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22 febbraio 2019

Diario di una educazione - Final cut

 

È passata una altra settimana dal rientro in servizio di Minù. Madame avverte nella schiava una inspiegata vena di insoddisfazione. Come ogni Padrona che si rispetti ha molto a cuore il benessere della sguattera, decide pertanto di interrogarla in merito. Sono sole nel boudoir di Madame, di fronte alle insistenti richieste della Padrona, finalmente la serva si confida. Nei lunghi mesi passati a lavorare in cantiere, senza possibilità di sfogo per le proprie perversioni, la serva ha utilizzato spesso internet finendo con l’appassionarsi ai soliti video di youporn e simili. Minù confessa alla Padrona di avere un chiodo fisso: ha visto innumerevoli filmati in cui alla oppure al “gaudente” di turno, venivano infilate nell’uretra delle sonde di acciaio, il tutto sempre accompagnato da sospiri e gemiti di godimento. Madame, dopo aver visionato un paio di filmati, sgrida la serva, sono chiaramente dei fake, Minù deve smettere di pensare a queste sudicerie!

Ma sappiamo bene come funziona la testa delle sguattere, Minù nonostante i castighi, continua a pensare a quello che è diventato il suo chiodo fisso. E tanto fa che la Padrona termina la pazienza: “E sia”, dice alla serva, “sappi però che mi rivolgerò ad una nostra vecchia conoscenza: il Prof. Klitoris”. Minù si ricorda benissimo del Professore e rabbrividisce di piacere, misto a paura.

Madame passa una buona mezz’ora al telefono col Professore, poi chiama Minù. “Sei fortunata, la prossima settimana il Professore deve venire nella nostra città per un congresso ed è stato così caro da accettare la mia ospitalità. Abbiamo parlato della tua fissa per le sonde, sappi che non sono state affatto inventate per sollazzare le serve, servivano invece per dilatare l’uretra in seguito a malattie veneree. Il Professore sarà così gentile da ricostruire per te questo scenario e ti sottoporrà ad un ciclo completo di dilatazioni. Sarà umiliante e molto doloroso.” Madame fa una pausa, osservando attentamente il viso di Minù, “questa è la tua unica ed ultima possibilità di tirarti indietro, serva, vuoi ritirarti o vuoi che venga il Professore?”. La serva avvampa, le si è improvvisamente seccata la gola, il cuore batte fortissimo. Che le stia mancando il coraggio? Poi sussurra con voce roca che non le pare neanche la propria “Madame …. la prego …… chiami il Professore!”.

Madame, soddisfatta, non perde tempo non passa mezz’ora che sta già prendendo accordi con il Professore. Ma prima la serva dovrà venire accuratamente depilata. Madame decide di agire di persona, opta per una bella depilazione a strappo, seguita dalla rimozione con pinzetta dei peli sopravvissuti. L’operazione viene eseguita lentamente, niente strappi secchi, alla fine una bella lozione leggermente alcoolica strappa gli ultimi strilli alla serva Ma è ora di mettersi al lavoro, l’appartamento degli ospiti deve essere assolutamente perfetto per il Professore, il lavoro viene ripetuto più volte, fino a che Madame non trova più nulla da obbiettare. L’indomani la serva deve accompagnare Madame in stazione per ricevere il professore. Le viene fatta indossare una divisa da fatica pulita ma assai logora, con evidenti tentativi mal riusciti di rattoppi invisibili, per l’occasione niente grembiule di gomma, ai piedi la serva porta i classici zoccoli di gomma verde. Madame dà un ultima occhiata di ispezione alla serva, va bene così. Arrivano in stazione in perfetto orario, la serva viene inviata lungo il binario, per liberare il Professore dall’ingombro dei bagagli. Il Professor Klitoris ricorda perfettamente la serva e, mentre quest’ultima li precede, stracarica di valigie, prende accordi con Madame per il trattamento. Giunti a casa la serva deve estrarre dai bagagli del Professore uno strano aggeggio formato da grossi tubi di alluminio, in pratica una leggera ma robustissima sedia ginecologica portatile. La serva rabbrividisce, notando i supporti per cosce e caviglie e le grosse cinghie di kevlar. Il Professore ordina alla serva di bere un bicchierone di acqua, la serva ubbidisce a fatica, non è facile bere quando non si ha affatto sete.

Una volta montato il lettino la serva deve denudarsi, il Professore le ordina di prendere il grembiule di gomma e stenderlo sul lettino, in modo che eventuali rivoli di liquido possano cadere in un apposito secchio. Poi Minù deve stendersi sullo scomodo scanno e divaricare le cosce. Il Professore blocca le cinghie di kevlar, ormai la serva non può più sfuggire. Minù deve dapprima subire una classica visita ginecologica, le grassoccie mani del Professore ricoperte da sottili guanti, penetrano, toccano, sondano, premono e quant’altro. Madame è lì accanto, pronta a redarguirla per ogni tentennamento, sospiro o ritardo nell’eseguire gli ordini del Professore. Finalmente quest’ultimo è soddisfatto, guarda Madame e sentenzia: “tutto perfekto, possiamo procedere”. Mettiamoci nei panni di Minù, il suo sogno sta per avverarsi ma, non sa nulla di cosa sta per accaderle, le è stato solo detto che sarà doloroso, lo stomaco le si stringe, rabbrividisce di paura, ma Madame è lì con lei e la bacia sulla fronte, “brava la mia Minù che soffre per me” è l’incoraggiamento.

Il Professore intanto ha preso un grosso speculum. Poi, dopo aver saggialo lo stato delle mucose della serva, secchissime per la paura, lubrifica leggermente lo strumento e lo introduce. Minù sente il freddo dell’acciaio che la penetra, poi il Professore divarica lentamente le valve. E’un divaricatore speciale che stira fastidiosamente le delicate carni della serva. Una flebo viene attaccata alla piantana del lettino ma, inaspettatamente il tubicino della bottiglia non è dotato di ago bensì di un piccolo beccuccio di plastica viene inserito nelle tenera carni della patatina della serva, un bruciore improvviso le fa capire che il Professore lo ha infilato nell’uretra. La flebo scende goccia a goccia, la sensazione per la serva è di freddo e di leggero bruciore, abbastanza simile all’effetto di un anestesia del dentista. Le gocce di liquido colano presto all’esterno della patatina e scorrono sul grembiule di gomma, fino nel secchio. La serva si chiede di che dolori parlassero Madame ed il Professore, ma alla fine della flebo, quando il Professore le ordina di orinare si accorge che la pipì, anziché con il solito getto, esce goccia a goccia. Madame ed il Professore si guardano “Wunderbar!”esclama quest’ultimo. Appaiono un grande tubo di lubrificante, altri tubetti di pomata ed un astuccio di cuoio, simile a quelli usati alle scuole elementari per le matite colorate. Il Professore lo apre e mostra alle due donne una intera collezione di dilatatori di acciaio, ordinati dalle misure più piccole alle più grandi e tenuti in posizione da un vassoio di plastica. Le misure variano dalla piccolissima di un paio di millimetri fino ai 10 millimetri. Molti dei dilatatori sono lisci e presentano delle impercettibili tacche di una scala graduata. Altri dei dilatatori, intervallati ogni due o tre lisci, presentano invece una continua serie di ingrossamenti sferici. La serva guarda affascinata, non immaginava di certo che esistesse una tale varietà di oggetti, poi nota le dimensioni incredibili dei più grossi. Saranno per il didietro, conclude la boccalona. Ora il Professore indossa un elegante camice verde, una vaschetta di acciaio accoglie il vassoio con la collezione di dilatatori, il Professore vi versa una soluzione disinfettante da una tanichetta, fino a sommergere i dilatatori. La serva si inebria di quel profumo di disinfettante, un misto di alcool, etere e bergamotto. Anche Madame ha indossato camice e guanti ed aiuta il Professore ad indossare lunghi guanti sterili. Madame posiziona un grande schermo ben in vista della serva e lo accende: ben due telecamere riprendono la patatina della serva da diverse angolazioni con degli obbiettivi macro, la patatina della serva occupa lo schermo. Il Professore redarguisce la serva, ora stai immobile, non mi piace vedere le pazienti agitate. Intanto Madame applica alla bocca della serva un bavaglio a pallina, tutto forato non ostacolerà la respirazione. Ora il Professore prende la sonda più piccola, la spalma ben bene di lubrificante. La impugna come se fosse una matita e inizia ad infilarla, lentamente, nell’uretra della serva. Quest’ultima sente l’acciaio che si fa strada dentro di lei. Un bruciore incredibile, mugola disperata un “bruciaaaa” abbastanza intellegibile nonostante il bavaglio. Il professore la redarguisce, “cominciamo male, questo sondino è così piccolo che entra senza bisogno di dilatare. Quando arriveremo verso la metà della serie di sonde, allora sì che avrai ragione di lamentarti.” La serva inizia a sudare. Il sondino entra ed esce più volte, poi il Professore è soddisfatto e lo mette nella parte di vassoio destinata ai sondini usati. Ora il Professore prende il secondo sondino e lo lubrifica, “questo farà già un po’ più fatica”, commenta, verificandone le dimensioni. Il dolore è fortissimo. Ormai la serva non è più eccitata, soffre solamente, grosse gocce di sudore le rigano il viso stravolto. Nel tentativo di sottrarsi al sondino, si inarca, sollevando il sedere dal lettino, il Professore si arrabbia, punta un piede sulla pancia della serva e tira al massimo le cinghie di kevlar che penetrano dolorosamente nelle carni e premono fastidiosamente sul ventre della serva. Il sondino entra ed esce più volte, lacrime di dolore si mescolano al sudore. Il Professore è soddisfatto, prende la sonda successiva, formata da una serie di sferette. “questo sondino”, dice a Madame, “serve a medicare l’interno dell’uretra, bisogna mettere questa pomata e inserire il sondino muovendolo avanti indietro un paio di volte, mentre la serva si sforza di orinare. A questo proposito, il Professore riempie una sacca da clistere di acqua ed infila il beccuccio nella pallina-bavaglio della serva, poi apre con cautela il rubinetto. Ben presto Minù si trova obbligata ad inghiottire a forza, se vuole respirare. Bene, dice il Professore, un buon litro di acqua ogni due terrà la vescica sempre ben riempita, pronta per la prossima dilatazione, da eseguire, appunto ogni due ore. Poiché ho un impegno congressuale, lascio a Lei Madame il compito di medicare la serva. Non si faccia commuovere dai lamenti, sono solo capricci. Stasera al mio ritorno verificheremo se va tutto bene e se possiamo lasciare riposare la serva fino a domattina, pronta per la seduta successiva. E così il Professore esce , lasciando la povera Minù in balia di una Padrona eccitata e vogliosa di penetrarla in maniera così strana. A sera il Professore rientra e trova che le sue istruzionio sono state seguite a puntino. La povera Minù è esausta, mai avrebbe pensato di poter soffrire così. E i prossimi due giorni saranno esattamente uguali, due lunghi giorni inframmezzati tra dolorose dilatazioni da parte del Professore, che non nasconde la propria eccitazione e ancora più dolorose ed interminabili medicazioni da parte di Madame. Minù ora spera che tutto finisca, infatti la terza sera di trattamento il Professore, parlando con Madame ha commentato, “ora l’uretra è tornata alla dimensione originale, prima che somministrassi la soluzione restringente”. Ma Minù si sbaglia, Madame pare delusa, come, già finito? Non si potrebbe continuare un altro po’, non siamo ancora arrivati al sondino più grosso! Il Professore si pulisce gli occhiali, riflettendo, “si, in realtà si può continuare fino alla dilatazione più grossa, sarà solo molto più dolororosa per la serva, visto che una volta infilato il sondino, dovremo ricorrere ad una lunga stimolazione elettrica per rilassare le fibre muscolari. Madame applaude contenta ed aggiunge a tradimento, “sarebbe un peccato interrompere qui, Minù ha insistito tanto per questo”. E sono inutili le suppliche di Minù a Madame, “ormai abbiamo deciso, mia cara, e poi hai sentito il Professore, questa era una pratica molto comune a cui dovevano sottostare le serve di …. facili costumi, per tornare sane.”

La mattina successiva Minù viene legata ancora più accuratamente al lettino, le cinghie di kevlar vengono tirate con tutta la forza del Professore, la sguattera non si muoverà affatto, succeda quel che succeda. Madame dal canto suo, le mette il solito bavaglio a pallina, che ormai porta evidenti segnoi La seduta inizia come quelle dei giorni precedenti, nella serva viene infilato ilo sondino che aveva già ricevuto il giorno prima, entra senza troppa fatica, anche se la serva sente bruciare tantissimo. Ora il Professore prende da un vassoio un plug anale di lucido acciaio. Il plug viene lubrificato ed inserito, la serva lo sente fastidiosamente freddo. Ora il Professore prende una scatoletta piene di manopole, display, led e cicalini. Collega con dei cavetti il sondino uretrale ed il plug anale alla scatoletta. La serva suda di terrore, l’unica cosa che le è permessa. Poi il Professore regola una manopola e preme un pulsante, il tutto accompagnato da un breve “bip”. La serva sente un leggero formicolio alle parti basse. Il Professore osserva attento le sue reazioni “zu wenig”, cioè troppo poco. La manopola viene pian piano ruotata in senso orario, ora il formicolio si è fatto più invadente e la serva fatica a stare ferma, il respiro inizia a farsi più veloce. “Perfekt” dice il Professore, ora sappiamo quale è la corrente di base, ora si tratta solo di fare dei multipli di 10. E la serva scopre ben presto di che multipli parli il Professore, la manopola viene ulteriormente ruotata, sulla scatoletta appaiono numerose lucette rosse ed un “beep” continuo di avvertimento. Il Professore soddisfatto della programmazione effettuata, preme un pulsante, la serva sente la corrente percorrere le delicate mucose poste tra i due elettrodi. Urla e morde il bavaglio, le sue urla e suppliche sono smorzate ad un sordo mugolio. Il Professore preme un altro pulsante, inizia un ciclo ritmico di scosse furiose seguite da lunghe pause, Il sudore ormai gocciola dal corpo della serva. Il tempo passa lentissimo per la povera Minù, tra scosse che la squassano e pause in cui si riprende a fatica. Poi il Professore giudica sufficiente, sfila il dilatatore dall’uretra e prende il successivo, li mostra alla povera serva, la differenza di diametro è evidente. Ora riceverai quest’altro, Minù inizia a tremare. Il Professore inserisce lentamente il sondino ben lubrificato, le urla di Minù vengono soffocate dal bavaglio. Ad un certo punto la poveretta sviene o, forse, simula uno svenimento. Ma il Professore non si preoccupa, suggerisce a Madame di strizzare e torcere a tutta forza i capezzoli della svenuta: “non si preoccupi Madame, le serve sopportano benissimo il dolore”. La forte strizzata di Madame risolve prontamente lo svenimento, reale o simulato che fosse. Le tette rosse come peperoni testimoniano l’entusiasmo e la forza di Madame. Il Professore continua nella inserzione del sondino, ben presto viene raggiunta la graduazione di massimo inserimento. Ci voleva tanto? Dice il Professore redarguendo la serva. Serva che ben presto inizia nuovamente a tremare e mugolare, preda delle correnti inviate dall’atroce scatoletta, correnti che il Professore ha pensato bene di raddoppiare. Il tempo passa, finalmente il Professore lascia Madame l’incombenza della medicazione della serva, mediante il famigerato sondino a sferette, ovviamente anche lui di diametro “XXL”. Incombenza che Madame gradisce alquanto, la serva, a giudicare dai mugolii, un po’ meno. E non la aiuta l’idratazione forzata a cui Madame la sottopone, facendole ingollare a forza litri di acqua tramite la cannula infilata attraverso il bavaglio. La stupida serva narrante non vorrebbe annoiare le Signore lettrici con ripetizioni, basti sapere che il trattamento si ripete tale e quale per altri due giorni, fatto salvo il diametro dei sondini dilatatori che alla fione è il massimo del set posseduto dal professore.

Ed al termine Madame vuol mostrare al Professore quanto Minù abbia tratto profitto dalla cura. Minù viene costretta ad ingollare un intero litro di acqua, sempre dalla solita cannula. Le pare di scoppiare poi, Madame attende pazientemente che l’acqua riempia ben bene la vescica. Minù che a causa del trattamento subito, soffre di un terribile bruciore, cerca di trattenere la pipì. Ma Madame preme con l’avambraccio appoggiandolo sulla pancia della serva. Il peso di Madame che grava sulla vescica piena, avvia il getto di pipì. Getto che, grazie alle dilatazioni subite, giunge lontanissimo, tanto da bagnare l,e scarpe del Professore. “Magnifico, un getto degno di Jeanneke-Pis” (la poco conosciuta versione femminile del Manneke Pis) è il divertito commento del Professore.

Minù viene finalmente sciolta dal temibile lettino. Deve asciugare le scarpe del Professore con la lingua. Poi estrae anche il plug anale, deve pulire plug e sondini prima con la lingua e poi con detersivi e disinfettanti. Smonta il lettino ginecologico e lo imballa come il Professore desidera. Da brava serva ripulisce e riordina la stanza. Il Professore e Madame, soddisfatti le ordinano di rendersi presentabile, una veloce doccia, un abitino di Madame e la serva, trasformata ma pur sempre riconoscibile come serva, viene premiata con una buona cena, prima di una notte di fuoco con Madame ed il Professore.

Serva sudiciona N.  

25 aprile 2015

DIARIO DI UN'EDUCAZIONE 8


Diario di una educazione – 8
Nell’educazione della nostra serva trovano posto anche metodi disciplinari più tradizionali, metodi che la Oberschwester utilizzava quotidianamente sulle atlete, metodi che non lasciano segni visibili e non usano debilitanti purganti o clisteri. Vincendo la vergogna la serva racconta le proprie punizioni alle amiche.
La serva, come al solito, ha pulito male il pavimento. Inutile la scusa di avere fretta di finire il lavoro. La Oberschwester le impone un castigo dal nome intraducibile in italiano, lo chiameremo “il castigo della lastra”. La serva viene fatta denudare completamente e fatta stendere prona. Il pavimento è freddissimo e la serva si ingegna, inarcandosi e puntellandosi sui gomiti e sulle ginocchia, per non appoggiare pancia e mammelle. Passano un paio di minuti, da dietro, una inesorabile spinta, data dalla pianta del piede della Oberschwester, obbliga a poggiare le parti delicate, la serva ha un sussulto, il freddo le toglie il respiro. Ora alla serva viene ordinato di mettersi con le mani dietro alla nuca, gomiti ben sollevati da terra. In questa posizione le punte dei piedi, le ginocchia, la pancia e le mammelle sostengono tutto il peso, appoggiando sulle fredde lastre del pavimento. La Oberchwester ha anche aperto la finestra, in modo che la fredda ed umida aria di un giorno di pioggia aumenti il freddo trasmesso dal pavimento alle nude carni della serva. Alla serva viene subito la pelle d’oca, ed il pavimento pare risucchiarle tutto il calore dal corpo all’infinito. Ben presto la posizione forzatamente immobile diventa un tormento. In particolare la serva sente il peso gravare su pancia e tette che le paiono pezzi di ghiaccio. I capezzoli, induriti dal gelo, le dolgono ad ogni respiro. La voglia di muoversi e massaggiarsi diventa ogni minuto più irresistibile, ma la serva, che sente dietro di sé la presenza e lo sguardo della sorvegliante, non osa muoversi. Un inarrestabile tremito la percorre, manca solo di sentirle battere i denti. Di lì ad una interminabile mezz’ora la Oberschwester si allontana un attimo, forse per un bisogno fisiologico. Come sente i passi allontanarsi la serva di mette in ginocchio ed inizia a grattarsi e frizionarsi furiosamente. Ed è proprio nell’atto di grattarsi la patata che la serva viene colta dalla Oberschwester. “Peccato, stavo per dichiarare conclusa la tua punizione” dice la Oberschwester, “ora farò in modo che tu ti ricordi a lungo di questa tua bravata”. La serva deve bere una intera caraffa di acqua fredda e viene rimessa prona, su di una lastra diversa del pavimento, in modo che sia ancora ben fredda. Le mani sempre dietro la nuca. Passa un'altra mezz’ora. La serva ormai trema e batte i denti di continuo. Ma il freddo che prova, e l’acqua ingurgitata le hanno ben riempito la vescica. La serva stringe inconsapevolmente le cosce. La Oberschwester, che la osserva attentamente, la fa mettere un attimo supina. Mani esperte palpano e premono dolorosamente in corrispondenza della vescica ormai gonfia e distesa. La serva è piena al punto giusto. La Oberschwester si allontana un attimo e torna con una boule gonfia di acqua, fredda di frigorifero, saranno cinque o sei gradi. La serva deve rimettersi prona, la boule piena di acqua gelata posta sotto la pancia. Ora la punita appoggia sulle tette e sulla boule e la pressione si trasmette alla vescica. La sensazione di gelo si combina con la voglia irresistibile di orinare. La serva squittisce e stringe spasmodicamente le cosce. Osa chiedere pietà ma sente la Oberschwester: “devi resistere fino a quando ti darò il permesso, se ti pisci addosso dovrai pulire tutto il pavimento con la lingua”. Ma è destino che la povera serva non riesca a farcela, di lì a cinque minuti di sofferenza il freddo la vince sulla sua poca forza di volontà ed una calda pozzanghera si allarga sul pavimento. La Oberschwester invita ora la serva a “farla tutta”, tanto dovrà lappare tutto il pavimento. E dover leccare tutta la propria piscia ormai gelata, sentendone in continuo lo stomachevole sapore, sarà il nauseante coronamento della “punizione della lastra”.
In una altra occasione la serva è stata sottoposta al “castigo della spazzola”.
E’ stata messa a cavallo di uno sgabello basso, le cosce aperte e le ginocchia ad angolo retto,
modo che sostengano tutto il peso del corpo. Le mani dietro la nuca. L’altezza dello sgabello, con l’aiuto di alcuni libri, è regolata, in modo che la fica della serva sfiori appena le setole di una spazzola, di quelle di una volta di rigido e pungente crine, appoggiata sul piano. La serva, nuda, deve restare “in posizione”, di fronte alla Oberschwester. Di lì a poco iniziano i dolori alle cosce ed alla schiena. “Ferma, devi stare ferma!” è l’ordine che viene continuamente ripetuto. I muscoli delle cosce iniziano a bruciare, le gambe tremano per lo sforzo di sostenere il peso in quella posizione impossibile. La serva ha il viso arrossato, gocce di sudore ruscellano dalle ascelle, ma bisogna restare immobile. Quando le gambe cedono la fica si "siede" sulla spazzola con tutto il peso del corpo...
La serva stimolata dal dolore ha uno scatto e si risolleva, “Ferma, stai ferma!” ripete la Oberschwester, e ben presto alla serva mancano le forze e si appoggia nuovamente, rilasciando finalmente la tensione nei muscoli doloranti. I crini della spazzola segnano a fondo le tenere e delicate carni, senza del resto riuscire a bucarle o fare danni. La serva tiene gli occhi chiusi e si morde le labbra, concentrata nel non muoversi e non urlare.
Passa un terribile quarto d’ora, prima dell’ordine , “ora puoi rialzarti”. Madame ed Oberschwester verificano lo stato della parte punita, commentando lo “stampo” violaceo, lasciato dalle setole. Ed alla serva verrà vietato assolutamente, una volta rialzata di “massaggiare” la “parte offesa”.
(8- continua)

CENTRO DE DETENCION MADAME ROCIO 2 - LE DIVISE DELLE FORZATE


Nobili Signore,
serva sudiciona,
continuo nel racconto della mia detenzione.

Madame Rocio
Un ora prima dell’alba le detenute vengono svegliate da un rumoroso campanello elettrico. Poiché siamo in un deserto l’aria è fredda, grande contrasto con la fornace del giorno. Il dormitorio si ridesta, tra lamenti e grugniti. E’tutto un affannarsi per ripiegare le luride lenzuola nel modo prescritto per i soldati dell’”armada”. Qui non si scherza affatto, basta un nulla per ricevere una punizione. Ed ancora col buio le detenute debbono schierarsi nell’aria ancora fredda, in attesa dell’appello. Appello che viene presto completato, visto che in questo periodo il carcere è relativamente vuoto, una ventina di detenute. Fatto l’appello, in attesa che giunga Madame, alle detenute viene fatta eseguire una lunga serie di esercizi ginnico-punitivi. Le divise, riscaldate da sudore iniziano ad emettere l’inconfondibile aroma di sudore rancido ed orina, tipico del “Centro”.
Finalmente giunge Madame Rocio.
Veramente una bella donna, trentenne, capelli neri. Alta e snella. Ama vestirsi da amazzone.
Il viso perfetto, quando Madame si arrabbia mostra una riga rossastra su di una guancia.
Madame Rocio è lesbica ed anche sadica. Una brutta combinazione per le detenute – schiave del Centro. La storia della riga che appare sul viso di Madame quando si arrabbia spiega il suo accanimento su di noi serve. Madame Rocio, figlia di facoltosi nobili, venne allevata da una severa istitutrice che, scoperte le pulsioni lesbiche della giovane, ne approfittava. Il carattere dominatore della giovane, però si stava sviluppando e ben presto tra la istitutrice – amante e la allieva furono liti. Al culmine di una lite l’istitutrice colpì con una forbice il viso della ragazza sfigurandola. Lo shock dell’accaduto segnò profondamente l’animo di Madame che diventò ben presto una padrona inflessibile che godeva nel far soffrire le serve. E a nulla valse la perfetta riuscita di una plastica facciale di un noto chirurgo brasiliano che rese nuovamente perfetto il suo viso.
Madame si laureò in medicina, ma ben presto capì che non era la sua vocazione. Decise così di mettere a frutto i suoi desideri e fondare un centro privato di detenzione per le serve “irrecuperabili”: il Centro de Detencion Maxima. Per dove è situato il Centro è praticamente al di fuori da ogni legislazione che non sia il volere di Madame. Ben presto Padrone esigenti spedirono al Centro le serve più ribelli, certe che Madame le avrebbe spezzate o plasmate ai loro voleri. Ed i soldi delle rette sono sempre stati reimpiegati da Madame per rendere il Centro la miglior istituzione del genere al mondo.

La rasatura
Per le ultime arrivate manca ancora un adempimento: una delle guardiane ci fa sedere a turno su di una sedia e, impugnando una tosatrice elettrica ci rade completamente a zero. Vediamo nostri poveri capelli per terra. Ma non è affatto finita, una dolorosissima ceretta ci asporta le sopracciglia. Seguita a ruota dalle dolorose depilazioni di ascelle pube ed ano. Ci viene spiegato che per ragioni di igiene dovremo sempre essere “lisce”. Non esistono specchi ma, guardandoci l’un l’altra ci rendiamo conto che oltre ai capelli ed ai peli ci è stata tolta anche la dignità. Capiremo presto che il fatto essere rapata a zero serve, oltre che ad umiliarci, a permettere di indossare correttamente la divisa di punizione pesante e costrittiva ben più di una tuta da sub..

La divisa di punizione
Al Centro nessuna delle detenute resta inoperosa. Visto che è il mio primo giorno vengo messa a pulire i pavimenti inginocchiata, ordinaria amministrazione per una serva ormai sfiorita. Ho così modo di guardarmi attorno ed iniziare ad ambientarmi.
La prima detenuta che vedo è Fatima. Una delle mogli del sultano di una sperduta isola dell’oceano. Una giovane istruita e di idee moderne. Il suo stile di vita moderno, ovviamente non piace alla suocera la quale inizia a rompere le reali balle del figlio, fino a che questi cede ed invia la moglie “scostumata” da Madame Rocio per un breve ed intenso stage in cui ci si augura la giovane principessa verrà domata.
Ovviamente questo per Madame è un invito a nozze.
La giovane è una caso “difficile”, abituata ad una ambiente padronale è l’opposto di tutte le altre detenute. Ci è voluta una settimana per convincerla, a suon di botte, ad eseguire gli ordini. Ma non è affatto domata. Bene, si dice Madame, ora di iniziare a fare sul serio. Fatima imparerà oggi l’umiltà e l’opportunità di tenere velate le regali carni.
E’verso le 10 che vedo arrivare la detenuta Fatima, a cui fanno indossare la divisa di punizione: una aderentissima tuta di tessuto gommato nero. L’operazione non è facile, per una detenuta sudata, un provvidenziale barattolo di talco permette a Fatima, sollecitata dal frustino della sorvegliante, di riuscire nell’impresa. La sorvegliante verifica che la tuta sia indossata correttamente. Chiude con un certo sforzo la cerniera posteriore della tuta ed inserisce il lucchetto che blocca inesorabile la cerniera. Poi, per buona misura, applica uno stretto corsetto, sempre nero, stringendolo a fondo.
Alla povera Fatima sembra di non riuscire più a respirare. Il corsetto è molto costrittivo e dà una magnifica siluette, ma a prezzo di qualche sofferenza, come dicevano le signore dei bei tempi andati. Un lucchetto blocca anche il corsetto. Sul capo la detenuta calza un aderente cappuccio, proprio una seconda pelle, che lascia sporgere solo occhi naso e bocca. I lunghi guanti completano lo scafandro. Tra le cosce di Fatima un sacchetto trasparente raccoglierà l’orina, permettendole di lavorare senza interruzioni per le necessità fisiologiche.
Fatima, inizia a sentirsi fastidiosamente bagnata dal proprio sudore anche stando ferma. La sorvegliante porta Fatima in un garage e le mostra quale sarà il suo lavoro odierno: trascinare un calesse. Infatti Madame Rocio ha deciso di approfittare della detenuta da domare per farsi un giro della proprietà. Fatima viene collegata al calesse da robuste cinghie che premono fastidiosamente, rendendo ancora più insopportabile l’accoppiata tuta e corsetto. Tra le labbra della detenuta viene posto un morso, tenuto in posizione da catenelle. Al morso sono collegate delle briglie che permetteranno a Madame di dirigere la “puledrina” senza dover usare la voce. E, al comando ricevuto tramite le briglie, rinforzato da uno schiocco della immancabile frusta, Fatima inizia a camminare, ma i colpi e le incitazioni continuano, fino a che non si mette a trottare.. Grazie alla leggerezza del calesse ed alle scorrevoli ruote la detenuta non fa un grande sforzo. Ma appena uscite dal triplo recinto le cose cambiano radicalmente. Fatima si trova a dover trascinare il carrello sul terreno non battuto. Il trotto si trasforma in arrancare. Inoltre la tuta nera, in pieno sole, porta la temperatura all’interno intorno ai 50 gradi. La giovane è sull’orlo del collasso, ma, ben sapendo che se rallenta saranno cocenti colpi di frustino, Fatima continua nel suo faticosissimo trotto, il rumore del proprio respiro e dei battiti furiosi del cuore sono il suo accompagnamento musicale, altro che auricolari ed mp3, come quando si allenava in università!.
Nel frattempo mi duole la schiena per il continuo lavorare inginocchiata ma mi considero molto molto fortunata di poter lavorare nell’ombra dell’edificio e soprattutto senza l’allucinante divisa da punizione.

La latrina
Le ore passano lente, tra una fatica e l’altra. La vescica inizia a darmi noia ma non so ancora che “etichetta” bisogni seguire. La sorvegliante, vedendomi tenere le cosce strette capisce il problema e mi trascina fino ad una bassa costruzione fuori dall’edificio. Ancora prima di arrivarci capisco il motivo della collocazione: uno spaventoso odore di orina putrefatta mi sconvolge. Infatti niente comodi water: è una realizzazione minimalista, un canaletto raccoglie i liquidi e li porta in una fossa esterna. Per quanto riguarda il resto, dietro al canaletto un foro comunica con la fossa biologica, da cui si alza il resto dei miasmi. State sicure che nessuna si attarda in questo porcile!
Dopo tre lunghe ore torna il calesse di Madame. Lo spauracchio barcollante nella tuta nera è la povera Fatima, ormai all’estremo delle forze. La ristrettezza del corsetto la obbliga a respirare a bocca aperta. Questo, unito al fatto del morso, le ha coperto la bocca di bava schiumosa, proprio come un pony. Madame Rocio ferma il calesse e si accerta delle condizioni del pony, il sacchetto urinario della tuta è ancora sconsolatamente vuoto. La detenuta ha dissipato in sudore tutti i liquidi. Madame, graziosamente le chiede se ha sete e le indica l’immonda vasca con le pipì ormai rancide delle compagne. La povera principessa volta, nauseata la testa. Madame è contenta, le piace questa puledrina da domare.
Con qualche altra ora di traino e riuscirà a spezzarla. Madame si concede il pranzo ed un paio di ore di “siesta”, la povera puledra, ancora legata alle stanghe del calesse si accascia per terra, riprendendo un po’ di respiro e di forze. Per ordine espresso di Madame niente cibo o liquidi per la puledra! Ma è già ora di continuare, Madame ha terminato la siesta, così il calessino di Madame esce, nel calore da fornace del pomeriggio. Madame, conscia che sta spingendo la schiava fino ai limiti e che potrebbe crollare svenuta in ogni momento, si limita ad inanellare giri e giri all’interno del recinto. Presto la puledra cade, semisvenuta. Due detenute sono incaricate di riportarla alla latrina. Qui le viene tolto il cappuccio della tuta. Madame osserva con compiacimento la detenuta: le guance della malcapitata sono paonazze, anzi, violacee per il gran caldo, ottimo contrasto con la pallidissima testa rapata. Ora è giunto il momento della verità. Ad un suo cenno, una sorvegliante immerge una gavetta nella immonda vasca delle pipì e la porge a Fatima. La faccia della poveretta riflette il dilemma a cui è sottoposta, morire di sete, durante un altro giro di traino o annullare il proprio orgoglio e bere il nauseante liquido. La poveretta si ricorda ancora quando, in università, al racconto di una spedizione rimasta senza acqua, i cui componenti erano sopravvissuti bevendo la propria orina, aveva affermato, sorridendo, che era meglio la morte ad una simile indegnità. ED ORA SI TRATTA DELLE PIPI’ DI ALTRE DETENUTE. Ma lo sguardo che fino a quel momento era ancora altero e fissava le aguzzine, si abbassa e guarda per terra. La detenuta avvicina le labbra alla gamella. Inizia a bere, cercando di ignorare il gusto.. Dalla faccia schifata delle detenuta si capisce quale sia il sapore del liquido, surriscaldato dal sole. Uno sguardo supplichevole è diretto a Madame, ma Madame su queste cose non transige, l’umiliazione deve essere completa. E così la povera Fatima è costretta a bersi tutta la gamella. A tratti la si vede chiudere gli occhi e tremare, evidentemente cerca di mandare indietro i conati di vomito.
E per la povera Fatima il destino ha in serbo anche altro, Madame Rocio si sente eccitata nel dominare questa giovane, cercherà di arruolarla tra le proprie schiave personali. Sarebbe un successone piegare la giovane ai propri voleri ed un ottimo affare, a liberazione avvenuta, poter vendere alla suocera foto compromettenti della nuora che si umilia come schiava lesbica.

Vostra detenuta nadia.
(2- continua)

28 giugno 2014

DIARIO DI UN'EDUCAZIONE 3


Diario di un'educazione – 3
I giorni di servizio si allungano monotoni: pulizia dei pavimenti, con la Oberschwester che spesso fa rifare pretestuosamente il lavoro con la serva ginocchioni. Poi lavare, stirare e …. Ripartire dall’inizio. La serva riga dritto, ha capito che non conviene sgarrare, lavora duramente ed in silenzio, come le sta insegnando la Oberschwester.
Ma c’è un altro problema: sarà il grande impegno messo nel lavoro, saranno le pause per il bagno concesse ad orari rigorosamente fissi, insomma, il già lento intestino della serva si blocca completamente. La povera stupida, anziché chiedere consiglio ed aiuto, rimanda di giorno in giorno, sperando…. Ma le scodelle di zuppa di cavoli che la Oberschwester tanto gradisce, alla povera serva stitica creano dei problemi: la serva si ritrova con un pancione dolorante e gonfio d’aria. E’ inevitabile che, piegandosi per passare lo straccio sotto al letto….. la serva ammorbi l’aria. La Oberschwester sottopone la serva ad uno stringente interrogatorio: da quanti giorni … non va? La serva cerca di tergiversare, ma la minaccia di una sculacciata la convince a confessare: “cinque”. “Cinque cosa?” inquisisce la Oberschwester “non mi scarico da cinque giorni” è la risposta della serva. La cosa è grave, una lunga telefonata alla Signora ed una alla Farmacista, fanno sì che in serata le due donne arrivino.
La serva sente le donne discutere, la Oberschwester, stavolta pare in disaccordo con le altre due. La serva, “origliando distrattamente” sente la Signora dire: “Mia cara, siamo d’accordo che la glicerina possa dare ottimi risultati ma, qui da noi si è soliti andarci un po’ più leggere, vedrà che comunque i risultati non mancheranno, glielo assicuro”.
La serva viene spedita in fretta per un acquisto urgente: “Prendi del sapone neutro da bucato e dell’olio di oliva. Prendi il più economico”. La serva si meraviglia un po’: la Signora chiede sempre il meglio, che strano.
Al ritorno la serva trova le tre donne ad attenderla. La Signora le ordina di spogliarsi e restare solo con le mutande disciplinari. La bottiglia di olio viene scaldata a bagnomaria. Poi la Farmacista prende dalla propria borsa una “pera” pera di gomma rossastra. La pera viene lentamente riempita di olio tiepido. Alla serva vengono abbassate le mutande disciplinari e deve mettersi prona, sulle ginocchia della Oberschwester, riparate da un lungo grembiule. La Signora dirige attentamente le operazioni. Il dito guantato della Oberschwester lubrifica accuratamente, poi il beccuccio di gomma della pera si fa strada nel buchetto della serva. Una leggera pressione rivela che il beccuccio si è intasato. Questo richiede l’estrazione e la pulizia del beccuccio ed una nuova inserzione. L’iniezione di olio caldo non è affatto dolorosa, anzi, alla serva piace molto venire accudita dalle tre donne. La serva viene ammonita di non perdere neanche una goccia, comunque la Farmacista mette nelle mutande disciplinari un pannolone, l’olio tiepido ha la particolarità si trovare sempre una strada per uscire, meglio evitare macchie. Alla serva pare di sognare, lasciata tranquilla a pisolare sul divano, nel tepore di una coperta. Che bello fare la “malatina”. Ma di lì ad un ora la Farmacista giudica che l’olio abbia fatto il suo effetto, ora di smuovere un po’ le cose. Viene preparato un catino con acqua calda in cui grattugiano un buon pezzo di sapone. L’acqua si fa densa e scivolosa, la consistenza è più di panna che latte. Nuova introduzione, la serva sente il caldo liquido entrare, dà po’ di fastidio ma niente più. La pera svuotata viene nuovamente riempita e reinserita più volte. Ora il pancione dà ondate di dolore che la stimolano ad andare in bagno. Ma le tre donne la trattengono sulle ginocchia della Obershwester: bisogna fare le brave bambine e resistere. Ma man mano che passa il tempo resistere diventa un impresa, la serva suda e smania. Ancora un po’ e non ce la farà a reggere fino al bagno. Ma la Farmacista ha pensato a tutto: va in macchina un attimo e torna…. Con un capace secchio a cui è adattata l’asse del water. Ecco, mia cara, dice la Signora, non preoccuparti, al momento opportuno ti accomoderai qui. Ormai la serva soffre talmente che non le interesserà scaricarsi così pubblicamente. Ma non è ancora giunto il momento, i massaggi al pancione continuano e anche le ondate di dolore. Di lì a poco la serva capisce che la prossima ondata non riuscirà a reggere. La Signora ora la incoraggia, stringi ancora un attimo, ecco, ora puoi sederti. Ed ora fai pure. Ma nonostante lo stimolo così forte, la serva fatica, è dopo un buon cinque minuti di “spinte” che un urlo di dolore ed un tonfo nel secchio annunciano alle Signore che è saltato il “tappo”. La serva, persa nelle coliche e nelle scariche che la devastano, quasi non nota la gioia delle Signore: non ci sarà bisogno di portare la serva al pronto soccorso, anzi, dopo un bidet ghiacciato e l’applicazione di una bella cremina lenitiva uniti ad una nottata di riposo, il buchetto della serva sarà nuovamente disponibile per l’intensivo programma di rieducazione e condizionamento intestinali che le Signore hanno ideato.
(3- continua)

1 febbraio 2012

PENSION BALNEARIA 20

Cara Monika,
e così, mentre noi, al ritmo di tre carriole al giorno stiamo approntando il giardino zen, con la perra che si è scoperta l’anima di architetto e ci dà gli ordini più assurdi. Come se non bastasse i rozzi zoccoli di legno ci stanno massacrando i piedi, ormai pieni di vesciche, inoltre non ci viene data la possibilità ed il tempo per lavarci, per cui puzziamo tremendamente, come ci è stato fatto notare molto grossolanamente dalla perra che ha annusato l’aria vicino alle mie ascelle e si è tappata il naso.
I lavoro alla pension e le relative punizioni stanno toccando alle altre dipendenti, ora retrocesse a sguattere. Alla agognata ora di fine lavoro, quando possiamo andare in  mensa per la sbobba che ormai costituisce il pasto delle dipendenti, vediamo sulle guance di alcune i segni delle lacrime e spesso ci vengono confidate le angherie ricevute. Per tenere sottomesse le dipendenti la scelta della perra è la paura, paura della segregazione nel quarto oscuro, paura di percosse da parte di gog e magog, paura delle punizioni sempre più dolorose.  Il potro è una delle punizioni più assegnate: una volta legate là sopra bisogna solo sperare nella clemenza delle aguzzine. Mi vengono riferite dolorosissime bacchettate, ma la cosa più temuta sono una serie di dilatatori che vengono infilati dietro. Si tratta di una  terribile umiliazione, visto che la cosa avviene in pubblico e che qui in spagna …. l’entrata del lato B è un tabu femminile. Oltretutto è anche doloroso, viste le dimensioni dei dilatatori, e per fortuna non si fa economia sulla vasellina!
Il guaio mio e di Pilar è che ora tutte le nostre compagne di sventura pretendono che, come loro rappresentanti, chiediamo udienza alla perra, per contrattare condizioni più umane di lavoro e punizioni meno dolorose. Visti i maltrattamenti ricevuti in precedenza per esserci fatte sentire, abbiamo cercato di sottrarci ma se non vogliamo venire picchiate dalle colleghe, dovremo andare di nuovo dalla perra. Insomma si tratta di scegliere da chi essere picchiate, terribile dilemma.
Cara Monika, ti farò sapere gli sviluppi,
uno zoppicante saluto in divisa di fatica,
tua sguattera Nadia
(20- continua)
© disegno Georges Pichard

15 maggio 2011

IL PRIMO MESSAGGIO DALLA SGUATTERA LUCIA

Cara Monika,
la situazione si sta evolvendo rapidamente. Oggi le Signore sono venute, di sorpresa a prendere il tè, ho preso a prestito una delle divise di Barbara e le ho servite. Sono poi stata congedata e sono restata in attesa in cucina per tre lunghe ore. L’Infermiera mi ha poi raccontato: Barbara ha chiesto di poter continuare a fare la domestica, non intende assolutamente farmi da padrona, anzi servirà in mia compagnia. E’stata irremovibile ed ha resistito a tutte le lusinghe e le minacce delle Signore. Devo dire che la cosa mi ha profondamente commosso, avrebbe potuto maltrattarmi a sua volontà per un mese, godendo dell’impunità più assoluta, invece si sacrifica per aiutarmi.
Le Signore hanno deciso che non vale la pena fornirci di nuove divise, basterà che mi faccia adattare la divisa che ho preso a prestito da Barbara.
Tra una settimana prenderemo servizio nella villetta in montagna che le Signore hanno già deciso verrà chiamata “Villa Penitenza”.
Vista la mia situazione, possiamo darci del tu? Grazie.
Sguattera Lucia

Certamente sì, Lucia. 
Grazie del contributo che sei riuscita a far arrivare al nostro blog. Immagino che molte signore si stiano chiedendo che tipo di divisa ti fanno indossare.
Monika, domestica

27 febbraio 2011

TRE NOTE DALLA SIGNORA LUCIA


Dalla signora Lucia Marchi (che ringraziamo sentitamente) riceviamo queste tre interessanti note che riguardano la vita quotidiana, i doveri e le punizioni della sua serva. Considerazioni che, crediamo, saranno utilissime anche alle altre signore che ci seguono e da un punto di vista evidentemente opposto, alle loro serve e domestiche.
Monica, domestica


Il Centro Commerciale
I compiti della nostra serva vengono svolti di solito tra le mura domestiche, ma vi sono occasioni in cui deve rendersi utile anche all’esterno. Una volta a settimana, infatti mi accompagna al centro commerciale. Indosserà una divisa nuova, pulita e stirata di fresco, e calzerà un paio di zoccoli.
Parcheggio sempre piuttosto lontano dall’ingresso in modo che sia costretta a fare un po’ di esercizio. All’interno del centro commerciale, dovrà rispettosamente seguirmi, spingendo il carrello ed incaricandosi di prelevare dagli scaffali tutto ciò che è pesante o scomodo da raggiungere. Una volta che gli acquisti sono fatti le toccherà farsi la coda alle casse. Poi mi concedo una buona ora di shopping nei vari negozi del centro commerciale, mentre la serva attende pazientemente in piedi accanto al carrello.


La Schiena
Sollecitata anche dall’intervento di Janine, ho notato che spesso la mia domestica, dopo lunghe ore passate a pulire i pavimenti o a lavare i panni, fatica a raddrizzare la schiena e si massaggia la zona lombare. Ciò indica che la serva non mantiene un corretta postura. A scanso di futuri problemi, ho deciso di intervenire prontamente. La ho accompagnata in un negozio di ortopedia e la ho costretta ad acquistare un corsetto rigidissimo, che si può stringere moltissimo mediante pratiche chiusure in velcro. E’ il toccasana per la sua situazione, è molto costrittivo e la costringe a stare perfettamente dritta. Inutile dire che il suo uso è sgraditissimo, sia per la limitazione di libertà dei movimenti, dato che diventa difficile anche sedersi sul bagno, che per la frizione che crea in alcuni punti irritando la pelle. Pertanto è entrato subito di diritto a far parte degli indumenti punitivi.


Il Super Pannolone Ecologico
Mi è molto piaciuta l’idea … ecologica della Signora Julia per i pannoloni di cotone, sicuramente dover lavare il proprio … prodotto dal pannolone porta l’umiliazione e lo schifo di sé della punita al massimo. Non so se la mia serva ha lo stomaco abbastanza forte per sopportare questa punizione, ma a volte basta la minaccia…. per cui le ho fatto preparare una buona scorta di pannoloni costituiti da una ventina di strati di mollettone di cotone. Sopra a questo va indossata una mutandina impermeabile in gomma, riutilizzabile. Per prevenire perdite, in caso di lavori pesanti o di lavori fuori casa, oltre a pannolone e mutande farò indossare una tuta dimagrante impermeabile, i cui calzoni lunghi convogliano l’eventuale sgocciolamento residuo negli stivali di gomma. All’esterno per garantirsi da manipolazioni, come consigliato da Julia, un jeans bianco largo, per accomodare l’ingombro del pannolone, con cerniera e cintura bloccate da un piccolo lucchetto di cui solo io ho la chiave.

24 febbraio 2010

UNA LETTERA DA JOSEPHINE / A LETTER SENT BY JOSEPHINE


Hi, Monika.
My name is Josephine, im 43 and I am a spanish reader of your blog "la domestica risponde", i love it. I dont understand italian, but the most of the words are similar to the spanish ones, and if not, i use a traductor. Well, i´ll tell you my story.
Five years ago, one of my friends died in a car accident. Marta, her daughter, whose father died when she was 12, was alone and she needed money to study a grade, so i gave her the money with the following condition: After finishing the grade, she will be my maid for 5 years. She accept and she began de grade. Now, she is 24 and its time to receive my compensation. Shes a nice young girl, and i admit it, i am a little bit cruel, and i think i can have fun with her. I want her to learn how hard can be the life. So she is going to start to be my maid of all works.
I have a really big house, and she will be my only maid. I putted a old and small bed in the scullery for her.
If i write you, its becouse i know you are experienced, and i want you to tell me everithing about uniforms, "orario della domestica", dutties, punishments (as hard as posible)....
Dont worry about the money, i have enough for buying any kind of uniform, apron or whatever.
Thanks for all, and be as strict as possible with everithing. Thank you again.

Sincerely Yours
Josephine

P.D.: I would like to see it as a post in your blog, it would make me happy. Thanks

Dear Josephine,
your new maid faces 5 years of total domestic slavery, so we'll fix everything that your domestic slave will deserve. Look for the next posts, they will be named "5 years of domestic slavery" and will contain every information you need. Soon I'll translate your nice letter for italian mistresses. If you have any question, please feel free to write to me and at any time.
Monika, maid

6 dicembre 2008

DOVE FAR DORMIRE LA SERVA


ciao serva Monika, ho un problema che vorrei risolvere: la mia donna di servizio dorme in una stanza che ora vorrei adibire a guardaroba. Dove la posso mettere a dormire? 
grazie, e sappi che i tuoi consigli sono semplicemente favolosi!
Lorena

Gentile signora Lorena, 
grazie dei complimenti! Arrossisco nel mio grembiule!
Per quanto riguarda la domestica, direi che potrebbe benissimo dormire in cucina in una branda, o nello stanzino delle scope se è abbastanza grande. Se dorme in cucina, sarà naturalmente obbligata alzarsi, lavarsi, cambiarsi e raccogliere le sue cose e la branda molto presto, prima che si sveglino i padroni. Se dorme nella stanza delle scope avrà già tutti i suoi attrezzi di lavoro, detersivi, grembiuli uniformi zoccoli, stracci, scope, secchi e guanti tutti nello stesso posto con lei, e questo sarà molto utile a ricordarle il suo posto nella casa.
Un caro saluto
sua Monika, serva