensibili ed un ditino malizioso di Madame si infila anche nel buchetto. Zinia è in confusione, non lo confesserebbe mai, ma ovviamente sa trarre piacere dal proprio corpo e ne approfitta spesso..
Madame porge alla detenuta un panno, perché si asciughi e la fa salire su di un lettino. Sottopone poi la detenuta ad una accurata visita medica. Una volta stabilito che la giovane è in grado di sopportare senza problemi il durissimo regime del Centro, Madame passa al proprio piano.
Zinia sente le mani di Madame che le sfiorano e sollecitano i capezzoli, fino a farli rizzare. E’ poi la volta della patatina, Zinia si morde le labbra per non mettersi a mugolare, ma il fatto non sfugge a quella marpiona di Madame. Poi si passa al ventre, mani esperte premono e saggiano la pancia abbastanza gonfia, poiché la nuova dieta, unita alla privazione di buona parte dei liquidi, hanno bloccato …. le cose. La giovane, presagendo guai, cerca di negare il problema, ma un dito …. invadente di madame ritorna col guanto macchiato, rivelando la vergognosa realtà. Madame, ovviamente ha la soluzione ed è ben decisa a sfruttare la situazione per le proprie mire.
Una piantana spunta da un angolo, su di questa viene agganciata una sacca semirigida di silicone semitrasparente. Si tratta di una sacca piccola, solo due litri. Per questa prima volta Madame sceglie un blando infuso di camomilla tiepida. Alla fine del tubo Madame installa la sonda più piccola della propria collezione. Si tratta di una sonda ospedaliera, di gomma verde, stelo grosso come un dito. L’estremità ingrossata della dimensione di una grossa oliva ascolana porta numerosi fori. Lo stelo non è liscio ma ha un profilo ondulato, alternando punti più larghi a punti più sottili, in modo che lo sfintere possa fare presa, senza che la cannula penda a sfilarsi. E per iniziare, una buona lubrificata a sonda e buchetto, mettono ancora più in ansia la giovane. Madame verifica maternamente la temperatura della sacca, poggiandovi una guancia …. perfetto piacevolmente calda. Ora Madame regola l’altezza in modo che la sacca sia abbastanza bassa ed afferra la sonda. Invita la giovane a rilassarsi e appoggia la punta al buchetto. La reazione involontaria è di stringere ancora di più, ma Madame ha deciso di non essere brutale, questa prima volta. Parla con dolcezza alla ragazza e mantiene una leggera pressione su buchetto. Pia piano lo sfintere si rilascia, permettendo l’ingresso del misterioso oggetto. Zinia sente l’invasione ed arrossisce completamente, Madame nota che è arrossita anche la “pelata”. Ma è il momento di cominciare, Madame apre lentamente il rubinetto. Zinia sente subito l’invasione dell’acqua, la temperatura è leggermente più alta di quella del corpo ed è …. stranamente piacevole. Convinta dalla sollecitudine di Madame la ragazza si rilassa, sentendo il flusso del liquido caldo che la invade. Passa qualche minuto di piacevole languore, ma ben presto Zinia inizia a sentire voglia di andare al bagno. La voglia diventa ben presto una urgenza e la povera giovane si trova con la pancia che le impone una irrefrenabile voglia di spingere e scaricarsi. Ovviamente il peso delle convenzioni e l’educazione le impongono di ignorare questo stimolo, soprattutto in presenza di altre persone. La ragazza ormai suda vistosamente e Madame nota che i muscoli delle natiche sono stretti spasmodicamente. Madame ferma l’acqua e chiede alla ragazza cosa la turbi, provocando un altro accesso di rossore e una risposta balbettante ed incomprensibile. Madame decide di abbreviare i tempi, le mani esperte riprendono a premere, delicatamente ma profondamente la pancia. Zinia è ormai allo stremo, le dita della Signora penetrano la barriera opposta dai suoi muscoli ventrali, scatenando brontolii e dolori. Rendendosi conto che la ragazza è allo stremo, Madame Rocio ordina con un cenno alla sorvegliante di sparire immediatamente. Restate sole inizia a tormentare la ragazza per provocarne il crollo. “Cosa c’è per agitarsi tanto?” chiede. “Signora, avrei, avrei bisogno di di…” “Di cosa, rispondi subito oppure riapro l’acqua e continuiamo”, Zinia ormai non ha più nessuna risorsa per difendere il pudore e risponde: “Devo cagareeeeee subito, per favore, SCOPPIO!!!”Madame apre le cinghie che trattenevano la ragazza sul lettino, le ordina di stringere, che non si faccia sfuggire l’acqua lì in ambulatorio. Sfila la cannula a fatica, tanto le chiappe sono spasmodicamente strette. Indica la stanza da bagno alla detenuta che si affretta, piegata in due dal dolore. Zinia si fionda sul water ma si accorge che la Signora la ha seguita nel bagno. “per pietà Signora, non voglio, non posso…….”, “Siamo solo noi due, puoi farlo, lasciati andare e spingi, altrimenti ti schiaccio la pancia”, “No Signora, per pietà, aspetti, mi concentro”. Ed arrossendo la detenuta rilascia un torrente d’acqua. Ovviamente non è solo acqua e ben presto tra scorregge e scrosci l’aria si fa irrespirabile. Ma Madame Rocio pare non essere disturbata dall’odore. Dopo un buon quarto d’ ora Madame chiede alla detenuta “hai finito?”, al cenno di assenso della ragazza Madame la fa ripulire, alzare e la riconduce al lettino. Riempie nuovamente la sacca, sotto lo sguardo preoccupato di Zinia, e lubrifica nuovamente il buchetto. “Ora non preoccuparti, sei abbastanza vuota, se fai la brava non ti farò male” dice alla giovane. Ed è di parola, Zinia sente il liquido caldo che entra, una sensazione di pieno niente affatto dolorosa accompagna la lenta instillazione. Madame palpa, in maniera esperta il ventre, la detenuta contiene ora un litro e mezzo. Ora di iniziarla al piacere della schiavitù, chiude il rubinetto ed estrae la sonda. “Adesso ti metto un piccolo tapon” dice Madame. Un accessorio piriforme, di colore bianco, ben lubrificato è pronto. Una subitanea sensazione di dilatazione dice alla giovane che il “tapon” è entrato. Sollecitata dalle parole di Madame si rilassa, ora le dita abili di Madame le regalano un orgasmo intensissimo. E nell’animo di Zinia spunta il desiderio di ricambiare Madame dell’orgasmo che le ha donato. Chiede a madame di liberarla e si inginocchia di fronte a lei, con la pancia ancora gonfia del meraviglioso liquido. Madame si toglie le mutande in latex ed accetta l’omaggio della inesperta lingua della giovane, guidandone l’inesperienza fino a regalarsi un orgasmo galattico. Ma non è finita, ora la giovane deve imparare la sottomissione, le mani di Madame schiacciano la pancia della schiava, causandole, per tutto ringraziamento, nuovi dolori. E quando permetterà nuovamente alla schiava di scaricarsi la ragazza si umilierà leccando i piedi di Madame. Una nuova schiava è entrata nella scuderia di Madame
Vostra detenuta nadia.
(3- continua)

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