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30 giugno 2016

CENTRO DE DETENCION MADAME ROCIO 7/2 - TRATTAMENTI SPECIALI

Trattamenti speciali
Madame si permette una bella siesta, perfette queste usanze ispaniche. Prima di tornare alla sua pony Madame rilegge una mail firmata da “Aunt Lucy”. Questa mail contiene la richiesta di un VIP per una conversazione telefonica con Fatty.
Nella trottata pomeridiana Fatty è svogliata,. Saranno il caldo o la sete, ma non riesce a mantenere la dovuta velocità. Tanto che Madame esasperata inizia a schiaffeggiarle le tette. Per Madame, lesbica convinta è una folgorazione, colpire quegli enormi globi, sculacciare le enormi chiappe in cui la mano sembra penetrare senza fine. Madame è colta da una piacevole eccitazione: si, questa grassona merita speciali cure. Al rientro a Fatty viene permesso di bere, privilegio non da poco. Caccia la testa nell’abbeveratoio e beve, proprio come un perfetto pony.
Ed è proprio allora che una Sorvegliante comunica a Fatty che tra un ora c’è uno speciale appuntamento telefonico. Fatty mal dissimula un sobbalzo di gioia: finalmente il suo amico VIP è intervenuto. La detenuta gongola, è certa che tutti i suoi guai stanno per terminare, essere amica molto intima di un politico è sempre un gran vantaggio. Fatty medita addirittura vendette su Madame Rocio, se appena ne avrà la possibilità soffocherà quella stronza aguzzina sedendosi sulla sua faccia. Ed addirittura Fatty fa alcune mosse della “danza del tacchino”, mentre la sorvegliante la porta nello studio di Madame, dove si terrà la conversazione telefonica. Fatty entra con un malcelato sorriso di dileggio sulla faccia per la “stupida puttana bianca”, nome con cui, tra sé e sé osa chiamare Madame.
Un rapido squille e Madame risponde, poi le passa l’apparecchio. Ma Fatty sta per restare delusa: la voce al telefono è inequivocabilmente femminile. “Ehi Fatty, ti ricordi di me?” No Fatty non riconosce proprio quella voce, ed ancora: “Fatty, sono la Giudice, quella che hai osato chiamare vecchia stronza, quella che hai osato minacciare di schiacciare a morte con il tuo peso.
Mi sembri sorpresa, Fatty di sentire la mia voce. Forse ti aspettavi di sentire il Ministro XXXXX? Beh, se lo aspettavi, sappi che, dopo che ha tentato di annullare la tua condanna, gli ho spedito quelli del Tesoro. Sapessi quante irregolarità e reati hanno scoperto! E così il tuo amico XXXXX è momentaneamente in galera, ci resterà per 30 anni buoni. Ora, Fatty, veniamo a noi, devo annunciarti una cosa: Madame Rocio, mia buona amica ed efficiente Direttrice del migliore carcere Off-shore, si presterà a spiegarti che non si deve mai mancare di rispetto ad una persona anziana, ed in particolare alla propria Giudice. Credevi forse di potermi insultare impunemente, visto che stavi per essere deportata? Ti sbagliavi, oh se ti sbagliavi”. Fatti cerca di farfugliare qualcosa ma Madame Rocio ha già ripreso il telefono e prosegue una fitta conversazione. Due Sorveglianti accompagnano fuori la detenuta, la prima fermata è l’infermeria. Una infermiera pratica a Fatty un primo clistere da un litro. Se queste sono le punizioni “speciali”, niente di cui preoccuparsi, si dice Fatty. Ad evacuazione avvenuta, l’Infermiera, non soddisfatta del risultato pratica alla detenuta un secondo clistere, con abbondante sapone. Questa volta da due litri. Ora, visto il pancione di Fatty ci vorrebbe ben altro per farla preoccupare. Ma, una volta che si è scaricata Fatty scopre che le Sorveglianti hanno pazientemente aspettato, non è un buon segno, la aspetta dell’altro.
Ora la detenuta che viene accompagnata nel budoir privato di Madame. Qui giunte le Sorveglianti spogliano Fatty. Ai polsi vengono allacciate spesse polsiere di cuoio rinforzato con acciaio. Le polsiere allacciate dietro la schiena. Il cavetto di acciaio di un piccolo argano sollevatore elettrico viene attaccato alle polsiere di Fatty. Le viene anche messa una sbarra che collega le caviglie, tenendole allargate tra di loro. Le Sorveglianti lasciano così Fatty: in piedi ma resa completamente inerme, poi, in base agli ordini ricevuti, se ne vanno.
Fatty viene lasciata lì legata ed impotente per una buona ora, a chiedersi che cosa le stia per succedere. La disillusione, nel sentire le parole della Giudice, è stata grande. Non solo, ora Fatty è veramente preoccupata, cosa si saranno dette Madame e la Giudice, che castighi la attendono, a cosa servivano i due clisteri?
Non meravigli l’ora di attesa, Madame Rocio, da buona psicologa, sa benissimo che l’attesa di una spietata punizione fa male quanto, se non di più, della punizione stessa.
Improvvisamente si sente un rumore di tacchi avvicinarsi, sta per arrivare Madame Rocio! Madame guarda a lungo, senza parlare, il sovrabbondante corpo di Fatty. Poi: “Bene, mia cara, come avrai capito io faccio sul serio. Ora vedi di eseguire tutti i miei ordini, se non vuoi che la tua situazione peggiori ancora di più. Madame si avvicina ad un attaccapanni, ed inizia a togliersi la mise di cuoio bianco. Al di sotto appare della raffinatissima biancheria intima. Ora Madame si toglie anche le mutande. Fatty segue muta la scena. Da un capace cassetto Madame ha preso uno strano oggetto, di plastica morbidissima, fornito di larghe comode cinghie. Madame indossa con facilità questa strana mutanda. Ora Madame prende una scatola in cui trovano alloggio numerosi strani oggetti, alcuni falliformi, altri bitorzoluti ed infine tre costituiti da sfere di diametro crescente, unite tra loro, come fossero alberi di natale. La sfera più grossa, in assoluto, è grossa come una boccia, un diametro incredibile. Madame prende la minore delle appendici falliformi e la avvita saldamente alla propria mutanda. Pare che Madame Rocio abbia un pene in erezione, e di buone dimensioni!
Madame si avvicina a Fatty ed inizia ad accarezzare a piene mani le poppe e le natiche che la hanno incantata. Mia cara, ti chiederai che cosa io abbia indossato: è una mutanda di gomma che sostiene un doppio fallo: uno è al mio interno, l’altro, che può essere cambiato con varie misure, è destinato al tuo culetto. Fatty resta di sale, mai si sarebbe immaginata in quella situazione. Ed ora Madame Rocio prende un largo contenitore da cui preleva abbondante pomata lubrificante di colore arancio. La spalma sul pene destinato a Fatty. Mentre la guarda con sguardo assatanato. Fatty inizia ad agitarsi, ma ora Madame Rocio aziona l’argano, sollevando all’indietro i polsi di Fatty, costringendola così a piegarsi in avanti. L’argano non si ferma, torcendo dolorosamente le spalle di Fatty e costringendola a stare sulle punte. Madame sa benissimo che, data la mole di Fatty, non è possibile sollevarla in questo modo senza gravi danni, peccato, era uno dei metodi preferiti dall’inquisizione. Ma il messaggio è arrivato a Fatty che si lamenta del dolore a gran voce e promette che se Madame rilascia solo un pochino la corda, starà buona. E così Fatty può appoggiare le piante dei piedi a terra. Ma ora Madame passa a lubrificare il buchetto di Fatty che, ricordiamolo, è comunque piegata in avanti e con le caviglie ben allargate. Ed ora Fatty sente il pene di plastica premere sul suo sfintere. La reazione è quella di stringere disperatamente. Ma la cosa fa arrabbiare Madame che prende nuovamente il comando dell’argano. Le braccia di Fatty vengono nuovamente messe in tensione. Il messaggio viene ricevuto e la detenuta rilassa un po’ lo sfintere. L’intrusione è umiliante e dolorosa. Ben presto Fatty sente un terribile bruciore che aumenta costantemente. Se andassimo a vedere la provenienza della pomata arancione spalmata sul fallo, che viola il culone di Fatty, scopriremmo che è costituita da un ottimo lubrificante per usi medici, mescolato ad una buona percentuale di peperoncino in polvere! Ha ragione la povera Fatty di strillare!
Per fortuna Madame Rocio impiega per “sverginare” il buchetto un fallo lineare, per di più di piccolo diametro. Se Fatty soffre così già con questo non riesco ad immaginare cosa le succederà con gli “alberi di natale”, dove lo sfintere viene stirato e rilassato a dismisura, da ognuna delle sfere di dimensioni crescenti.
Ora guardiamo la detenuta, come ricordate è lì piegata in avanti. Piange come un vitello e non ha alcuna possibilità di ripulirsi, cola lacrime e “moccio”, insomma è ridotta proprio “una vera chiavica”. Ma il suo martirio odierno è solo all’inizio, Madame ha apprezzato moltissimo le vibrazioni trasmesse dallo sfintere violato di Fatty, decide così di proseguire nella dilatazione, usando un fallo di maggiori proporzioni. Nuova spalmata di abbondante lubrificante al peperoncino. A Fatty viene lasciato un quarto d’ora per riprendersi, finalmente può stare eretta, sia pur sempre con le mani bloccate dietro la schiena. Madame passa una spugna umida sul viso, ripulendola un po’. “Ti avevano descritta come una dura, invece ti stai dimostrando un budino”, scherza Madame con la sua vittima. Niente viene invece fatto per lenire e ripulire il povero buchetto della detenuta.
E gli strilli di Fatty alla successiva introduzione sono definibili come “strilli di una gallina spennata viva”. Ma anche stavolta il supplizio deve durare fino a che Madame Rocio non ha goduto a dovere dei tremiti e movimenti trasmessi dal sistema del doppio pene di gomma.
Solo allora Madame fa portare dell’acqua in cui galleggiano dei pezzi di ghiaccio e permette a Fatty di praticarsi un buon bidet riparatore. E Fatty si sente dare l’appuntamento per tutti i giorni della settimana seguente. Come hai visto, mia cara, abbiamo ancora molte cose da fare, è la frase di Madame Rocio.
E’ una Fatty distrutta e scontrosa, quella che verrà riportata in mezzo alle altre. Per la vergogna non vorrà confessare alla proprie complici di “essere stata inc…. dalla direttrice”
(7/2- continua)

29 giugno 2015

CENTRO DE DETENCION MADAME ROCIO 3 - DETENUTE AI LAVORI FORZATI


Nobili Signore serva sudiciona,
proseguo nel racconto della prigionia al Centro.

Al lavoro!

Come nuove arrivate ci è stato concesso un periodo di ambientamento, questo è il discorso che ci la comandante delle sorveglianti. Da domani cominceremo a lavorare. Dovete sapere, infatti che il Centro prevede il duro lavoro come parte principale della pena. Svariati sono i lavori a cui siamo obbligate, tra i più faticosi abbiamo il lavoro alla salina e l’approvvigionamento d’acqua. Dovete sapere che il deserto su cui si trova il Centro, anticamente era il fondo dell’oceano. Durante le ere geologiche l’acqua si asciugò gradatamente, lasciando uno strato di un metro di pregiato sale, molto apprezzato dai cuochi di grido. Di seguito un vulcano coprì di lava e lapilli il prezioso strato di sale. Sarebbe economicamente poco conveniente sfruttare questo tipo di salina, a meno di avere della manodopera gratuita. E madame Rocio ne ha in sovrabbondanza!. Infatti noi detenute dobbiamo lavorare in una miniera a cielo aperto, appunto “la salina”. Il lavoro della salina è tra i peggiori: si lavora in pieno sole, con temperature da delirio. Inoltre, essendo il deserto una biosfera protetta, non sono permessi mezzi a motore, tutto il lavoro deve essere eseguito a mano da varie squadre di detenute che si alternano. Il lavoro più pesante, di scavo, viene eseguito nottetempo, il trasporto del sale scavato viene invece eseguito in pieno sole. I lavori vengono eseguiti da gruppi di due detenute, incatenate tra di loro. Va da sé che i due gruppi di schiave-detenute siano stati soprannominati “le talpe” e “le mule”, a seconda del tipo di lavoro.
Dimenticavo di dire che il lavoro è diversificato a seconda della pena, io per esempio sono tra le fortunate condannate ad una pena più breve e meno dura. Nel mio caso il lavoro di scavo viene eseguito con una zappa, sul terreno già scavato dal gruppo delle “irrecuperabili”, le detenute condannate a dure ed interminabili pene, tra le quali l’immancabile perra. La stessa cosa accade anche nel gruppo delle mule: durante questa corvè io caricherò e guiderò il carretto contenente il sale scavato e la perra dovrà trascinare a viva forza il carico lungo una interminabile salita per uscire dalla salina.
E siamo al primo giorno di lavoro. Dobbiamo indossare la puzzolente divisa di fatica. Poiché abbiamo la fortuna di poter scavare di notte, possiamo fare a meno di indossare il cappuccio e le guardiane tollerano che la divisa non sia ben abbottonata. Per iniziare dobbiamo rimuovere con badili e picconi lo strato di lava, che viene ammucchiato da parte. La perra e le altre sventurate devono armarsi di picconi e mazze ed iniziare a rompere il durissimo strato superficiale di lava. Ben presto le loro divise sono macchiate di sudore che si irradia da sotto le ascelle fino ad inzuppare più o meno tutta la divisa. Non sono concessi guanti da lavoro e ben presto le loro mani sono arrossate e piene di vesciche, fino a quando non si formeranno degli spessi calli. Ho occasione di vedere più volte la perra, mentre piccona alla disperata, sorvegliata a vista da una guardiana che le impedisce di battere la fiacca. Le guance rosse, respira a bocca aperta, cosa che le ha seccato la gola, tanto da non riuscire più a parlare, ma emette un “ahrrr” quando viene colpita dallo scudiscio della guardiana. Dal canto mio non è che si vada meglio, la divisa è molto pesante e sono in un bagno di sudore, la zappa non sarà pesante quanto il piccone ma le mani fanno malissimo, anche perché l’ambiante salino in cui ci troviamo è proprio il meno adatto per le vesciche che si stanno formando. Ben presto mi sento morire di sete, mi guardo attorno, ma nessuna pausa ci viene concessa, tanto meno vedo borracce od altro.
Poi dobbiamo armarci di carriole e trasportare il frutto del nostro sudore dove detenute più fortunate sono addette all’insacchettamento del prezioso sale. Inutile dire che anche con la sola divisa di fatica siamo in un bagno di sudore. Sudore che ci sottrae preziosi liquidi, siamo tutte molto disidratate, al punto che le nostre gole sono asciutte e parliamo a fatica. Daremmo tutte un dito per poter avere una brocca di acqua, fosse pure calda! Ed invece la regola è la solita, il liquido necessario ci viene fornito dalla insipida sbobba che divoriamo e devo dire che lecchiamo a fondo le gavette, neanche una goccia del prezioso liquido deve andare persa.

L’Ambulatorio
Ben presto veniamo a sapere che al Centro non conviene darsi malate: Madame Rocio è laureata in medicina e si occupa personalmente della salute delle detenute. E una delle perversioni di Madame è proprio sado-medica, si è fatta costruire un grande ambulatorio medico, dotato delle più moderne attrezzature. E, direttamente nell’ambulatorio danno alcune celle, dove vengono rinchiuse le detenute bisognose di cure e le vittime che Madame decide di sottoporre alle proprie voglie.
Visitiamo una delle cellette: un letto di quelli da ospedale, con la testiera di ferro. Robuste cinghie di cuoio collegabili a catene di diversa lunghezza, permettono di bloccare la “paziente”. La cella è sempre fastidiosamente illuminata. Di fianco al letto un capace “secchio igienico”, quando Madame non decide di fare indossare alla propria vittima le umilianti mutande impermeabili con relativo pannolone.
Ma torniamo in ambulatorio, il mitico ambiente che atterrisce le detenute. Due lettini ginecologici, regolabili in tutte le posizioni, una poltrona di contenzione simile alla poltrona di un dentista ed attorno moltissima strumentazione. Il resto dell’attrezzatura è ben ordinato in grandi armadi a vetri. Madame non ha risparmiato di certo in questo suo hobby. Ma il clou dell’ambulatorio è che una parete dà direttamente sul salone dove noi detenute consumiamo i pasti. Un sistema automatico permette di scoprire un grande finestrone, per realizzare quello che le sorveglianti chiamano il “teatrino”, l’ultimo grado della umiliazione, dove tutte possono vedere cosa viene fatto alla loro compagna. Ovviamente un sistema di altoparlanti trasmette i lamenti. Spesso i lamenti di una punita fanno da lugubre colonna sonora ai nostri pasti.
E non si è certo lesinato sulle attrezzature: apribocca da dentista, divaricatori, speculum, sonde, clisteri, addirittura l’attrezzatura per gastroscopie e colonscopie. Vi assicuro che la sola prospettiva di venire convocata in ambulatorio mi fa venire i brividi nonostante il caldo asfissiante.

I clisteri
Al Centro tutte le detenute ricevono giornalmente di routine uno o più clisteri che ci mantengono con le pance doloranti, ma ci permettono di sopravvivere alla mancanza d’acqua. La quantità di acqua di questi clisteri formato “famiglia” varia tra i 2 ed i 3 litri, secondo le capricciose prescrizioni di Madame. Comunque dolorosi ed odiati dalle detenute, sono clisteri di idratazione, da trattenere il più a lungo possibile per reidratare i nostri corpi permanentemente assetati. L’apparecchio è sempre posto ben in alto e la somministrazione avviene sempre velocemente, per cui creano dolori e crampi. E non pensate sia semplice trattenere il liquido sufficientemente a lungo, se qualcuna non riesce, cioè quasi sempre, viene applicato “el tapon”, un grosso tappo anale, molto fastidioso. E’normale vedere le detenute camminare a passettini, con le natiche ben strette e faticare a piegarsi durante il lavoro, appunto per la pancia gonfia, dopo il quotidiano clistere.
Ma esistono ben altri clisteri, clisteri di punizione, questi amministrati personalmente da Madame, addirittura a volte l’esecuzione viene mostrata a tutte le detenute nel “teatrino”, in modo che la vergogna della punita sia massima e che l’accaduto serva da monito per tutte le altre.
Sono volutamente breve sull’argomento clistere perchè ve ne parlerò diffusamente in numerosi episodi, come il seguente.

L’iniziazione
E’ una delle solite mattine al Centro. Madame Rocio si reca in ufficio ed automaticamente dà un occhiata alle numerose mail ricevute dalla sua rete di amiche, tutte persone importanti e dominanti. Resta sorpresa da una mail firmata Conchita, mescolata al fastidioso onnipresente spam. Un click e legge la mail della sua amica del cuore della gioventù trascorsa in collegio. La sua amica, ora dirigente di una banca, le scrive annunciandole l’arrivo di una nuova schiava da plasmare: una giovane funzionaria che ha causato un grosso danno che le potrebbe costare il disonore ed anni di prigione. La giovane ha chiesto pietà ed ha accettato di sottoporsi ad un periodo di rigorosa disciplina, firmando altresì una completa confessione che le impedirà qualsiasi forma di ribellione o ritorsione. “Ed è così che ho pensato a te, mio amorrr. Ho avuto modo di visitare il tuo “Centro de detencion Maxima” l’ultima volta che ci siamo incontrate e mi è piaciuto moltissimo. Se sei d’accordo ti invio sicuramente questa giuggiolona, ti allego le sue risposte al questionario che mi avevi inviato, vita sessuale praticamente assente, nega di masturbarsi, mai ricevuto un clistere eccetera. Vedi di divertirti a domarla e di farmene una buona schiava.”
Madame rilegge incredula ed eccitata la mail. Poi chiama la comandante delle guardiane, in modo che organizzi il viaggio di trasferimento “per una cerbiatta”. Ciò significa che la nuova detenuta dovrà sì camminare per tre giorni, ma le saranno risparmiate buona parte delle percosse e le verrà data doppia razione di acqua, Un trattamento di grande favore. Passa qualche giorno e la giovane detenuta in questione giunge al Centro. Viene assegnata al blocco delle detenute recuperabili, quello per inciso in cui è rinchiusa anche la narratrice, anziché al blocco di “maxima pena” dove scontano condanne più o meno a vita le “irrecuperabili”, tra cui la perra.
Ma torniamo alla nostra giovane, di nome Zinia. Sono passati alcuni giorni ma non si è ancora ambientata, spaventata dall’inferno in cui si è trovata proiettata piange e si dispera e quasi non mangia. La cosa non sfugge a Madame, la pollastrella è cotta a puntino, si dice. E ad un ordine di Madame la giovane viene accompagnata nell’ambulatorio. Alla povera Zinia è stata fatta indossare, per eccesso di zelo delle guardie, la divisa di punizione ed è stata lasciata una mezz’ora al sole. Le pare di essersi liquefatta, sente rivoli di sudore su tutto il corpo. Il corsetto le impedisce di respirare liberamente.
Ed improvvisamente alla detenuta appare Madame, in una mise aderente di latex candido. Contrariamente all’esterno negli ambulatori e negli appartamenti di Madame un perfetto sistema di condizionamento mantiene temperatura ed umidità ai valori ideali.
Madame Rocio ha un sorriso, vedendo le pietose condizioni della futura schiava. Ordina alla propria assistente preferita di spogliare la detenuta Zinia. La poveretta è in condizioni igieniche, diciamo, pessime. Sono passati ormai otto giorni dall’inizio del suo incubo e dall’ultima doccia. Le viene ordinato di restare in piedi, con gambe e braccia lontane dal corpo. Madame prende alcune misure. Poi indica con l’indice alla detenuta una porta. All’interno una grande stanza da bagno. La giovane si illude che le permettano di fare una doccia, così riuscirebbe, a dirigersi il getto sulla bocca aperta e calmare la terribile sete che la attanaglia. Ma niente di tutto questo, Madame le mostra un bidet, importato appositamente dall’Italia, e le ordina di sedersi. Dopo di che Madame si arma di sapone e spugna e la sottopone ad un delicato quanto imbarazzante lavaggio intimo. Ancor più imbarazzante perché Madame insiste sulle parti …. sensibili ed un ditino malizioso di Madame si infila anche nel buchetto. Zinia è in confusione, non lo confesserebbe mai, ma ovviamente sa trarre piacere dal proprio corpo e ne approfitta spesso..
Madame porge alla detenuta un panno, perché si asciughi e la fa salire su di un lettino. Sottopone poi la detenuta ad una accurata visita medica. Una volta stabilito che la giovane è in grado di sopportare senza problemi il durissimo regime del Centro, Madame passa al proprio piano.
Zinia sente le mani di Madame che le sfiorano e sollecitano i capezzoli, fino a farli rizzare. E’ poi la volta della patatina, Zinia si morde le labbra per non mettersi a mugolare, ma il fatto non sfugge a quella marpiona di Madame. Poi si passa al ventre, mani esperte premono e saggiano la pancia abbastanza gonfia, poiché la nuova dieta, unita alla privazione di buona parte dei liquidi, hanno bloccato …. le cose. La giovane, presagendo guai, cerca di negare il problema, ma un dito …. invadente di madame ritorna col guanto macchiato, rivelando la vergognosa realtà. Madame, ovviamente ha la soluzione ed è ben decisa a sfruttare la situazione per le proprie mire.
Una piantana spunta da un angolo, su di questa viene agganciata una sacca semirigida di silicone semitrasparente. Si tratta di una sacca piccola, solo due litri. Per questa prima volta Madame sceglie un blando infuso di camomilla tiepida. Alla fine del tubo Madame installa la sonda più piccola della propria collezione. Si tratta di una sonda ospedaliera, di gomma verde, stelo grosso come un dito. L’estremità ingrossata della dimensione di una grossa oliva ascolana porta numerosi fori. Lo stelo non è liscio ma ha un profilo ondulato, alternando punti più larghi a punti più sottili, in modo che lo sfintere possa fare presa, senza che la cannula penda a sfilarsi. E per iniziare, una buona lubrificata a sonda e buchetto, mettono ancora più in ansia la giovane. Madame verifica maternamente la temperatura della sacca, poggiandovi una guancia …. perfetto piacevolmente calda. Ora Madame regola l’altezza in modo che la sacca sia abbastanza bassa ed afferra la sonda. Invita la giovane a rilassarsi e appoggia la punta al buchetto. La reazione involontaria è di stringere ancora di più, ma Madame ha deciso di non essere brutale, questa prima volta. Parla con dolcezza alla ragazza e mantiene una leggera pressione su buchetto. Pia piano lo sfintere si rilascia, permettendo l’ingresso del misterioso oggetto. Zinia sente l’invasione ed arrossisce completamente, Madame nota che è arrossita anche la “pelata”. Ma è il momento di cominciare, Madame apre lentamente il rubinetto. Zinia sente subito l’invasione dell’acqua, la temperatura è leggermente più alta di quella del corpo ed è …. stranamente piacevole. Convinta dalla sollecitudine di Madame la ragazza si rilassa, sentendo il flusso del liquido caldo che la invade. Passa qualche minuto di piacevole languore, ma ben presto Zinia inizia a sentire voglia di andare al bagno. La voglia diventa ben presto una urgenza e la povera giovane si trova con la pancia che le impone una irrefrenabile voglia di spingere e scaricarsi. Ovviamente il peso delle convenzioni e l’educazione le impongono di ignorare questo stimolo, soprattutto in presenza di altre persone. La ragazza ormai suda vistosamente e Madame nota che i muscoli delle natiche sono stretti spasmodicamente. Madame ferma l’acqua e chiede alla ragazza cosa la turbi, provocando un altro accesso di rossore e una risposta balbettante ed incomprensibile. Madame decide di abbreviare i tempi, le mani esperte riprendono a premere, delicatamente ma profondamente la pancia. Zinia è ormai allo stremo, le dita della Signora penetrano la barriera opposta dai suoi muscoli ventrali, scatenando brontolii e dolori. Rendendosi conto che la ragazza è allo stremo, Madame Rocio ordina con un cenno alla sorvegliante di sparire immediatamente. Restate sole inizia a tormentare la ragazza per provocarne il crollo. “Cosa c’è per agitarsi tanto?” chiede. “Signora, avrei, avrei bisogno di di…” “Di cosa, rispondi subito oppure riapro l’acqua e continuiamo”, Zinia ormai non ha più nessuna risorsa per difendere il pudore e risponde: “Devo cagareeeeee subito, per favore, SCOPPIO!!!”Madame apre le cinghie che trattenevano la ragazza sul lettino, le ordina di stringere, che non si faccia sfuggire l’acqua lì in ambulatorio. Sfila la cannula a fatica, tanto le chiappe sono spasmodicamente strette. Indica la stanza da bagno alla detenuta che si affretta, piegata in due dal dolore. Zinia si fionda sul water ma si accorge che la Signora la ha seguita nel bagno. “per pietà Signora, non voglio, non posso…….”, “Siamo solo noi due, puoi farlo, lasciati andare e spingi, altrimenti ti schiaccio la pancia”, “No Signora, per pietà, aspetti, mi concentro”. Ed arrossendo la detenuta rilascia un torrente d’acqua. Ovviamente non è solo acqua e ben presto tra scorregge e scrosci l’aria si fa irrespirabile. Ma Madame Rocio pare non essere disturbata dall’odore. Dopo un buon quarto d’ ora Madame chiede alla detenuta “hai finito?”, al cenno di assenso della ragazza Madame la fa ripulire, alzare e la riconduce al lettino. Riempie nuovamente la sacca, sotto lo sguardo preoccupato di Zinia, e lubrifica nuovamente il buchetto. “Ora non preoccuparti, sei abbastanza vuota, se fai la brava non ti farò male” dice alla giovane. Ed è di parola, Zinia sente il liquido caldo che entra, una sensazione di pieno niente affatto dolorosa accompagna la lenta instillazione. Madame palpa, in maniera esperta il ventre, la detenuta contiene ora un litro e mezzo. Ora di iniziarla al piacere della schiavitù, chiude il rubinetto ed estrae la sonda. “Adesso ti metto un piccolo tapon” dice Madame. Un accessorio piriforme, di colore bianco, ben lubrificato è pronto. Una subitanea sensazione di dilatazione dice alla giovane che il “tapon” è entrato. Sollecitata dalle parole di Madame si rilassa, ora le dita abili di Madame le regalano un orgasmo intensissimo. E nell’animo di Zinia spunta il desiderio di ricambiare Madame dell’orgasmo che le ha donato. Chiede a madame di liberarla e si inginocchia di fronte a lei, con la pancia ancora gonfia del meraviglioso liquido. Madame si toglie le mutande in latex ed accetta l’omaggio della inesperta lingua della giovane, guidandone l’inesperienza fino a regalarsi un orgasmo galattico. Ma non è finita, ora la giovane deve imparare la sottomissione, le mani di Madame schiacciano la pancia della schiava, causandole, per tutto ringraziamento, nuovi dolori. E quando permetterà nuovamente alla schiava di scaricarsi la ragazza si umilierà leccando i piedi di Madame. Una nuova schiava è entrata nella scuderia di Madame
Vostra detenuta nadia.
(3- continua)

25 aprile 2015

CENTRO DE DETENCION MADAME ROCIO 2 - LE DIVISE DELLE FORZATE


Nobili Signore,
serva sudiciona,
continuo nel racconto della mia detenzione.

Madame Rocio
Un ora prima dell’alba le detenute vengono svegliate da un rumoroso campanello elettrico. Poiché siamo in un deserto l’aria è fredda, grande contrasto con la fornace del giorno. Il dormitorio si ridesta, tra lamenti e grugniti. E’tutto un affannarsi per ripiegare le luride lenzuola nel modo prescritto per i soldati dell’”armada”. Qui non si scherza affatto, basta un nulla per ricevere una punizione. Ed ancora col buio le detenute debbono schierarsi nell’aria ancora fredda, in attesa dell’appello. Appello che viene presto completato, visto che in questo periodo il carcere è relativamente vuoto, una ventina di detenute. Fatto l’appello, in attesa che giunga Madame, alle detenute viene fatta eseguire una lunga serie di esercizi ginnico-punitivi. Le divise, riscaldate da sudore iniziano ad emettere l’inconfondibile aroma di sudore rancido ed orina, tipico del “Centro”.
Finalmente giunge Madame Rocio.
Veramente una bella donna, trentenne, capelli neri. Alta e snella. Ama vestirsi da amazzone.
Il viso perfetto, quando Madame si arrabbia mostra una riga rossastra su di una guancia.
Madame Rocio è lesbica ed anche sadica. Una brutta combinazione per le detenute – schiave del Centro. La storia della riga che appare sul viso di Madame quando si arrabbia spiega il suo accanimento su di noi serve. Madame Rocio, figlia di facoltosi nobili, venne allevata da una severa istitutrice che, scoperte le pulsioni lesbiche della giovane, ne approfittava. Il carattere dominatore della giovane, però si stava sviluppando e ben presto tra la istitutrice – amante e la allieva furono liti. Al culmine di una lite l’istitutrice colpì con una forbice il viso della ragazza sfigurandola. Lo shock dell’accaduto segnò profondamente l’animo di Madame che diventò ben presto una padrona inflessibile che godeva nel far soffrire le serve. E a nulla valse la perfetta riuscita di una plastica facciale di un noto chirurgo brasiliano che rese nuovamente perfetto il suo viso.
Madame si laureò in medicina, ma ben presto capì che non era la sua vocazione. Decise così di mettere a frutto i suoi desideri e fondare un centro privato di detenzione per le serve “irrecuperabili”: il Centro de Detencion Maxima. Per dove è situato il Centro è praticamente al di fuori da ogni legislazione che non sia il volere di Madame. Ben presto Padrone esigenti spedirono al Centro le serve più ribelli, certe che Madame le avrebbe spezzate o plasmate ai loro voleri. Ed i soldi delle rette sono sempre stati reimpiegati da Madame per rendere il Centro la miglior istituzione del genere al mondo.

La rasatura
Per le ultime arrivate manca ancora un adempimento: una delle guardiane ci fa sedere a turno su di una sedia e, impugnando una tosatrice elettrica ci rade completamente a zero. Vediamo nostri poveri capelli per terra. Ma non è affatto finita, una dolorosissima ceretta ci asporta le sopracciglia. Seguita a ruota dalle dolorose depilazioni di ascelle pube ed ano. Ci viene spiegato che per ragioni di igiene dovremo sempre essere “lisce”. Non esistono specchi ma, guardandoci l’un l’altra ci rendiamo conto che oltre ai capelli ed ai peli ci è stata tolta anche la dignità. Capiremo presto che il fatto essere rapata a zero serve, oltre che ad umiliarci, a permettere di indossare correttamente la divisa di punizione pesante e costrittiva ben più di una tuta da sub..

La divisa di punizione
Al Centro nessuna delle detenute resta inoperosa. Visto che è il mio primo giorno vengo messa a pulire i pavimenti inginocchiata, ordinaria amministrazione per una serva ormai sfiorita. Ho così modo di guardarmi attorno ed iniziare ad ambientarmi.
La prima detenuta che vedo è Fatima. Una delle mogli del sultano di una sperduta isola dell’oceano. Una giovane istruita e di idee moderne. Il suo stile di vita moderno, ovviamente non piace alla suocera la quale inizia a rompere le reali balle del figlio, fino a che questi cede ed invia la moglie “scostumata” da Madame Rocio per un breve ed intenso stage in cui ci si augura la giovane principessa verrà domata.
Ovviamente questo per Madame è un invito a nozze.
La giovane è una caso “difficile”, abituata ad una ambiente padronale è l’opposto di tutte le altre detenute. Ci è voluta una settimana per convincerla, a suon di botte, ad eseguire gli ordini. Ma non è affatto domata. Bene, si dice Madame, ora di iniziare a fare sul serio. Fatima imparerà oggi l’umiltà e l’opportunità di tenere velate le regali carni.
E’verso le 10 che vedo arrivare la detenuta Fatima, a cui fanno indossare la divisa di punizione: una aderentissima tuta di tessuto gommato nero. L’operazione non è facile, per una detenuta sudata, un provvidenziale barattolo di talco permette a Fatima, sollecitata dal frustino della sorvegliante, di riuscire nell’impresa. La sorvegliante verifica che la tuta sia indossata correttamente. Chiude con un certo sforzo la cerniera posteriore della tuta ed inserisce il lucchetto che blocca inesorabile la cerniera. Poi, per buona misura, applica uno stretto corsetto, sempre nero, stringendolo a fondo.
Alla povera Fatima sembra di non riuscire più a respirare. Il corsetto è molto costrittivo e dà una magnifica siluette, ma a prezzo di qualche sofferenza, come dicevano le signore dei bei tempi andati. Un lucchetto blocca anche il corsetto. Sul capo la detenuta calza un aderente cappuccio, proprio una seconda pelle, che lascia sporgere solo occhi naso e bocca. I lunghi guanti completano lo scafandro. Tra le cosce di Fatima un sacchetto trasparente raccoglierà l’orina, permettendole di lavorare senza interruzioni per le necessità fisiologiche.
Fatima, inizia a sentirsi fastidiosamente bagnata dal proprio sudore anche stando ferma. La sorvegliante porta Fatima in un garage e le mostra quale sarà il suo lavoro odierno: trascinare un calesse. Infatti Madame Rocio ha deciso di approfittare della detenuta da domare per farsi un giro della proprietà. Fatima viene collegata al calesse da robuste cinghie che premono fastidiosamente, rendendo ancora più insopportabile l’accoppiata tuta e corsetto. Tra le labbra della detenuta viene posto un morso, tenuto in posizione da catenelle. Al morso sono collegate delle briglie che permetteranno a Madame di dirigere la “puledrina” senza dover usare la voce. E, al comando ricevuto tramite le briglie, rinforzato da uno schiocco della immancabile frusta, Fatima inizia a camminare, ma i colpi e le incitazioni continuano, fino a che non si mette a trottare.. Grazie alla leggerezza del calesse ed alle scorrevoli ruote la detenuta non fa un grande sforzo. Ma appena uscite dal triplo recinto le cose cambiano radicalmente. Fatima si trova a dover trascinare il carrello sul terreno non battuto. Il trotto si trasforma in arrancare. Inoltre la tuta nera, in pieno sole, porta la temperatura all’interno intorno ai 50 gradi. La giovane è sull’orlo del collasso, ma, ben sapendo che se rallenta saranno cocenti colpi di frustino, Fatima continua nel suo faticosissimo trotto, il rumore del proprio respiro e dei battiti furiosi del cuore sono il suo accompagnamento musicale, altro che auricolari ed mp3, come quando si allenava in università!.
Nel frattempo mi duole la schiena per il continuo lavorare inginocchiata ma mi considero molto molto fortunata di poter lavorare nell’ombra dell’edificio e soprattutto senza l’allucinante divisa da punizione.

La latrina
Le ore passano lente, tra una fatica e l’altra. La vescica inizia a darmi noia ma non so ancora che “etichetta” bisogni seguire. La sorvegliante, vedendomi tenere le cosce strette capisce il problema e mi trascina fino ad una bassa costruzione fuori dall’edificio. Ancora prima di arrivarci capisco il motivo della collocazione: uno spaventoso odore di orina putrefatta mi sconvolge. Infatti niente comodi water: è una realizzazione minimalista, un canaletto raccoglie i liquidi e li porta in una fossa esterna. Per quanto riguarda il resto, dietro al canaletto un foro comunica con la fossa biologica, da cui si alza il resto dei miasmi. State sicure che nessuna si attarda in questo porcile!
Dopo tre lunghe ore torna il calesse di Madame. Lo spauracchio barcollante nella tuta nera è la povera Fatima, ormai all’estremo delle forze. La ristrettezza del corsetto la obbliga a respirare a bocca aperta. Questo, unito al fatto del morso, le ha coperto la bocca di bava schiumosa, proprio come un pony. Madame Rocio ferma il calesse e si accerta delle condizioni del pony, il sacchetto urinario della tuta è ancora sconsolatamente vuoto. La detenuta ha dissipato in sudore tutti i liquidi. Madame, graziosamente le chiede se ha sete e le indica l’immonda vasca con le pipì ormai rancide delle compagne. La povera principessa volta, nauseata la testa. Madame è contenta, le piace questa puledrina da domare.
Con qualche altra ora di traino e riuscirà a spezzarla. Madame si concede il pranzo ed un paio di ore di “siesta”, la povera puledra, ancora legata alle stanghe del calesse si accascia per terra, riprendendo un po’ di respiro e di forze. Per ordine espresso di Madame niente cibo o liquidi per la puledra! Ma è già ora di continuare, Madame ha terminato la siesta, così il calessino di Madame esce, nel calore da fornace del pomeriggio. Madame, conscia che sta spingendo la schiava fino ai limiti e che potrebbe crollare svenuta in ogni momento, si limita ad inanellare giri e giri all’interno del recinto. Presto la puledra cade, semisvenuta. Due detenute sono incaricate di riportarla alla latrina. Qui le viene tolto il cappuccio della tuta. Madame osserva con compiacimento la detenuta: le guance della malcapitata sono paonazze, anzi, violacee per il gran caldo, ottimo contrasto con la pallidissima testa rapata. Ora è giunto il momento della verità. Ad un suo cenno, una sorvegliante immerge una gavetta nella immonda vasca delle pipì e la porge a Fatima. La faccia della poveretta riflette il dilemma a cui è sottoposta, morire di sete, durante un altro giro di traino o annullare il proprio orgoglio e bere il nauseante liquido. La poveretta si ricorda ancora quando, in università, al racconto di una spedizione rimasta senza acqua, i cui componenti erano sopravvissuti bevendo la propria orina, aveva affermato, sorridendo, che era meglio la morte ad una simile indegnità. ED ORA SI TRATTA DELLE PIPI’ DI ALTRE DETENUTE. Ma lo sguardo che fino a quel momento era ancora altero e fissava le aguzzine, si abbassa e guarda per terra. La detenuta avvicina le labbra alla gamella. Inizia a bere, cercando di ignorare il gusto.. Dalla faccia schifata delle detenuta si capisce quale sia il sapore del liquido, surriscaldato dal sole. Uno sguardo supplichevole è diretto a Madame, ma Madame su queste cose non transige, l’umiliazione deve essere completa. E così la povera Fatima è costretta a bersi tutta la gamella. A tratti la si vede chiudere gli occhi e tremare, evidentemente cerca di mandare indietro i conati di vomito.
E per la povera Fatima il destino ha in serbo anche altro, Madame Rocio si sente eccitata nel dominare questa giovane, cercherà di arruolarla tra le proprie schiave personali. Sarebbe un successone piegare la giovane ai propri voleri ed un ottimo affare, a liberazione avvenuta, poter vendere alla suocera foto compromettenti della nuora che si umilia come schiava lesbica.

Vostra detenuta nadia.
(2- continua)

12 luglio 2014

PENSION BALNEARIA 86


Nobili Signore, serva sudiciona,
la perra è stata messa al lavoro e, presto vi racconterò i suoi guai. Ma veniamo a me, sto seguendo il corso da sorvegliante. Una cosa assai interessante per una che fino a pochi mesi fa era dall’atra parte della barricata. Oltre a varie lezioni teoriche sui (mal)trattamenti delle detenute, ci viene annunciato che presto inizieranno le lezioni pratiche. Poiché molte di queste lezioni tratteranno di castighi vari, diventa necessario reperire delle serve “guinea pigs”, insomma delle più o meno volontarie. La Direzione ha stabilito che alla fine di ogni giorno si raccolgano i nomi delle detenute che hanno meritato dei castighi, vuoi per non aver lavorato a sufficienza, vuoi per aver combinato dei guai. Queste faranno da cavie per le lezioni dei giorni successivi. Maestra Alejandra accompagna la classe delle sorveglianti al primo ambiente, la sala dell’ “hydrtoterapia”.
In questa sala viene conservata tutta la strumentazione per riempire e svuotare, con varie modalità, il corpo delle detenute. Quattro oggetti sono evidentemente destinati allo scopo di bloccare la punita e renderne accessibili gli orifici: due lettini, dotati di cinghie per bloccare braccia e gambe. Sui lettini possono essere montati dei supporti per le caviglie, che permettono di bloccare la punita in posizione “ginecologica”. Un grosso “volante” posto al di sotto della mezzeria del lettino, permette di inclinare il lettino un po’ in tutte le posizioni, per cui si può mettere la punita con la testa ben più alta o ben più bassa dei piedi, arrivando quasi in posizione verticale. Una sedia, simile alla “silla della verguenza” che già ben conoscete, permette di bloccare la punita in posizione seduta, lasciando sempre ben accessibili gli orifizi. Un terzo oggetto appare, quasi inspiegabile in questo contesto: un inginocchiatoio. Guardando meglio vedo che anche questo è dotato di robuste cinghie per trattenere le punite. L’ultimo oggetto è quello che definirei l’asticella, per analogia con le asticelle del salto in alto, una struttura costituita da due robusti sostegni, su cui può essere bloccata, a varie altezze, una robusta barra trasversale, dotata di cinghie di contenzione per i polsi. Insomma è un modo per bloccare in alto le braccia delle detenute, in questo modo la totalità del loro corpo è accessibile da tutti i lati.
Tutti questi oggetti, lettini, sedia, inginocchiatoio ed asticella hanno alla base una specie di vasca che impedisce a “perdite” di liquidi di inondare i pavimenti.
Un grande armadio a vetri mette in mostra una serie di oggetti.
Innanzitutto alcuni apparecchi per il clistere, in plastica medica bianca. Solo che le proporzioni sono enormi terranno almeno 4 litri ed infine alcuni giganteschi ricavati da capaci taniche di plastica.
Seguono tubi di collegamento e rubinetti, ordinatamente disposti in sacchetti di plastica. Vengono poi capaci siringoni di plastica. Ed infine, disposte in scatolette e vassoi di plastica, sonde di tutti i tipi. Partiamo da sonde in plastica rigida di varia foggia, contenute in scatolette-espositori che presentano per ogni tipologia almeno quattro diverse misure via-via crescenti. E’poi la volta dei cateteri, usati sempre a scopo punitivo. A seguire sonde lisce di gomma, di diametri e lunghezze diversi. Ulteriori vassoi raccolgono sonde Bardex con una coppia di palloncini gonfiabili. E per finire, una collezione di plug rettali di varie fogge e misure, tutti dotati di un forellino centrale ed un raccordo per collegare il tubo del clistere. Al posto d’onore una scatola, purtroppo chiusa, di lucido legno scuro. Chiedo lumi e mi viene risposto che è “el muñeco”.
Un ultima anta dell’armadio contiene, ben ordinate scatolette e bottigliette di vari colori. Ci spiegano che si tratta degli additivi per preparare i liquidi per i vari trattamenti, oltre a potenti purganti.
Alejandra ci annuncia che, in vista del corso, sono state posticipate tutte le punizioni della settimana, per cui ci sarebbero state “cavie” per mostrarci l’utilizzo della strumentazione di punizione. E, ci dice, oltre ai soliti clisteri che ben conosciamo, qui avremo modo di ampliare le nostre conoscenze, per esempio vedremo il temuto “enema gota a gota”, il “lavado gastrico”, il “lavado vescical” , il “lavado del colon”. Avremo certamente occasione, grazie a qualche detenuta particolarmente ribelle, di assistere al “trabajo forzoso”, detto anche “parto anal”, per cui si usa, appunto “el muñeco”.
Ma veniamo alla perra, dovete sapere che le Signore, per finanziare questa istituzione, hanno creato una fabbrica artigianale di piatti di ceramica. Una fortunata coincidenza ha fatto sì che nel terreno cintato dall’alto muro a prova di evasione, vi fosse un giacimento di caolino. L’ideale per fare del prezioso vasellame. L’ideale anche per far lavorare le detenute. Molte si consumano a scavare, a colpi di zappa, la preziosa materia prima. La raffinazione e formatura degli oggetti sono invece affidate ad abili artigiane, ex detenute, delle vere artiste. Le detenute normali, tornano in auge per far funzionare i forni di cottura, infagottate nelle loro divise, sudano rivoli di sudore, a spalare combustibile e far girare i ventilatori del forno. Vengo a sapere che la perra si è data da fare per farsi assegnare un facile lavoretto: trascinare il carrello con il prodotto finito dai forni al magazzino di stoccaggio. Dico ad Alejandra che la perra non merita tale trattamento di favore, ma Maestra Alejandra mi risponde “tranquila, no es tan simple come parece”. Vedremo quindi cosa attende la perra.
Vostra umile sorvegliante nadia
(86- continua)

28 giugno 2014

PENSION BALNEARIA 84


Nobili Signore, serva sudiciona,
un lungo viaggio, rinchiuse nel furgoncino mi fa perdere l’orientamento. Quando scendiamo siamo in una vallata tra basse colline. Un antico edificio nobiliare, circondato da un ampio terreno ci attende. Varchiamo un portone, in un alto muro, reso invalicabile piantando sulla sommità innumerevoli, taglienti, cocci di vetro.
La sorvegliante di grado più alto “maestra Alejandra” ci attende. E’ una donna matura, plasmata da una vita di sacrifici, giunta ai vertici massimi raggiungibili per una ex serva divenuta sorvegliante e poi maestra delle sorveglianti.
Ci accompagna subito per un “giro di orientamento”, ben presto la perra scopre cosa la attende.
Per prima cosa le celle, ogni detenuta ha il “lusso” di una cella singola, si tratta di piccoli cubicoli da 1.50 metri di larghezza e 2 di lunghezza per 2 metri di altezza. All’interno solo un tavolaccio di legno, ben avvitato al muro. Come servizi igienici, l’immancabile secchio che ammorba l’aria. Le detenute sono fortunate, le celle sono dotate di un finestrino, da cui entra un po’ di aria e si vede il cielo. Ovviamente, spiega Alejandra, esistono anche celle sotterranee di punizione, prive di finestra, in cui la pena si sconta al buio e nel silenzio più assoluto.
Già nel giardino, possiamo vedere il primo manufatto di punizione. La “torre”, una rozza palizzata di legno, sormontata da un palco. Il tutto evidentemente costruito da detenute e non da esperti falegnami.
Una gogna, questa sì ben rifinita, blocca il collo e i polsi di una punita, obbligandola a stare eretta. Accanto alla gogna è posta una monumentale clessidra. Alejandra guarda la clessidra e dice alla punita, “preparati, palpazione vescicale”. Pone il palmo sul ventre della punita ed inizia ad affondare le dita. La punita emette un gemito e stringe spasmodicamente le cosce. Alejandra non pare soddisfatta, un gesto e prontamente arriva una sorvegliante con una capace brocca ed un imbuto. Infila l’imbuto in bocca alla punita e, lentamente versa il contenuto della brocca. La punita fa grossi sforzi per inghiottire, sentiamo distintamente i rumori della deglutizione forzata. Alejandra palpa ora lo stomaco, pare soddisfatta. Rigira la clessidra ed annuncia alla punita: “devi tenerla fino alla fine della sabbia, poi darai da bere alla tua compagna di sotto”. Devo fare una faccia molto incuriosita.
Alejandra, da un varco nella palizzata, mi mostra che sotto al palco esiste una seconda gogna. Quest’ultima blocca polsi e caviglie di una seconda punita, costringendola a stare distesa per terra. La testa è immersa in una piccola vasca, ripiena di liquido, da cui affiora solo la faccia della punita.
Alejandra mi accompagna ora ad espletare alcune formalità amministrative, che ci impiegano per una buona ora. Alla fine ripassiamo dal palco. Le due condannate sono nella medesima posizione, Alejandra effettua nuovamente la palpazione vescicale sulla detenuta di sopra, con maggior delicatezza. Ora annuncia alla punita che può orinare. Ma qualcosa non funziona, la punita non emette neanche una goccia, pare che a causa della interminabile ritenzione sia bloccata. Alejandra fa una espressione annoiata, batte le mani, giunge una sorvegliante a cui ordina “pediluvio per 15 minuti”.
Prontamente la donna porta una vaschetta contenete acqua e cubetti di ghiaccio. L’acqua deve essere freddissima. La punita deve mettere i piedi nella vaschetta. Non vi dico l’effetto, il freddo stimola ancora di più il bisogno di orinare. La punita squittisce e stringe disperatamente le cosce. Buon per lei che riesce a resistere tutti i 15 minuti. Ora Alejandra ripete l’invito ad orinare. Cosa che la punita fa con gran soddisfazione.
Ma ora passiamo al piano di sotto: il getto cade in faccia alla seconda punita e riempie sempre di più la vaschetta, iniziando a sommergere la bocca e rischiando di arrivare anche al naso. Si sentono dapprima rumori di aspirazione, come quando una serva maleducata sorbisce del brodo, ma poi il getto è così intenso che, se non vuole annegare la punita deve bere il più veloce possibile. Sul finire, addirittura le va di traverso il liquido, provocandole un terribile accesso di tosse.
Alejandra ora ordina di rimuovere le due punite, due sorveglianti liberano la punita superiore e vedo che la gogna era talmente alta da costringerla a stare sulle punte, tanto che ora fatica a camminare. Viene ora liberata la punita del piano di sotto. A parte la puzza, il colorito della punita è verdastro. Si regge appena in piedi e continua ad inghiottire a vuoto, preda di una nausea terribile. Alejandra le annuncia la palpazione vescicale, ma resta delusa, la vescica è poco piena, lo stomaco e la pancia, però sono ampiamente distesi. “Questa stupida non riesce a digerire l’orina”, sentenzia Alejandra, “Portala pure a vomitare” dice ad una guardia e, rivolta a me: “Vedrai, in capo ad una settimana in cui per punizione berrà l’orina di tutte le sue colleghe, imparerà a digerirla benissimo!”. 
(84- continua)

29 maggio 2014

PENSION BALNEARIA 82


Nobili Signore, serva sudiciona,
una affezionata cliente della Pension ha regalato alla Signora un cane. Un vero “mastino spagnolo” di nome “Diablo”. Sentendo il nome e la razza mastino penserete senz’altro ad un cane feroce, assetato di sangue……. niente di tutto questo. Nonostante sia solo un cucciolo ha la taglia di un vitello. Selezionato per gestire le greggi non è assolutamente aggressivo, si fa rispettare “marchiando” di tanto in tanto le cosce delle pecore con leggere “pinzate” dei denti, senza però mai affondarli. Infatti in breve alla Pension tutte, sorveglianti e detenute, abbiamo i nostri bei segni di qualche “pinzata”. Comunque un vero cane bonaccione che conosce la propria forza e fa in modo di non utilizzarla per fare male, si limita a mettersi in mezzo ed eventualmente “appoggiarsi” facendo cadere il malintenzionato.
Una pacchia per le detenute, direte voi. Il problema è che il bestione ha avuto un imprinting sbagliato, si crede un umano. Ed è sempre lì a puntare il suo sensibilissimo naso alle “parti basse” sia di noi sorveglianti ma soprattutto delle detenute. Ed alcune detenute, tra cui in particolare la perra, che si pisciano addosso con facilità, emanando così un pessimo odore, mandano in tilt il buon Diablo che si eccita ed inizia il “corteggiamento”. E bisogna dire che il buon “Diablo” è proprio ben dotato. Per una volta nella vita le detenute apprezzano le mutande rinforzate di gomma e cuoio, visto che Diablo non ha falsi pudori e si esibisce in clamorosi tentativi di monta. Il tutto si conclude inevitabilmente con la detenuta seppellita dalla stazza di Diablo che, poverino, si scontra con l’invalicabile spessore delle mutande. A volte ci vuole un secco richiamo della Signora per farlo desistere. Questi sono i fatti. Ovviamente noi sorveglianti non ci siamo fatte sfuggire l’occasione per terrorizzare ancora di più perra e compagne. Abbiamo raccontato loro fantasiose storie di detenute possedute di dietro dal mastino, così dolorosamente che per permettergli di estrarre il pene lo si era dovuto calmare a secchiate di acqua ghiacciata. Un'altra perversa fantasia, racconta di una detenuta a cui il buon Diablo ha staccato un orecchio durante un orgasmo.
Resta il fatto che il poveretto, continuamente frustrato sessualmente, rischia di deperire. La Signora, dopo aver cercato invano nel circondario una femmina di molosso adatta, annuncia che la prossima detenuta a meritarsi una punizione, dovrà, per un intero mese, provvedere “manualmente” al benessere fisico del povero Diablo. Naturalmente faccio in modo che la Perra si aggiudichi per prima la punizione. Francamente non la capisco, pianti e musi lunghi, fino a che non impugno la “vara” e metto fine alle contestazioni. E devo dire che il buon Diablo apprezza molto la manualità della perra, a tal punto che tende a farle “la corte” scortandola e cercando di difenderla. Addirittura diventa difficile somministrare alla perra un clistere, Diablo scambia la vaschetta per l’abbeveratoio svuotandola con grande soddisfazione!
Non preoccupatevi, comunque, ci vuol ben altro che un molosso per impedirmi di applicare le meritate punizioni alla perra.
E visto “l’innamoramento” di diablo non si contano le battute sul fatto che la perra ha trovato “su marido, el perro”.
La perra sopporta a fatica la situazione, tanto che un giorno, nel momento in cui non si sente osservata rifila un potente calcio nei “cojones”i di Diablo. La cosa non passa inosservata, anche perché il povero Diablo fa una scenata, urla, guaiti ed uggiolii, neanche che lo avessero ammazzato.
La Signora, informata dell’accaduto interviene ed alla perra viene inflitta un ulteriore umiliazione: dovrà soddisfare Diablo con la bocca! Inutile dire che, prevedendo l’accaduto mi sono portata la “vara”, per cui il sedere della perra viene in breve solcato dai segni incrociati delle vergate, fino a che, tra lacrime e singhiozzi, promette che eseguirà l’ordine. Organizziamo così il “teatrito”, il teatrino, in cui avvengono le vergognose punizioni pubbliche. Qui il buon Diablo viene fatto stendere e la perra deve accontentarlo.
E per la perra non si prospetta certo un roseo avvenire, la Signora, cercando una femmina adatta, ha scoperto che il seme di un “mastino spagnolo” di razza purissima, è molto ricercato, visto che i poveretti, data la mole, hanno qualche problema riproduttivo. E così la perra viene rifornita di provettoni, in cui dovrà, volente o nolente, raccogliere il “prodotto” del mastino. Sono ben contenta di questo, che anche la perra provi ad essere punita e vedere che la propria punizione arricchisce qualcun altro!
Sorvegliante Nadia
(82- continua)

26 dicembre 2013

PENSION BALNEARIA 73 - IL TATUAGGIO DELLA PERRA


Nobili Signore, sguattera sudiciona,
la sguattera sudiciona
prima ancora di metterci a “curare” la perra, ci siamo accorte che non ha neanche un tatuaggio. Che fare? La proposta di Pilar è la migliore, le tatueremo “Esclava, Pension Balnearia”. Restano due incognite: dove scriverlo e a chi fare eseguite l’opera. Il dove è presto individuato, vogliamo che la scritta sia in un punto abbastanza intimo ma in sua perfetta vista, decidiamo così di fare la scritta sul ventre e di eseguirla speculare, in modo che sia più insolita e che la perra la possa leggere perfettamente allo specchio. Niente di straordinario, direte voi. Ma non dimentichiamo che le sguattere, ora sorveglianti, della Pension sono donne rotte a tutte le difficoltà. Una delle nostre compagne è stata a lungo “ospitata dallo stato”, cioè è stata in prigione. Ricorda benissimo la procedura con cui lì le carcerate si tatuavano: disegnato con una biro il tatuaggio, una si armava di tre aghi di quelli normali da cucito, legati con un pezzetto di filo metallico arrotolato attorno. Una rapida disinfettata sulla fiamma e alla fine gli aghi venivano “pucciati” nella china . Poi tre nerborute bloccavano la tatuanda e l’”artista” iniziava il suo lungo e doloroso lavoro.
La scritta, in stile con la Pension, la abbiamo ispirata alle scritte liberty che qui abbondano, hanno parecchi svolazzi, un vero peccato per la perra che si vedrà sottoposta a sedute di tatuaggio molto lunghe. Sedute che comprendono una buona dose di schiaffi su pancia e cosce, ogni volta che la vittima ha un sussulto e si sposta, rendendo difficile per l’”artista” seguire il disegno a biro. Ma quello che fa disperare la perra è che il disegno verrà eseguito in quadricromia: ogni lettera della scritta dovrà così venire eseguita in quattro sedute, una per colore e le sedute successive alla prima bucano parti già ampiamente irritate dalle bucature della sessione del giorno precedente.
Inutile raccontare gli strepiti e i pianti della perra, un po’ per il dolore ma sicuramente per l’indelebile umilazione. Ed adesso possiamo ammirare orgogliose la nostra opera d’arte vivente, tutte le volte che la maltrattiamo!
Nel frattempo la Signora tiene accuratamente monitorato il peso di perra e compagne. Nonostante l’intenso lavoro manuale e le privazioni alimentari, non calano prontamente di peso, come desiderava la Signora. Inoltre le condannate osano ancora guardare in faccia le loro sorveglianti. Ora, dovrebbero sapere che delle infime sguattere come loro devono sempre tenere lo sguiardo a terra e guardare in faccia Padrone e sorveglianti solo se viene loro ordinato di farlo. La Signora ha deciso di stare a vedere per un paio di altre settimane, se l’obbiettivo di ridurre il peso ed inculcare in loro un po’ di sana umiltà non verrà raggiunto avremo carta bianca sui (mal)trattamenti da imporre alle punite, per raddrizzarle..
A presto
Sguattera Nadia

(73- continua)