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16 marzo 2013

LANCY 2 - DENTRO LANCY

LANCY 2
di sguattera sudiciona

Grosse Jeannette assicura sotto il mento della schiava un collare d'acciaio ricoperto di gomma al quale aggancia, tramite un moschettone, una catena. Afferrato saldamente il capo della catena, la guardiana alsaziana tira senza tanti complimenti la serva di mezza età e le due donne escono dalla umida cella.

Il corridoio delle sette celle
Schiava e custode attraversano un lungo corridoio sul quale si affacciano altre sei porte che chiudono altrettante celle simili a quella che ospita la sguattera sudiciona. Mentre camminano, improvvisamente dalla quinta cella si alza un lamento, lungo e distinto, che sembra prolungarsi infinitamente nel tempo.
“Sembra un muggito”, pensa la schiava inghiottendo la saliva per evitar di rimettere. Il sudore le ha macchiato la divisa sotto le ascelle: un sudore fresco, che va a sovrapporsi e a risvegliare quello depositatosi in tante, interminabili ore di lavori forzati e di punizioni. All'udire lo strano suono, istintivamente la schiava domestica rallenta il passo. Uno strattone alla catena la ricompone, e la sguattera sudiciona si rimette in marcia, il butt plug che scava il retto, la pancia gravata dalla mistura di acqua olio e sapone, le pesanti doppie mutande che la sigillano. Le due donne procedono, scalino dopo scalino, risalendo verso il pian terreno.

Open space a Lancy
La sguattera sudiciona avanza faticosamente sui suoi zoccoli, il ventre che ballonzola grottesco sotto il grembiule, il pancione ben riempito di liquido caldo e vischioso. Cammina dietro la sua custode, attanagliata dai crampi che arrivano intermittenti. Finalmente le scale sono terminate: al pian terreno, dove si trova il Grande Salone di Lancy, un lusso luminoso, sfrenato ed eclettico travolge l'enorme open space progettato da un notissimo architetto italiano.

Mentre attraversano un labirinto di statue, librerie, folti tappeti, lampade e paraventi, Grosse Jeannette offre alla schiava domestica alcuni dettagli sulla sua nuova condizione: - Tutte voi schiave faticate sempre ben piene, sudiciona! O lavorate nel castello, o nel parco oppure venite messe sul treadmill a sgranchirvi le gambe! - Grosse Jeannette conclude il suo breve discorso con una fragorosa risata. Evidentemente l'ultimo elemento l'ha particolarmente divertita. Mentre procedono attraversando l'enorme salone, la guardiana e la sguattera sudiciona incrociano altre due schiave domestiche: sono inginocchiate a strofinare con minuziosa attenzione un tappeto, sorvegliate da una custode magra e allampanata, vestita esattamente come Jeannette, ma di qualche anno più giovane.

Altre schiave domestiche
Le due schiave domestiche hanno i grembiuli di gomma ben gonfiati dai ventri prominenti, ma a dispetto della rotondità della pancia, il resto del loro corpo è asciutto e scarno, ancorchè muscoloso. I volti, tesi in una perenne smorfia, hanno un colorito giallastro: la nuova schiava imparerà presto che quei volti sono la cosiddetta “maschera” delle schiave di Lancy, volti di donne perennemente alle prese con gli effetti di continue e ripetute “gravidanze” a base della mistura escogitata dalle due Signore del maniero. Le due serve indossano la divisa di ordinanza in tela grigia, dalle maniche corte, grembiulone di gomma verde e guanti dello stesso colore e materiale. Una delle due schiave, che apparentemente sembra sui cinquant'anni, porta anche un fazzoletto di tela grigia annodato sulla nuca; l'altra, decisamente più giovane, è a capo scoperto, le ciocche bionde zuppe di sudore che penzolano intorno ad un viso delicato, coperto di lentiggini.
Istintivamente, Grosse Jeannette si ferma, mette in mano a Hilda la catena della sguattera sudiciona e si china sulla schiava di mezza età che indossa il fazzoletto. Alla maniera in uso fra le guardiane di Lancy, la ragazza saggia attentamente la consistenza del ventre della serva premendolo e schiacciandolo più volte con con le mani.

La schiava grunisce, grufola soffiando e storcendo la bocca ma cercando, nonostante tutto, di rimanere ferma durante la rude ispezione. Dal suo ventre proviene il solito, osceno gorgoglio. Grosse Jeannette, senza smettere di premere il ventre della serva e tenendo il viso fisso e concentrato sulla sua pancia, dice all'altra guardiana: - Hilda, mi sembra che Frau Schwanger, qui, sia stata gonfiata poco! La prossima volta riempila di più, capito?
La sguattera sudiciona osserva impietrita la scena. Per qualche diabolica empatia, per una dannata sincronizzazione psicofisica che, presto imparerà, misteriosamente intercorre fra tutte le schiave domestiche di Lancy, ecco che proprio mentre il ventre della sfortunata Frau Schwanger viene sondato dalle mani della giovane e robusta guardiana, un violento crampo strizza le sue immonde budella, che cercano di espellere il liquido e insieme il tappo che lo trattiene al loro interno.

La sguattera sudiciona si piega in avanti senza nemmeno rendersene conto, tirando la catena di cui Hilda tiene in mano l'altra estremità. - Composta, vacca! - sibila la guardiana alta e magra dando uno strattone alla catena. La sguattera sudiciona lotta ancora contro il crampo: senza nemmeno essersene resa conto, si sta massaggiando la pancia, un fatto talvolta tollerato da alcune guardiane, ma evidentemente non da Hilda. - Mani sulla testa, vacca! - ordina Hilda. Tremante, in preda a una colica, la sguattera sudiciona solleva le mani guantate sopra la testa socchiudendo gli occhi, cercando di respirare lentamente e di resistere. Le gira la testa, si sente impallidire violentemente, è sicura che fra pochi secondi cadrà a terra, svenuta. Ma ciò non accade, non ora, almeno. Con gradualità, il crampo molla la presa, lasciando il terreno alla sensazione di base provata da tutte le schiave domestiche di Lancy: un irrefrenabile, impellente irrisolvibile e continuo bisogno di evacuare.

La crisi isterica di Frau Schwanger
Intanto Grosse Jeannette, la collega di Hilda, rivolgendosi direttamente alla donna carponi sul tappeto, dice, scandendo bene le parole e alzando la voce: - Capito bene, Frau Schwanger? Non ti hanno riempito abbastanza! Al prossimo turno, doppia dose!
A queste parole, qualcosa scatta nella mente ottenebrata della serva: colta da una crisi isterica, crolla il capo più volte, strizza le palpebre, poi improvvisamente si scuote tutta, solleva oscenamente la divisa sulle reni e, drizzatasi sulle ginocchia, scopre le doppie mutande contenitive in cuoio e in caucciù, le afferra alla cintola in un disperato tentativo di liberarsi e cerca di strapparsele di dosso strillando come un'ossessa.

Grosse Jeannette e Hilde scoppiano a ridere, e per qualche istante osservano la donna dimenarsi grottescamente in preda alla crisi isterica, inginocchiata e con la divisa e il grembiule arrotolati intorno alle reni, il pancione ben chiuso e teso nell'inespugnabile doppia mutanda di sicurezza.

- Ah! Ah! Ah! Cattiva bambina, Frau Schwanger, queste cose non si fanno! - la sgrida Frau Jeannette. - Credo proprio che una bella sculacciata non te la levi nessuno! Tienila ferma, Hilda!
La giovane e allampanata custode lascia cadere sul tappeto la catena della sguattera sudiciona e si lancia sulla serva isterica, afferrandola per le mutande. - In posizione, vacca! - ordina Hilda alla schiava domestica, tenendola saldamente per le mutande. Ma la schiava ha ormai perso completamente la testa: si divincola, si contorce, il pancione che fluttua e ondeggia, in un forsennato agitarsi di cuoio, tela e gomma. - Che succede qui? - Una voce controllata ma tagliente come una lama mette fine di colpo alla gazzarra. Persino la schiava impazzita ritrova, animalescamente, un briciolo di autocontrollo e smette di agitarsi, rimanendo in ginocchio col culo rivestito di cuoio ben in alto e la testa a terra, fra le braccia appoggiate al suolo, come è stata abituata a fare quando deve ricevere una punizione. Herrin Anne è bellissima, molto più bella di quanto non le fosse sembrata nel supermercato di Lugano, pensa la sguattera sudiciona mentre istintivamente abbassa la testa di fronte alla bionda padrona. - Che succede qui? - ripete Herrin Anne, senza attendersi una risposta. Poi, rivolgendosi a Grosse Jeannette, ordina a bassa voce: - Per Frau Schwanger fustigazione immediata, si cominci con 60 colpi sulle cosce, poi vedremo!|

L'open space di Lancy è ora piombato in un silenzio greve, reso ancora più pieno dal quasi impercettibile lamento proveniente dalla bocca di Frau Schwanger.
(2- continua)

2 marzo 2013

LANCY - 1



Nota di Janine Souillon
Il testo che segue contiene, per mia espressa volontà, degli elementi autobiografici riconducibili alla vera identità della sguattera sudiciona. Tali elementi permettono di conoscerla meglio, anche se non ne rivelano in modo esplicito l'origine. Per lo stesso motivo, su mio ordine, la serva ha eliminato la prima persona dal resoconto che segue, attenendosi ad una narrazione "impersonale". 

Come stabilito in precedenza da accordi privati, all'ottima FrauJulia è affidata l'educazione della schiava.
JS

LANCY
di sguattera sudiciona

La Mercedes modificata scorre silenziosa e veloce per le strade di Lancy, tagliando l'aria fredda che avvolge il Comune del Canton Ginevra, in una prima mattina di un imprecisato giorno di dicembre, anno di grazia 2012. 

Il van della Mercedes, a differenza dei lussuosi interni in radica e pelle bianca destinati alla chauffeuse e alle due occupanti, è terribilmente spartano: una cella senza finestrini, interamente foderata di zinco, con catene e manette agganciate a una serie di tubi di acciaio saldati alle pareti. Inginocchiata, le mani ammanettate dietro la schiena, un collare di cuoio collegato con una catena a un grosso anello di ferro infisso sul fondo della cella semovente, vediamo una donna.

Indossa una divisa vecchia e consunta, macchiata di sudore in più punti, dalle maniche corte. Le mani sono coperte da un paio di guanti di gomma verdi, il ventre e i seni della donna sono avvolti in uno spesso grembiule di gomma dello stesso colore dei guanti. Se il volto della schiava non fosse coperto da un cappuccio di cuoio marrone, si riconoscerebbero i lineamenti di una sfiorita cinquantunenne che dimostra almeno cinque anni in più della sua età. La finezza dello sguardo rivelerebbe quello che un tempo, prima di essere schiava, la schiava è stata. 

Ogni tanto, nel labirinto di fatiche e degradazioni a cui è quotidianamente sottoposta, nella mente della serva si insinua, sporadicamente, un brandello di ricordo della sua vita precedente. 
Compito delle sue padrone è tenere sempre desto, anche grazie alla scrittura, questo larvale ricordo, affinchè sia più dolorosa la coscienza della sua condizione presente. La schiava scrive, da sempre, in inglese, essendo nativa degli Stati Uniti e giunta in Svizzera per lavorare immediatamente alle dipendenze di Janine Souillon. Per tale motivo, è la stessa Janine a tradurre i suoi testi in italiano e, talvolta, in francese e tedesco. Ma torniamo al nostro viaggio: a fianco della chaiffeuse, una bionda ragazza sui venticinque anni, dai biondissimi capelli tagliati a caschetto e coperti dal berretto a visiera, siede una donna dai capelli bruni, dal volto leggermente paffuto, gli occhi languidi e apparentemente sonnacchiosi ma capaci di diventare in un lampo taglienti e affilati come coltelli: si tratta dell'infermiera altoatesina Rose M. 
Suo compito è consegnare la schiava domestica alle padrone della tenuta segreta sprofondata nel bosco di Lancy. La tenuta, sapientemente occultata alle autorità locali, fa parte di un triangolo segreto il cui vertice fa capo al domaine ubicato nei pressi di Lugano di proprietà di Janine Souillon, mentre il terzo angolo è occupato da una proprietà che sarà svelata, forse, soltanto in un secondo tempo e comunque non in questo resoconto. La schiava non ha più un nome proprio: dal nome fittizio di “Monika”, utile ormai solo come interfaccia pubblico, si è passati a quello di “sguattera sudiciona” , a seguito di un'ulteriore degradazione della sua condizione. Se qualcuno sollevasse il pesante grembiule della schiava, scorgerebbe sotto la divisa un sistema di doppie mutande, una di caucciù e l'altra di cuoio spesso, sovrapposte e chiuse con una cerniera ed un lucchetto in acciaio inossidabile. Queste mutande, a un tempo contenitive e punitive, impediscono alla sudiciona qualsiasi indebita manipolazione delle sue parti genitali e la consegnano, per la soddisfazione di qualsiasi necessità fisiologica, alle volontà delle sue custodi. 

Ma ecco che intanto la Mercedes, passato un complicato sistema di cancelli automatici sorvegliati da telecamere, sta finalmente attraversando un lungo viale alberato, coperto di ghiaia bianca. In fondo al viale si scorge, affogata nel bosco, la tenuta di Anne e Louise: una sorta di cupo e alto maniero color ardesia, pieno di stanze, torri e bovindi, circondato da un ampio parco cintato. La consegna della schiava avviene nel salone principale, in presenza delle due donne, amministratrici delegate di una importante multinazionale di cui ovviamente non si fa cenno in questo racconto. La sguattera sudiciona è stata ceduta per un mese alle due quarantenni, insieme alle chiavi del lucchetto che sigilla il sistema delle doppie mutande contenitive e punitive. E mentre l'austera infermiera altoatesina viene congedata dalle due dame e riaccompagnata alla Mercedes, che la riporterà a Lugano in serata, la nuova mula della tenuta viene portata, sempre incappucciata, in una piccola cella che diventerà la sua residenza: tre metri per due di cemento stillante, incassati in una cantina adiacente a un lago artificiale, occupati da un vecchio materasso, un grande vaso in porcellana per clisteri appeso al soffitto, decorato con un motivo floreale e dotato di un tubo di caucciù e di un enorme ugello in bachelite nera, e una serie di vecchie divise e grembiuli, chiaramente usati, appesi anch'essi a dei ganci pendenti dal soffitto. A fianco del materasso, un grosso secchio di zinco servirà a raccogliere le deiezioni della schiava. 

La sguattera sudiciona viene subito incatenata al materasso a pancia sotto e le viene tolto il cappuccio. - Allons, salope! - una voce chioccia irrompe nella cella: la voce appartiene a Grosse Jeannette, quella che per un mese sarà l'inflessibile custode della sguattera sudiciona. Imponente, la giovane e rubiconda alsaziana veste una divisa da macellaia ed è ricoperta da un grembiule di gomma bianca, al ventre è legata una spessa cintura di cuoio dalla quale pendono vari arnesi di legno e di metallo, su tutti spicca un corto frustino di cuoio da cavallo. 

Gioviale, crudele e rozza, Grosse Jeannette controlla lo stato delle mutande della nuova mula, rovista qua e là, ne preme il ventre, manipola i seni, strizza i capezzoli: infine assesta un potente sculaccione sulla natica destra della schiava. 
Il lucchetto viene aperto, le doppie mutande abbassate sulle cosce, poi tre dita guantate dilatano brutalmente lo sfintere della mula, giusto pochi attimi prima che il grosso ugello di bachelite si faccia strada nel suo immondo retto. Grosse Jeanne spinge il nero godemichet cavo a fondo, senza tanti complimenti. Apre il rubinetto del vaso di porcellana e subito due litri e mezzo di acqua calda mista a sapone e olio d'oliva entrano negli intestini della schiava che spalanca gli occhi per i crampi, mentre conati di vomito le squassano stomaco e budella. Alle contrazioni e ai grotteschi contorcimenti della serva, la custode alsaziana scoppia a ridere: - Ti dovrai abituare, luridona! Qui le mule lavorano solo ben gravide! 

Con un rumore di risucchio, ecco che il vaso di porcellana appare svuotato a dovere. La custode estrae rapidamente l'ugello dal sedere della schiava, ma il grosso oggetto viene immediatamente rimpiazzato da un butt blug gonfiabile che, dilatato da una pompetta, sigilla perfettamente la mula. Una volta controllato che il tappo rimanga bene in sede, le doppie mutande vengono tirate su e chiuse col lucchetto. La sguattera sudiciona sente ribollire e premere nel ventre il liquido caldo, denso e vischioso. La sensazione di nausea non l'abbandona un solo istante.

- In piedi, sudiciona! 
Liberata dalle manette che la tenevano legata prona al materasso, la schiava è ora in piedi. Il ventre tende a dovere il grembiule di gomma: Grosse Jeanne, soddisfatta,  contempla la mula gravida. - Molto bene, sudiciona! E ora, al lavoro!
(1- continua)

3 febbraio 2013

LA PUNIZIONE DEL "BALSAMO DI TIGRE"


LA PUNIZIONE DEL “BALSAMO DI TIGRE”
sguattera sudiciona

Premessa
Per curare definitivamente le mie abitudini di “tripoteuse”, Madame Janine ha escogitato un drastico rimedio che ha messo in atto con la collaborazione di Rose M., l'infermiera altoatesina. La punizione ha avuto luogo tre giorni fa, la causa che l'ha generata è stata, ancora una volta, la mia rivoltante propensione ad essere una sguattera sudiciona.

Ore 24,00
Come forse ho già precedentemente scritto, ogni notte, per evitare disgustose manipolazioni, dopo il clistere punitivo sono giustamente assicurata al mio lettino di contenzione a pancia sotto, con indosso ancora la divisa da fatica, il grembiule di gomma, le mezze calze di cotone, il pannolone rivestito dalle doppie mutande di contenzione: un paio di caucciù e l'altro di cuoio, ben chiuse con cerniera doppia e lucchetto. Chi chiude il lucchetto e mi copre la schiena e il sedere con una vecchia coperta è sempre lei, Rose M., l'infermiera di fiducia di Madame Janine.

Come ogni notte, dopo il clistere punitivo sono stata riempita ancora con circa mezzo litro di acqua tiepida, mi è stato inserito nell'ano un plug di gomma, sono stata rivestita di nuovo del mio ormai inseparabile doppio paio di mutande, infine essa pancia sotto, le caviglie e i polsi assicurati ai montanti del lettino da quattro bracciali di cuoio collegati ad altrettante catene di acciaio e coperta con un vecchio plaid. L'infermiera mi ha “sprimacciato” la pancia, facendola ben bene gorgogliare per assicurarsi che fossi piena, ha controllato le mutande, mi ha dato una sonora sculacciata sul sedere e se ne e andata spegnendo la luce. La vecchia sveglia segna mezzanotte in punto.

Ore 6,00
Alle sei del mattino seguente, come ogni giorno della mia vita, domeniche comprese, la prassi è la medesima: sono svegliata da una cameriera di madame Janine davanti alla quale mi devo scaricare, prima di consumare la mia zuppa di tapioca in piedi e di mettermi al lavoro. Purtroppo, non potendomi più toccare da molto tempo, ed avendo una fantasia sessuale decisamente al di sopra della norma, quello che le mie mani e la mia vulva imprigionata non possono ormai concedermi più, lo ha fatto, la notte di quattro giorni fa, la mia mente. Durante il sonno ha creato per me un sogno erotico molto forte e violento, che inevitabilmente mi ha fatto bagnare. 

Ma vengo subito ai fatti. Alle sei in punto arriva Elenoire, la cameriera. Ha il compito di strapparmi la coperta dalla schiena, “sprimacciarmi” il ventre, slegarmi, farmi scendere dal lettino, togliermi le mutande di contenzione, estrarre il “plug” e farmi scaricare davanti a lei. Ma prima di farmi svuotare l'intestino, naturalmente ha il dovere di controllare la mia vulva: guai se la trova bagnata al suo interno! Quel mattino, complice il lurido sogno, ero molto bagnata, nonostante la mia non più giovane età. La donna infila una mano guantata di gomma fra le mie gambe, la ritira e l'esamina alla luce della fioca lampadina che penzola dal soffitto. Le dita della mano sono lucide. 
Elenoire mi fissa con disgusto, gli angoli della bocca si piegano all'ingiù in una smorfia di riprovazione.

Immediatamente viene premuto il tasto dell'interfono che collega la stanzetta delle scope (e della miserabile sguattera sudiciona) al miniappartamento dell'infermiera, fra le due donne vengono dette delle rapide parole in francese, ed ecco che un minuto dopo l'infermiera sopraggiunge a passo di carica, facendo un ritmico rumore di tacchi. Rose M. mi fa allargare bene le gambe, e a sua volta controlla lo stato della vagina dell'immonda sguattera sudiciona. Il risultato è identico a quello conseguito dalla giovane Elenoire: le lunghe affusolate dita guantate della mia carceriera sono bagnate.

Se non fossi tappata, me la farei vergognosamente addosso dalla paura, ma il “plug” non è stato disinserito, e la dose d'acqua “notturna” rimarrà nel mio sudicio intestino fino alle 15 del pomeriggio, in parte riassorbita e in parte espulsa in un secchio di zinco in giardino.
La punizione “esemplare” è fissata per le 16, e della coversazione che l'infermiera altoatesina Rose M. intrattiene con Madame Janine colgo solo due parole: “tripoteuse” e “Baume de Tigre”.
Col mio ventre gorgogliante e il plug saldamente inserito nell'ano, vengo bruscamente avviata dalla cameriera Elenoire al lavoro, senza la scodella di tapioca del mattino e senza potermi lavare la faccia col sapone di Marsiglia.

Ore 16
La punizione, per insindacabile decisione di madame Janine, si terrà in cucina, di fronte alle tre cameriere di Madame: Elenoire, 27 anni; Vera, 31 anni, Odette, 34 anni. Le tre domestiche, nelle loro divise nere e grembiule e crestina bianca, stanno in piedi di lato, le mani conserte appoggiate sul ventre, i volti inespressivi. 
Dietro il pesante tavolo di marmo, siede Madame Janine. Al suo fianco, in piedi, troneggia l'infermiera Rose M. Sul tavolo, vedo un vasetto di vetro chiuso ermeticamente e un salvaslip di grossa taglia, aperto. Poi c'è anche una “cangue” di legno, divisa in due blocchi, dotata di doppia cerniera e di tre fori, uno largo per la testa e due più piccoli per i polsi. Una gogna, insomma: uno di quegli strumenti di punizione di origine medioevale tanto cari a Madame Janine, in uso in Cina fino ai primi del Novecento e descritto minuziosamente da Gustave Mirbeau nel suo inimitabile “Giardino dei supplizi”.

- Sguattera sudiciona, mani sulla testa! - ordina Rose M. Eseguo. L'infermiera compie il giro del tavolo, estrae la chiave del lucchetto che serra la cerniera delle mie spesse mutande di contenzione, apre il luccetto e mi ordina di toglierle, metterle sul tavolo e di rimettere le mani sulla testa. Eseguo. Rose M. si infila un paio di guanti di lattice giallastro, apre il vasetto di vetro. Subito un odore pungente si sparge nell'aria, pervadendo tutta la cucina. Lo riconosco, è “Balsamo di Tigre”. 

Improvvisamente capisco, mi gira la testa, per il terrore la schiena si imperla di sudore che impregna immediatamente il cotone della divisa da fatica.

Nota dell'infermiera Rose M.
Balsamo di tigre è il nome commerciale di un unguento fabbricato e distribuito dalla Haw Par Corporation Limited di Singapore, che ha registrato il marchio; oggi in commercio se ne trovano vari cloni. Venne originariamente sviluppato a Rangoon (Birmania) nel 1870 dall'erborista Aw Chu Kin che, in punto di morte, chiese ai figli Aw Boon Haw ed Aw Boon Par di perfezionare il prodotto. Il balsamo di tigre è disponibile in due varianti:
    Balsamo di tigre rosso, più forte, procura un veloce sollievo dal dolore muscolare.
    Balsamo di tigre bianco, più leggero, indicato per mal di testa e congestione nasale.
    Ingredienti
    Mentolo 10,0%
    Canfora 25,0%
    Olio di cajuput 7,0%
    Olio di cassia (olio di cinnamomo; olio di cannella) 5,0%
    Olio di chiodi di garofano 5,0%
    Olio di menta dementolato 6,0%
    Il resto è a base di paraffina e petrolato (42,0%)
L'infermiera Rose M. intinge il dito indice nel vasetto di vetro, indi spalma una generosa dose di Balsamo di Tigre sul lato interno del salvaslip. È un modello, come dicevo, molto largo: le due ali laterali, ampie ed adesive, una volta a contatto con la pelle, rimangono ben ferme in posizione. Il salvaslip rimane sul tavolo, aperto, mentre il mio collo e i miei polsi, infilati nei fori della cangue, vengono bloccati dal pesante strumento di legno. Le mani stanno ai lati della testa, i gomiti piegati ad angolo retto. Prima che riesca a vederla, rapidissima l'infermiera si avvicina, solleva il grembiule di gomma, la divisa, mi divarica le gambe e applica il salvaslip alla mia vulva, facendo in modo che il diabolico Balsamo di Tigre venga a contatto con le grandi labbra e l'ano. 
La prima sensazione che provo è di freddo intenso sulle mie parti intime. L'odore penetrante della canfora mi stordisce, ma già mi vengno riapplicate le doppie mutande di contenzione, chiuse col lucchetto, ben tirate verso l'alto, in modo che stiano a stretto contatto col salvaslip. L'infermiera, compiaciuta, mi da' dei colpetti sul cavallo delle mutande. 
Le tre cameriere di Madame fissano la scena affascinate, gli occhi luccicanti e le gote che cominciano lievemente a imporporarsi. Sono eccitate. Non passa molto tempo, che dalla sensazione di freddo passo ad una molto più fastidiosa di calore, sempre più intenso. Di minuto in minuto, l'unguento maledetto brucia sempre di più. Senza che me ne renda conto, grosse lacrime scendono dai miei occhi, e inizio a dondolarmi itmicamente sulle gambe. 
 
- Ferma, sudiciona! Niente movimenti scomposti! - sibila Madame Janine. 
Cerco di restare immobile, ma il bruciore sta diventando davvero insopportabile, sembra che tutto il mondo, tutto l'universo sia in fiamme, e quell'universo sia concentrato nel breve tratto compreso fra il mio miserabile ano e la mia ignobile vulva. Nel frattempo, le tre serve hanno cominciato a mostrare segni di eccitazione sempre più evidenti; in particolare Elenoire, che con le mani sempre apparentemente immobili, ha incominciato a sfregarsi lievemente un punto sul grembiule che coincide col Monte di Venere. Madame Janine e l'infermiera evidentemente non se ne accorgono, o fingono di non vedere le tre donne che guardano avidamente la sguattera sudiciona bruciare dentro le sue vergognose mutande.
L'umidità e il calore sono ora insopportabili: fra le lacrime, comincio a contorcermi senza ritegno, cercando di sfregare le cosce l'una contro l'altra, nel vano tentativo di alleviare il dolore e il bruciore. - Guardate, guardate bene! Guardate a cosa conduce l'indulgere a immonde manipolazioni invece di dedicarsi al servizio. Questa sguattera sudiciona sta imparando a sue spese che una brava serva deve dedicare non solo il suo tempo e il suo corpo alla padrona, ma anche i suoi pensieri, i suoi sogni e il suo sonno!
Il Balsamo di Tigre nel frattempo si è insinuato in ogni piega del mio sfintere, ha infiammato la vulva e implacabilmente si fa strada nel mio corpo. Sono sopraffatta dal bruciore, dal desiderio di grattarmi a sangue, ma non posso farlo, la cangue me lo impedisce, e mentre cado a terra contorcendomi scompostamente come una biscia, un fiotto caldo di orina inonda le mutande di contenzione: per un attimo mi pare che la sua stessa piscia possa alleviare il tormento senza confini della miserabile schiava tripoteuse. 
 Strillo, un po' per il dolore, un po' per la vergogna mentre il getto di orina lentamente si esaurisce. 
- Bene, sudiciona, è ora di mettersi per un po' a pancia sotto a meditare sulla tua ignobile condotta – sogghigna l'infermiera. Mentre l'infermiera altoatesina Rose M. mi solleva per Il laccio del grembiule e mi trascina nella stanzetta delle scope per incatenarmi, cangue e tutto il resto, prona nel mio lettino di contenzione, i miei sensi tesi allo spasimo avvertono lontano ma distinto un suono e un odore inequivocabile: Elenoire è venuta, lievemente, dolcemente, morbidamente, sotto il grembiule.

4 gennaio 2013

LA PUNIZIONE DI SGUATTERA SUDICIONA 4/4


sguattera sudiciona, 2010
LA MIA PUNIZIONE - 4
di sguattera sudiciona

12 ottobre 2012

Così, ecco che inizia la mia via crucis nel supermercato: scrupolosamente scortata dall'infermiera, che controlla ogni mio movimento, procedo spingendo il carrello e spostandomi di reparto in reparto.
A ogni fermata, aumenta il carico nel carrello e aumentano la nausea e la tensione dentro il mio ventre di sguattera gravida.
Le due signore ben vestite sembrano scomparse: per me, sudata, sporca, gonfia e in preda allo sconvolgimento prodotto dai clisteri e dall'olio di ricino, saperle definitvamente lontane è un relativo sollievo.
La vergogna che provo è infatti senza fine, e ad ogni passo sono consapevole del caratteristico rumore prodotto dallo sfregamento delle mutande contenitive sulla divisa e fra le cosce: slosh, slosh, slosh, slosh...
Il carico del carrello pesa, ma mi aspetta ben altro ancora: quando sarò giunta alla fine della lista, infatti, il carrello sarà strapieno.

Eccoci arrivate al reparto dell'acqua: sul foglio, nell'artistica calligrafia della mia padrona, c'è scritto: 12 bottiglie di acqua Evian. Mi gira la testa.
Riuscirò a portare tutta quella roba fino a casa, nelle condizioni in cui mi trovo? 
Le mie gambe tremano, mi sale in gola un conato di vomito mentre tendo le braccia verso lo scaffale.
Afferro la prima confezione di bottiglie, faticosamente la sistemo nel carrello, ed ecco che, all'improvviso, una forte colica mi squassa la pancia, seguita da un terribilie brontolìo che proviene dai miei intestini.
La fronte si imperla di sudore mentre, presa dal tremore, faccio posto nel carrello alla seconda confezione di Evian. Al secondo brontolìo, ecco che come dal nulla si materializzano le due quarentenni ben vestite.
Sono allarmata e sgomenta, ma soprattutto piena di vergogna. Mentre sistemo la seconda confezione di bottiglie, con la coda dell'occhio vedo che le due donne stanno parlando a bassa voce con l'infermiera altoatesina Rose M.
Il sudore adesso mi cola lungo la schiena e sotto le ascelle, e sotto il seno si sono formate delle macchie umide. 
La pancia è davvero gonfia, e il grembiulone di gomma verde sembra diventato più ampio, spesso e pesante di prima. Le due donne belle ed eleganti continuano a parlare fitto fitto in francese con la mia guardiana.
Finita la sistemazione del carrello, rimango immobile aspettando ordini, mentre dal mio ventre proviene un nuovo, osceno, sinistro gorgolìo. Un crampo mi fa storcere la bocca, mentre sulla lingua riaffiora in continuazione l'insopprimibile sapere dell'olio di ricino. 
L'infermiera mi chiama: - Vieni subito qui, sudiciona!

L'ordine è perentorio, anche se pronunciato con voce appositamente contenuta, per non farsi udire da altri che non siano le due belle donne. 
Chino meccanicamente la testa, tengo gli occhi bassi e avanzo verso le tre signore, che attendono in silenzio in un angolo del grande reparto dedicato all'acqua.
Senza rendermene conto, trascino i piedi, ciabattando, all'uso delle schiave. 

- Queste due buone signore qui, sono interessate al tuo caso, sguattera sudiciona. Vorrebbero, per prima cosa, toccarti la pancia. Ringraziale! 
- Grazie, signore... grazie. - rispondo meccanicamente a voce bassissima, senza guardarle negli occhi.
Una mano ingioiellata, sulla quale spicca un anello con incastonato quello che mi sembra essere un grosso smeraldo, si avvicina guizzando come una serpe e si appoggia al mio pancione. 
La mano destra della signora è ora appoggiata al mio ventre di sguattera, ma subito la sinistra guizza veloce, si insinua sotto la mia divisa, spinge, apre le cosce, assesta uno schiaffetto secco e deciso fra le mie gambe, uno schiaffo dolorosissimo, che produce un rumore sordo, attutito dai due strati di mutande punitive e contenitive.
Prima che possa riavermi dal colpo, il pollice e l'indice afferrano le mie grandi labbra, e pinzano.

Nonostante il doppio strato protettivo, le unghie della signora bionda raggiungono il loro scopo e le mie carni: divento di colpo debole e per il dolore mi gira di nuovo la testa.
L'infermiera e l'altra donna mi tengono ferma mentre la mia aguzzina è passata ora a “saggiare” il mio sedere. 

- Quanti anni ha? - chiede con voce fredda e atona la signora senza smettere di fissarmi. - Cinquantuno, signora - risponde l'infermiera. Madame Janine la possiede da più di quindi anni ormai. - Cinquantuno, eh? Ne dimostra decisamente di più! Ma si sa, queste mule da fatica si consumano in fretta! Janine mi ha scritto che potevo vederla e valutarla questa sera stessa, se volevo! Ah, bien sur, Mi ha anche detto come si chiamava prima, prima che... 
- Louise, parli troppo mia cara! - la interrompe melliflua ma decisa la seconda donna, dai corti capelli bruni.
Louise si gira di scatto, sta per rispondere qualcosa alla sua amica, ma poi sembra ripensarci e sorride melliflua. - Hai ragione, Anne, non si devono fare troppe confidenze al personale di servizio. 
E così dicendo, si rivolge all'infermiera altoatesina Rose M., fissandola.
L'infermiera arrossisce di vergogna e, di fronte alla signora dai lunghi capelli biondi, distoglie a sua volta lo sguardo. 
Io, evidentemente, non sono considerata “personale di servizio”: sono una schiava domestica, una serva gravida, una sguattera sudiciona.
Non ho più nemmeno un nome.
- Fra quanto farà effetto l'olio di ricino? - domanda brusca la bionda. Indossa un lunghissimo cappotto color cammello dal quale sbucano due stivali di cuoio nero dai lunghi tacchi affilati. 

L'infermiera controlla l'orologio da polso marca Tissot del 1972 e dice, scandendo ben bene le parole: - Dovrebbe fare effetto a minuti, signora. 
- Molto bene, nurse! - interviene Louise socchiudendo gli occhi azzurri - Forza, sguattera, cammina davanti a noi, e muoviti con questo carrello!
Inizio meccanicamente a spingere, il carrello è stracolmo e pesante, nella pancia sono incominciate altre coliche insieme alle contrazioni causate dall'olio di ricino: la sguattera sudiciona sta per partorire in pubblico!
In un angolo del mio cervello coltivo ancora la remota speranza di resistere, di farcela fino a casa, ma razionalmente so che è impossibile: lo stimolo è irresistibile, non ce la faccio più, la pancia è tutto un dolore e un gonfiore. 
Poi, per lo sforzo continuo causato dalla spinta del pesante carrello, ecco che all'improvviso, rumorosamente, “mollo”. Il rumore mi sembra terribile e ho il terrore che possa essere udito da tutti, ma solo le tre donne alle mie spalle possono averlo sentito: il supermeracato in quel punto è praticamente deserto. Nelle mutande contenitive, assorbito dal pannolone, qualcosa di caldo, puzzolente e corposo invade repentino ogni spazio possibile e si insinua ovunque. 
La sensazione è terribilmente imbarazzante, mi vergogno infinitamente, ma per fortuna fuori dalle mutande non trapela nulla, tutto rimane sigillato all'interno del doppio strato protettivo, ben trattenuto dal pannolone. 
- Cammina, schwein! - questa è la voce di Rose M., l'infermiera altoatesina. 
Mentre spingo il carrello, sporgendo il sedere, di nuovo una mano si insinua sotto la divisa, comprime le mutande di contenzione, ne schiaccia il contenuto, mi spinge in avanti. 

Il mal di pancia continua, sento che sta per arrivare un'altra terribile scarica. 
- È davvero una sudiciona, questa non sa proprio tratternersi! - sibila divertita la voce della signora Anne. 
Nel momento in cui arrivo alla cassa, ecco giungere una nuova scarica, ancora più violenta. 
Alla cassa c'è solo una cliente, che peraltro si sta allontanando.
La cassiera si volta nella mia direzione, ha sentito l'inequivocabile rumore prodotto dal mio sfintere e un'espressione di disgusto si è repentinamente disegnata sul suo volto di casalinga.

L'infermiera altoatesina Rose M. e le due signore sono già oltre la cassa, mi aspettano con un sorriso tagliente stampato sui loro bei visi sapientemente truccati. Io sistemo faticosamente gli acquisti sul nastro trasportatore, la cassiera vede chiaramente che sono stravolta, sudata e pallida, ma il disgusto, su lei ha il sopravvento e cancella qualsiasi tipo di compassione.
Mi guarda schifata, e mi accorgo che studia attentamente, affascinata, la divisa da fatica, il grembiulone, i capelli madidi di sudore che mi ricadono in spente ciocche di schiava sulla fronte. 
Poi mi fissa il ventre, lo sguardo scende poco più sotto, ma appena mi muovo e sente il pesante, denso risciacquio dentro le mutande, distoglie lo sguardo.
Mi sembra che si senta anche l'odore ora, vorrei sprofondare, scomparire, dissolvermi. Invece sono qui, sotto le luci al neon, con queste pesanti mutandone fra le gambe, il grembiule che preme sul ventre teso e dolorante, l'odore di sudore e di paura che si mescola con quello delle mie immonde deiezioni.
Non so come, riesco a trasbordare tutta la roba dall'altra parte, oltre la cassa. Una carta di credito ha già provveduto al pagamento, ma devo ancora sistemare la spesa nel carrello.
  L'infermiera altoatesina Rose M. ha generosamente deciso, date le mie condizioni, che potrò usarlo per portare a casa gli acquisti.
Fuori dal supermercato, l'aria fredda filtra sotto la divisa da fatica e gela il mefitico prodotto della miserabile schiava.
La Signora Anne chiude il cellulare, dal quale ha appena finito di leggere un'email. 
La sua espressione è alquanto soddifatta, e mi fissa negli occhi sibilando: 
- Et bien, molto presto verrai nella nostra tenuta per mule, schiava. Janine ha acconsentito or ora di cederti a me e a Louise per un mesetto! Sappiamo bene come raddrizzare le sudicione come te, salope!

Così dicendo, infila una mano sotto il grembiule di gomma verde, cerca il mio capezzolo sinistro, lo trova sotto la stoffa della divisa da fatica, lo ghermisce e inizia a torcerlo e stringerlo fra le unghie aguzze.
Per il dolore, lo stress e la fatica, improvvisamente anche la mia vescica cede di botto: caldo, bruciante piscio di schiava invade l'immondezza che mi porto fra le gambe, tendendo ulteriormente le mie mutande punitive. Sciaff!
Un manrovescio dell'infermiera stampa la sua bella e curata mano sulla mia guancia sinistra.

Rose M., l'infermiera altoatesina, si inchina rispettosamente di fronte alla coppia di signore, afferra il mio braccio destro e mi spinge in là rudemente, ordinandomi qualcosa in tedesco. 
Mi chino sul pesante carrello, sporgo in fuori il sedere e inizio a spingere. Il freddo vento ottobrino che spazza Lugano da tre giorni, striscia lungo la mia schiena di mula.

Slosh, slosh, slosh... si torna a casa: Janine Souillon, impaziente, aspetta.

(4- fine)

8 ottobre 2012

LA SERVA SUDICIONA SI SCUSA CON FRAU JULIA

On Oct 9, 2012, at 6:20 AM, giulia tedesco wrote:

Serva Monika, ti scrissi, mesi fa, chiedendo consigli su come punire la serva per essersi praticata un tatuaggio non autorizzato.
Mi rispondesti,  di non essere autorizzata a dare consigli in merito alle punizioni e che avresti subito girato la mail a Madame Janine.
Siamo poi sicuri che hai eseguito e non te ne sei dimenticata? Peggio ancora, non stai cercando di coprire la tua svergognata collega?
Desidero una pronta risposta, privata e/o pubblica.
Invio la mail anche a Madame Janine perchè prenda, eventualmente, opportuni e severi provvedimenti.
FrauJulia



Questa serva sudiciona ha trascurato il suo dovere
questa serva sudiciona chiede scusa alla Signora FrauJulia
questa serva sudiciona e buona a nulla sarà punita come merita
questa serva sudiciona e pigra rimarrà nelle mutande di contenzione per sempre, notte e giorno
 

serva sudiciona

30 maggio 2009

domanda e risposta

Questo è quello che ho trovato sul tuo sito:
Non finire un lavoro nel tempo prefissato dalla mia padrona comporta che io venga punita per "pigrizia". La punizione per una serva pigra stabilita dalla Signora è l'assunzione di lassativo 2 volte al giorno per una settimana. Durante il periodo di punizione devo lavorare come al solito, indossando un pannolone e mutande di gomma, uniforme da fatica, un grembiule di gomma, un grembiule di cotone pesante, fazzoletto, stivali di gomma senza calze e guanti di gomma, anche di notte. Naturalmente è molto imbarazzante, umiliante e faticoso lavorare in queste condizioni, e spesso diventa un vero incubo, dal momento che per andare al gabinetto mi sono assegnati degli orari precisi e devo comunque chiedere il permesso alla Signora.
Monika, serva

Potresti dirmi cosa succede, cosa senti, cosa provi ?
Come è il tutto ?
Descrizioni precise e accurate in ogni dettaglio...
Anonimo

Dunque, caro Anonimo amico,
come avrai immaginato, questa è una punizione molto pesante che viene comminata alle donne di fatica della mia padrona, e in casi in cui il lavoro non venga eseguito nei tempi da lei stabiliti. Io sono une delle sue donne di fatica da circa un anno (siamo in tre, le altre c'erano prima che io arrivassi), e subito sono stata informata dalle altre delle punizioni a cui erano sottoposte. In particolare, mi mostrarono la stanza in cui, collocati ordinatamente in un vecchio armadietto metallico colore crema tutto scrostato, stavano gli accessori per il castigo che ti interessa.
La prima volta che ho dovuto subirlo, sono stata preparata al mattino presto del lunedì dalla serva più anziana (una donna di circa 60 anni, io ne ho 47), la quale prima di farmi prendere il lassativo prescritto, mi ha fatto indossare pannolone, spesse mutande di gomma, e una vecchia uniforme "sbracciata" di cotone grigio molto sporca. Poi mi ha stressto alla nuca un fazzoletto da testa pure gommato, e infine mi ha allacciato sulla pancia il grembiulone di gomma da sguattera, Mancavano solo gli stivali, indossatii senza calze, e i guanti di gomma arancioni.
Poi mi ha dato un cucchiaio di lassativo sciolto in un bicchier d'acqua, e mi ha comunicato gli orari in cui avrei potuto liberarmi:nel gabinetto e in cui mi sarebbe stato dato un pannolone pulito: alle 10 del mattino, e alle 22 di sera. Dopodichè sono stata assegnata ai lavori pesanti: lavare per terra, fare il bucato, lavare i piatti, strofinare il pavimento in ginocchio, lavare i tappeti.

Dopo la preparazione, vengo messa al lavoro, sono sempre lavori molto pesanti per una donna. Poi, dopo 20 minuti circa il lassativo comincia a fare effetto.
In genere sudo molto anche per le divise e i grembiuli che devo indossare, ma poi i crampi si fanno sempre più forti, e anche se cerco di trattenermi il più a lungo possibile, l'essere costretta a lavorare e stare piegata molto tempo affretta l'inevitabile, e finisco per fare una cosa molto umiliante per me, ovvero liberarmi dentro il pannolone e le mutande di gomma, che isolano perfettamente e contengono altrettanto bene. Questo succede anche diverse volte durante la giornata, e devo continuare a lavorare in questa condizioni, fino alla 10 di sera, quando finalmente posso cambiarmi.
La padrona naturalmente controlla sempre il mio stato, e se il lavoro della "schiava punita", come vengo chaiamata, sia svolto nonostante tutto alla perfezione.
Le mutande di gomma sono molto spesse, dotate di elastici molto forti e di cinghie, e avvolgono, contengono e isolano perfettamente. Allo stesso modo vengo preparata per la notte.

9 dicembre 2008

LE MIE PUNIZIONI - 2


Non finire un lavoro nel tempo prefissato dalla mia padrona comporta che io venga punita per "pigrizia". La punizione per una serva pigra stabilita dalla Signora è l'assunzione di lassativo 2 volte al giorno per una settimana. Durante il periodo di punizione devo lavorare come al solito, indossando un pannolone e mutande di gomma, uniforme da fatica, un grembiule di gomma, un grembiule di cotone pesante, fazzoletto, stivali di gomma senza calze e guanti di gomma, anche di notte. Naturalmente è molto imbarazzante, umiliante e faticoso lavorare in queste condizioni, e spesso diventa un vero incubo, dal momento che per andare al gabinetto mi sono assegnati degli orari precisi e devo comunque chiedere il permesso alla Signora.
Monika, serva

2 dicembre 2008

PULIRE IL BAGNO

Cara Monika, la mia serva Elettra (42) non pulisce bene il bagno, soprattutto negli angoli. Come mi devo comportare?
Grazie
Sandra, Vigevano

Carissima signora Sandra, prenda Elettra per un orecchio e le strofini ben bene la faccia sugli angoli del bagno che ha negligentemente lasciato sporchi, e poi glieli faccia pulire con le mani e il detersivo, senza spazzola nè guanti. Se la cosa dovesse ripetersi, glieli faccia pulire con la lingua. Se crede, mi faccia sapere il risultato da Lei ottenuto.
Sua Monika

LE MIE PUNIZIONI - 1

LE MIE PUNIZIONI - 1
qualche volta capita anche a me di essere punita, soprattutto se sono disobbediente o pigra: in questi casi spesso la padrona mi fa mettere in ginocchio, in grembiule e guanti di gomma, e mi frusta sul sedere, dopodichè mi fa stare in ginocchio con le mani sulla testa, nell'angolo, per un'ora circa.
Monika, serva