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26 gennaio 2019

Diario di un’educazione 14

Diario di una educazione – 14

L’Olio di Ricino.

La nostra servetta sta vivendo due mesi peggiori della sua vita. Tornate a casa dal viaggio in Germania, Madame e la Oberschwester si applicano alla cura del vizio della serva. 

Le teorie del Professore, dottamente riassunte dall’antico detto “L’ozio è il padre dei vizi, il lavoro è madre di tutte le virtù” , sono che la serva non deve assolutamente restare senza lavori da eseguire.

Inoltre il Professore si è tanto raccomandato di iniziare anche con la “Darm Diszipline”

 

E tutti i giorni le Signore applicano, rigorosamente, la cura prescritta dal Professor. La serva viene spedita in uno dei negozietti etnici per l’acquisto di numerose di ginger e di rafano, nonché alcuni peperoncini della varietà “diablo”. Ovviamente la passione della serva per il piccante non sfugge inosservata ed il commerciante, tutto sorrisi e ammiccamenti, propone di sostituire il rafano con delle buone radici di wasabi, ancora più pungenti. Anzi, il cinese consiglia di conservare per almeno una settimana le radici di ginger e wasabi in frigorifero, avvolte in un sacchetto di plastica, vedrà come bruciano poi!  La serva avvampa e si impappina, che sappia a che uso sono destinate?

Ma il dramma è a casa, quando la Oberschwester le ordina di sbucciare accuratamente il “tubercule de la journee”. Già sbucciando e tagliuzzando le radici e respirandone il profumo, alla serva viene da lacrimare. Deve bruciare come l’inferno! La Oberschwester stende un lenzuolo di gomma sul letto e le ordina di mettersi sul letto, legandole mani e piedi, lasciandola lì, incaprettata nella divisa di fatica, con le parti basse nude ed indifese. La Signora, nel frattempo, è arrivata per sovraintendere alle operazioni. I due spremi aglio vengono caricati e preparati su di un vassoietto, li accompagna un vibratore di plastica. E si inizia, il vibratore, applicato sul bottoncino della serva, provoca i primi umidori, prontamente sedati dal bruciore del succo. Ed anche il buchetto ha la sua razione! Sembra nulla, quando si parla di un ora di durata, alla serva pare che la terapia punitiva duri un intera giornata. 

Dai racconti della serva, ascoltati ai giardinetti: “La Oberschwester impugna saldamente lo spremi aglio, per il manico, con l’altra mano avvita di un paio di giri la manopola che comanda il pistone di spremitura. Subito dalle minuscole perforazioni sgorga il succo dello zenzero. Per la stranza si spande l’inconfondibile aroma. Poi sento appoggiare il grosso cilindro, dalla punta arrotondata, al buchetto. Cerco di rilassarmi, anche se la reazione sarebbe di stringere, ma ormai so che mi farebbero ancora più male, infatti non usano alcun lubrificante per non diminuire l’effetto del succo. Lo strumento viene spinto lentamente, ma inesorabilmente, bene a fondo. In un primo momento sento freddo, ma subito inizia una sensazione di calore che cresce costantemente, ben presto diventa un bruciore che cresce, cresce sempre. Ma ora la Oberschwester, stantuffa lentamente, avanti ed indietro. Fa ancora più male. Poi, quando il bruciore accenna appena a calare, gira ancora un po’ il vitone dello stantuffo, il bruciore aumenta ed aumenta ancora. L’incredibile è che non vi è un limite, ad ogni giro di vitone corrisponde sempre un sostanzioso aumento di bruciore. E nei momenti di riposo per il culetto, lo stesso trattamento tocca alla passerina. I minuti passano lentissimi, ognuno pare un ora. Finalmente la Signora dice che per oggi la terapia è terminata”.

La serva deve ancora, ripulire gli spremi aglio, ancora con il sedere nudo e bruciante.




29 giugno 2015

CENTRO DE DETENCION MADAME ROCIO 3 - DETENUTE AI LAVORI FORZATI


Nobili Signore serva sudiciona,
proseguo nel racconto della prigionia al Centro.

Al lavoro!

Come nuove arrivate ci è stato concesso un periodo di ambientamento, questo è il discorso che ci la comandante delle sorveglianti. Da domani cominceremo a lavorare. Dovete sapere, infatti che il Centro prevede il duro lavoro come parte principale della pena. Svariati sono i lavori a cui siamo obbligate, tra i più faticosi abbiamo il lavoro alla salina e l’approvvigionamento d’acqua. Dovete sapere che il deserto su cui si trova il Centro, anticamente era il fondo dell’oceano. Durante le ere geologiche l’acqua si asciugò gradatamente, lasciando uno strato di un metro di pregiato sale, molto apprezzato dai cuochi di grido. Di seguito un vulcano coprì di lava e lapilli il prezioso strato di sale. Sarebbe economicamente poco conveniente sfruttare questo tipo di salina, a meno di avere della manodopera gratuita. E madame Rocio ne ha in sovrabbondanza!. Infatti noi detenute dobbiamo lavorare in una miniera a cielo aperto, appunto “la salina”. Il lavoro della salina è tra i peggiori: si lavora in pieno sole, con temperature da delirio. Inoltre, essendo il deserto una biosfera protetta, non sono permessi mezzi a motore, tutto il lavoro deve essere eseguito a mano da varie squadre di detenute che si alternano. Il lavoro più pesante, di scavo, viene eseguito nottetempo, il trasporto del sale scavato viene invece eseguito in pieno sole. I lavori vengono eseguiti da gruppi di due detenute, incatenate tra di loro. Va da sé che i due gruppi di schiave-detenute siano stati soprannominati “le talpe” e “le mule”, a seconda del tipo di lavoro.
Dimenticavo di dire che il lavoro è diversificato a seconda della pena, io per esempio sono tra le fortunate condannate ad una pena più breve e meno dura. Nel mio caso il lavoro di scavo viene eseguito con una zappa, sul terreno già scavato dal gruppo delle “irrecuperabili”, le detenute condannate a dure ed interminabili pene, tra le quali l’immancabile perra. La stessa cosa accade anche nel gruppo delle mule: durante questa corvè io caricherò e guiderò il carretto contenente il sale scavato e la perra dovrà trascinare a viva forza il carico lungo una interminabile salita per uscire dalla salina.
E siamo al primo giorno di lavoro. Dobbiamo indossare la puzzolente divisa di fatica. Poiché abbiamo la fortuna di poter scavare di notte, possiamo fare a meno di indossare il cappuccio e le guardiane tollerano che la divisa non sia ben abbottonata. Per iniziare dobbiamo rimuovere con badili e picconi lo strato di lava, che viene ammucchiato da parte. La perra e le altre sventurate devono armarsi di picconi e mazze ed iniziare a rompere il durissimo strato superficiale di lava. Ben presto le loro divise sono macchiate di sudore che si irradia da sotto le ascelle fino ad inzuppare più o meno tutta la divisa. Non sono concessi guanti da lavoro e ben presto le loro mani sono arrossate e piene di vesciche, fino a quando non si formeranno degli spessi calli. Ho occasione di vedere più volte la perra, mentre piccona alla disperata, sorvegliata a vista da una guardiana che le impedisce di battere la fiacca. Le guance rosse, respira a bocca aperta, cosa che le ha seccato la gola, tanto da non riuscire più a parlare, ma emette un “ahrrr” quando viene colpita dallo scudiscio della guardiana. Dal canto mio non è che si vada meglio, la divisa è molto pesante e sono in un bagno di sudore, la zappa non sarà pesante quanto il piccone ma le mani fanno malissimo, anche perché l’ambiante salino in cui ci troviamo è proprio il meno adatto per le vesciche che si stanno formando. Ben presto mi sento morire di sete, mi guardo attorno, ma nessuna pausa ci viene concessa, tanto meno vedo borracce od altro.
Poi dobbiamo armarci di carriole e trasportare il frutto del nostro sudore dove detenute più fortunate sono addette all’insacchettamento del prezioso sale. Inutile dire che anche con la sola divisa di fatica siamo in un bagno di sudore. Sudore che ci sottrae preziosi liquidi, siamo tutte molto disidratate, al punto che le nostre gole sono asciutte e parliamo a fatica. Daremmo tutte un dito per poter avere una brocca di acqua, fosse pure calda! Ed invece la regola è la solita, il liquido necessario ci viene fornito dalla insipida sbobba che divoriamo e devo dire che lecchiamo a fondo le gavette, neanche una goccia del prezioso liquido deve andare persa.

L’Ambulatorio
Ben presto veniamo a sapere che al Centro non conviene darsi malate: Madame Rocio è laureata in medicina e si occupa personalmente della salute delle detenute. E una delle perversioni di Madame è proprio sado-medica, si è fatta costruire un grande ambulatorio medico, dotato delle più moderne attrezzature. E, direttamente nell’ambulatorio danno alcune celle, dove vengono rinchiuse le detenute bisognose di cure e le vittime che Madame decide di sottoporre alle proprie voglie.
Visitiamo una delle cellette: un letto di quelli da ospedale, con la testiera di ferro. Robuste cinghie di cuoio collegabili a catene di diversa lunghezza, permettono di bloccare la “paziente”. La cella è sempre fastidiosamente illuminata. Di fianco al letto un capace “secchio igienico”, quando Madame non decide di fare indossare alla propria vittima le umilianti mutande impermeabili con relativo pannolone.
Ma torniamo in ambulatorio, il mitico ambiente che atterrisce le detenute. Due lettini ginecologici, regolabili in tutte le posizioni, una poltrona di contenzione simile alla poltrona di un dentista ed attorno moltissima strumentazione. Il resto dell’attrezzatura è ben ordinato in grandi armadi a vetri. Madame non ha risparmiato di certo in questo suo hobby. Ma il clou dell’ambulatorio è che una parete dà direttamente sul salone dove noi detenute consumiamo i pasti. Un sistema automatico permette di scoprire un grande finestrone, per realizzare quello che le sorveglianti chiamano il “teatrino”, l’ultimo grado della umiliazione, dove tutte possono vedere cosa viene fatto alla loro compagna. Ovviamente un sistema di altoparlanti trasmette i lamenti. Spesso i lamenti di una punita fanno da lugubre colonna sonora ai nostri pasti.
E non si è certo lesinato sulle attrezzature: apribocca da dentista, divaricatori, speculum, sonde, clisteri, addirittura l’attrezzatura per gastroscopie e colonscopie. Vi assicuro che la sola prospettiva di venire convocata in ambulatorio mi fa venire i brividi nonostante il caldo asfissiante.

I clisteri
Al Centro tutte le detenute ricevono giornalmente di routine uno o più clisteri che ci mantengono con le pance doloranti, ma ci permettono di sopravvivere alla mancanza d’acqua. La quantità di acqua di questi clisteri formato “famiglia” varia tra i 2 ed i 3 litri, secondo le capricciose prescrizioni di Madame. Comunque dolorosi ed odiati dalle detenute, sono clisteri di idratazione, da trattenere il più a lungo possibile per reidratare i nostri corpi permanentemente assetati. L’apparecchio è sempre posto ben in alto e la somministrazione avviene sempre velocemente, per cui creano dolori e crampi. E non pensate sia semplice trattenere il liquido sufficientemente a lungo, se qualcuna non riesce, cioè quasi sempre, viene applicato “el tapon”, un grosso tappo anale, molto fastidioso. E’normale vedere le detenute camminare a passettini, con le natiche ben strette e faticare a piegarsi durante il lavoro, appunto per la pancia gonfia, dopo il quotidiano clistere.
Ma esistono ben altri clisteri, clisteri di punizione, questi amministrati personalmente da Madame, addirittura a volte l’esecuzione viene mostrata a tutte le detenute nel “teatrino”, in modo che la vergogna della punita sia massima e che l’accaduto serva da monito per tutte le altre.
Sono volutamente breve sull’argomento clistere perchè ve ne parlerò diffusamente in numerosi episodi, come il seguente.

L’iniziazione
E’ una delle solite mattine al Centro. Madame Rocio si reca in ufficio ed automaticamente dà un occhiata alle numerose mail ricevute dalla sua rete di amiche, tutte persone importanti e dominanti. Resta sorpresa da una mail firmata Conchita, mescolata al fastidioso onnipresente spam. Un click e legge la mail della sua amica del cuore della gioventù trascorsa in collegio. La sua amica, ora dirigente di una banca, le scrive annunciandole l’arrivo di una nuova schiava da plasmare: una giovane funzionaria che ha causato un grosso danno che le potrebbe costare il disonore ed anni di prigione. La giovane ha chiesto pietà ed ha accettato di sottoporsi ad un periodo di rigorosa disciplina, firmando altresì una completa confessione che le impedirà qualsiasi forma di ribellione o ritorsione. “Ed è così che ho pensato a te, mio amorrr. Ho avuto modo di visitare il tuo “Centro de detencion Maxima” l’ultima volta che ci siamo incontrate e mi è piaciuto moltissimo. Se sei d’accordo ti invio sicuramente questa giuggiolona, ti allego le sue risposte al questionario che mi avevi inviato, vita sessuale praticamente assente, nega di masturbarsi, mai ricevuto un clistere eccetera. Vedi di divertirti a domarla e di farmene una buona schiava.”
Madame rilegge incredula ed eccitata la mail. Poi chiama la comandante delle guardiane, in modo che organizzi il viaggio di trasferimento “per una cerbiatta”. Ciò significa che la nuova detenuta dovrà sì camminare per tre giorni, ma le saranno risparmiate buona parte delle percosse e le verrà data doppia razione di acqua, Un trattamento di grande favore. Passa qualche giorno e la giovane detenuta in questione giunge al Centro. Viene assegnata al blocco delle detenute recuperabili, quello per inciso in cui è rinchiusa anche la narratrice, anziché al blocco di “maxima pena” dove scontano condanne più o meno a vita le “irrecuperabili”, tra cui la perra.
Ma torniamo alla nostra giovane, di nome Zinia. Sono passati alcuni giorni ma non si è ancora ambientata, spaventata dall’inferno in cui si è trovata proiettata piange e si dispera e quasi non mangia. La cosa non sfugge a Madame, la pollastrella è cotta a puntino, si dice. E ad un ordine di Madame la giovane viene accompagnata nell’ambulatorio. Alla povera Zinia è stata fatta indossare, per eccesso di zelo delle guardie, la divisa di punizione ed è stata lasciata una mezz’ora al sole. Le pare di essersi liquefatta, sente rivoli di sudore su tutto il corpo. Il corsetto le impedisce di respirare liberamente.
Ed improvvisamente alla detenuta appare Madame, in una mise aderente di latex candido. Contrariamente all’esterno negli ambulatori e negli appartamenti di Madame un perfetto sistema di condizionamento mantiene temperatura ed umidità ai valori ideali.
Madame Rocio ha un sorriso, vedendo le pietose condizioni della futura schiava. Ordina alla propria assistente preferita di spogliare la detenuta Zinia. La poveretta è in condizioni igieniche, diciamo, pessime. Sono passati ormai otto giorni dall’inizio del suo incubo e dall’ultima doccia. Le viene ordinato di restare in piedi, con gambe e braccia lontane dal corpo. Madame prende alcune misure. Poi indica con l’indice alla detenuta una porta. All’interno una grande stanza da bagno. La giovane si illude che le permettano di fare una doccia, così riuscirebbe, a dirigersi il getto sulla bocca aperta e calmare la terribile sete che la attanaglia. Ma niente di tutto questo, Madame le mostra un bidet, importato appositamente dall’Italia, e le ordina di sedersi. Dopo di che Madame si arma di sapone e spugna e la sottopone ad un delicato quanto imbarazzante lavaggio intimo. Ancor più imbarazzante perché Madame insiste sulle parti …. sensibili ed un ditino malizioso di Madame si infila anche nel buchetto. Zinia è in confusione, non lo confesserebbe mai, ma ovviamente sa trarre piacere dal proprio corpo e ne approfitta spesso..
Madame porge alla detenuta un panno, perché si asciughi e la fa salire su di un lettino. Sottopone poi la detenuta ad una accurata visita medica. Una volta stabilito che la giovane è in grado di sopportare senza problemi il durissimo regime del Centro, Madame passa al proprio piano.
Zinia sente le mani di Madame che le sfiorano e sollecitano i capezzoli, fino a farli rizzare. E’ poi la volta della patatina, Zinia si morde le labbra per non mettersi a mugolare, ma il fatto non sfugge a quella marpiona di Madame. Poi si passa al ventre, mani esperte premono e saggiano la pancia abbastanza gonfia, poiché la nuova dieta, unita alla privazione di buona parte dei liquidi, hanno bloccato …. le cose. La giovane, presagendo guai, cerca di negare il problema, ma un dito …. invadente di madame ritorna col guanto macchiato, rivelando la vergognosa realtà. Madame, ovviamente ha la soluzione ed è ben decisa a sfruttare la situazione per le proprie mire.
Una piantana spunta da un angolo, su di questa viene agganciata una sacca semirigida di silicone semitrasparente. Si tratta di una sacca piccola, solo due litri. Per questa prima volta Madame sceglie un blando infuso di camomilla tiepida. Alla fine del tubo Madame installa la sonda più piccola della propria collezione. Si tratta di una sonda ospedaliera, di gomma verde, stelo grosso come un dito. L’estremità ingrossata della dimensione di una grossa oliva ascolana porta numerosi fori. Lo stelo non è liscio ma ha un profilo ondulato, alternando punti più larghi a punti più sottili, in modo che lo sfintere possa fare presa, senza che la cannula penda a sfilarsi. E per iniziare, una buona lubrificata a sonda e buchetto, mettono ancora più in ansia la giovane. Madame verifica maternamente la temperatura della sacca, poggiandovi una guancia …. perfetto piacevolmente calda. Ora Madame regola l’altezza in modo che la sacca sia abbastanza bassa ed afferra la sonda. Invita la giovane a rilassarsi e appoggia la punta al buchetto. La reazione involontaria è di stringere ancora di più, ma Madame ha deciso di non essere brutale, questa prima volta. Parla con dolcezza alla ragazza e mantiene una leggera pressione su buchetto. Pia piano lo sfintere si rilascia, permettendo l’ingresso del misterioso oggetto. Zinia sente l’invasione ed arrossisce completamente, Madame nota che è arrossita anche la “pelata”. Ma è il momento di cominciare, Madame apre lentamente il rubinetto. Zinia sente subito l’invasione dell’acqua, la temperatura è leggermente più alta di quella del corpo ed è …. stranamente piacevole. Convinta dalla sollecitudine di Madame la ragazza si rilassa, sentendo il flusso del liquido caldo che la invade. Passa qualche minuto di piacevole languore, ma ben presto Zinia inizia a sentire voglia di andare al bagno. La voglia diventa ben presto una urgenza e la povera giovane si trova con la pancia che le impone una irrefrenabile voglia di spingere e scaricarsi. Ovviamente il peso delle convenzioni e l’educazione le impongono di ignorare questo stimolo, soprattutto in presenza di altre persone. La ragazza ormai suda vistosamente e Madame nota che i muscoli delle natiche sono stretti spasmodicamente. Madame ferma l’acqua e chiede alla ragazza cosa la turbi, provocando un altro accesso di rossore e una risposta balbettante ed incomprensibile. Madame decide di abbreviare i tempi, le mani esperte riprendono a premere, delicatamente ma profondamente la pancia. Zinia è ormai allo stremo, le dita della Signora penetrano la barriera opposta dai suoi muscoli ventrali, scatenando brontolii e dolori. Rendendosi conto che la ragazza è allo stremo, Madame Rocio ordina con un cenno alla sorvegliante di sparire immediatamente. Restate sole inizia a tormentare la ragazza per provocarne il crollo. “Cosa c’è per agitarsi tanto?” chiede. “Signora, avrei, avrei bisogno di di…” “Di cosa, rispondi subito oppure riapro l’acqua e continuiamo”, Zinia ormai non ha più nessuna risorsa per difendere il pudore e risponde: “Devo cagareeeeee subito, per favore, SCOPPIO!!!”Madame apre le cinghie che trattenevano la ragazza sul lettino, le ordina di stringere, che non si faccia sfuggire l’acqua lì in ambulatorio. Sfila la cannula a fatica, tanto le chiappe sono spasmodicamente strette. Indica la stanza da bagno alla detenuta che si affretta, piegata in due dal dolore. Zinia si fionda sul water ma si accorge che la Signora la ha seguita nel bagno. “per pietà Signora, non voglio, non posso…….”, “Siamo solo noi due, puoi farlo, lasciati andare e spingi, altrimenti ti schiaccio la pancia”, “No Signora, per pietà, aspetti, mi concentro”. Ed arrossendo la detenuta rilascia un torrente d’acqua. Ovviamente non è solo acqua e ben presto tra scorregge e scrosci l’aria si fa irrespirabile. Ma Madame Rocio pare non essere disturbata dall’odore. Dopo un buon quarto d’ ora Madame chiede alla detenuta “hai finito?”, al cenno di assenso della ragazza Madame la fa ripulire, alzare e la riconduce al lettino. Riempie nuovamente la sacca, sotto lo sguardo preoccupato di Zinia, e lubrifica nuovamente il buchetto. “Ora non preoccuparti, sei abbastanza vuota, se fai la brava non ti farò male” dice alla giovane. Ed è di parola, Zinia sente il liquido caldo che entra, una sensazione di pieno niente affatto dolorosa accompagna la lenta instillazione. Madame palpa, in maniera esperta il ventre, la detenuta contiene ora un litro e mezzo. Ora di iniziarla al piacere della schiavitù, chiude il rubinetto ed estrae la sonda. “Adesso ti metto un piccolo tapon” dice Madame. Un accessorio piriforme, di colore bianco, ben lubrificato è pronto. Una subitanea sensazione di dilatazione dice alla giovane che il “tapon” è entrato. Sollecitata dalle parole di Madame si rilassa, ora le dita abili di Madame le regalano un orgasmo intensissimo. E nell’animo di Zinia spunta il desiderio di ricambiare Madame dell’orgasmo che le ha donato. Chiede a madame di liberarla e si inginocchia di fronte a lei, con la pancia ancora gonfia del meraviglioso liquido. Madame si toglie le mutande in latex ed accetta l’omaggio della inesperta lingua della giovane, guidandone l’inesperienza fino a regalarsi un orgasmo galattico. Ma non è finita, ora la giovane deve imparare la sottomissione, le mani di Madame schiacciano la pancia della schiava, causandole, per tutto ringraziamento, nuovi dolori. E quando permetterà nuovamente alla schiava di scaricarsi la ragazza si umilierà leccando i piedi di Madame. Una nuova schiava è entrata nella scuderia di Madame
Vostra detenuta nadia.
(3- continua)

8 gennaio 2015

POESIA DELLA SGUATTERA NADIA


T
La divisa

La divisa di fatica assai sudicia abbandonai,
devo proprio confessare, non la lavai.
Mesi dopo la Signora di indossarla comandava,
ma ormai la divisa assai puzzava.
E così la punizione, me tapina,
fu di una sola parola: glicerina.
Tre pompette di quel liquido irritante,
ve lo assicuro sono proprio tante.
Sembrerebbe uno scherzetto,
infilarle e spremerle nel buchetto.
Ma di lì a poco, mie Signore,
che strizzoni al pancino e che dolore!
Venti minuti lì in piedi trattenere,
e due dozzine di sculacciate sul sedere.
E finalmente di corsa nel bagnetto,
mail pancino duole a lungo il maledetto.
La morale nella storia la trovate,
le vecchie divise vanno sempre ben trattate.

sguattera nadia

26 novembre 2014

PENSION BALNEARIA 90 / LA PERRA E LA TORRE


Nobili Signore, serva sudiciona,
la vita prosegue e, tra una lezione e l’altra decido di andare a controllare la perra: non sia mai che, affidata ad un'altra sorvegliante, prenda cattive abitudini. Arrivo a metà giornata. Attendo un attimo e vedo arrivare un grande carrello a ruote, carico di piatti. Il caldo, sotto al portico che ripara i forni di cottura, è allucinante. Ma per le serve non esistono versioni “leggere” della divisa di fatica.
Il “saio” marrone, descritto in precedenza, è scolorito e tutto a macchie: si vedono i punti in cui, a contatto della pelle è inzuppato di sudore, altre parti, invece sono state rapidamente asciugate dall’intenso calore dei forni e sono cosparse da impalpabili cristalli bianchi di sale. Ai piedi la perra porta rudimentali e rumorosi zoccoli di legno, gli stessi usati anticamente dai braccianti agricoli. Per ripararsi dal calore irradiato dal forno, la perra deve indossare due paia di grembiuli: uno di spessa gomma ed uno luccicante ch sembra di domo pack, all’esterno. Le lunghe maniche del saio riparano gli avambracci e uno spesso paio di lunghi guanti da lavoro di cuoio impedisce che le mani si brucino. I capelli della perra sono ricoperti e riparati da un fazzolettone dello stesso materiale del saio, che le copre testa e collo e che, quando si avvicina al forno, viene tirato anche a coprire la faccia, un po’ come il copricapo delle tribù del sahara. La perra, ancora dolorante per il parto, muove il carrello con grande circospezione, memore del disastro combinato. Una volta portato al suo posto il carrello, mi avvicino e scambio qualche parola con la sorvegliante e chiedo come passi la giornata la perra. Sveglia, come per tutte le altre detenute alle 6. Le detenute debbono lasciare i propri giacigli in perfetto ordine (non per niente questa Istituzione ha un lontano passato di convento di punizione di un ordine monastico militare). Alle 6.30 tutte le detenute devono essere pronte, una piccola squadra sull’attenti di fronte alla Sorvegliante capo. Contemporaneamente due sorveglianti verificano che i giacigli siano stati lasciati in ordine e perquisiscono rapidamente le spoglie celle. Al termine di questa ispezione il primo pasto della giornata: del tè, talmente lungo da poter essere definito acqua calda sporca, ovviamente niente zucchero. Un pezzo di pane secco da inzuppare nel liquido. Alle 6.45 le detenute devono raggiungere i propri posti di lavoro dove, nel frattempo, dopo una abbondante colazione, arrivano le sorveglianti. Ma veniamo alla perra, come primo lavoro della giornata le tocca quello di aiutante fuochista. Infatti assieme ad un'altra detenuta, la fuochista, accende l’enorme forno a carbone, che dovrà bruciare per un ora prima di essere caldo a sufficienza per poter cuocere i piatti. Ma l’ora non passa inoperosa, due grossi mantici, azionati con un sistema di leve, devono ininterrottamente soffiare aria, per scaldare la fornace. Il lavoro dei mantici, in aggiunta allo spalare il carbone, occuperà poi per tutta la giornata la detenuta fuochista. Un lavoro abbastanza pesante. Come pesante è il lavoro delle due schiave addette allo scavo della compatta e pesantissima argilla. Molto meno pesante è la “formatura” degli oggetti, lavoro che però richiede doti artigianali non comuni e che, comunque, è svolto da vecchie schiave che in anni di espiazione hanno meritato questo privilegio. Ma veniamo a quello che la perra, nella sua dabbenaggine ha creduto un “lavoretto”. Riceve gli oggetti di terracotta, ancora relativamente teneri, appoggiati su lunghe assi. Deve sollevare le assi ed infilarle su appositi alloggiamenti nella parte bassa del forno. Poi, a metà cottura, deve riaprire il forno e spostare gli oggetti nella parte alta. Appunto, la perra non aveva tenuto conto di questo fatto, il calore del forno, unito al riverbero dei piatti, rende necessario l’abbigliamento protettivo che ha però la particolarità di far sudare moltissimo e poichè la juta bagnata di sudore prude in maniera infernale più che di un abbigliamento protettivo potremmo parlare di un abbigliamento penitenziale. Una volta ogni ora alla perra viene concessa una brocca da mezzo litro di acqua. Deve berla tutta d’un fiato, di fronte alla sorvegliante. Dato il gran sudare non ha gran bisogno di orinare, buon per lei perché sono previste solo tre pause bagno, mattina, mezzodì e sera. Altri permessi non vengono concessi e le detenute sono costrette a pisciarsi addosso mentre lavorano. Da qui il pessimo odore che le circonda. Ma questo è anche un istituto modello, tutte le sere le detenute devono evacuare, con l’aiuto di un buon clistere saponato da 3 litri, ritenuto per una buona mezz’ora. Ogni due giorni, alla sera, le detenute subiscono il “lavaggio”. Una sorvegliante impugna un tubo di acqua, dotato di un potente getto. Le detenute avanzano fino ad una piattaforma di cemento e si devono mettere nella posizione dell’Uomo di Vitruvio. Il getto, sapientemente diretto lava loro e le divise dalla testa ai piedi. Particolare attenzione viene posta all’igiene intima, la detenuta deve rialzare il saio punitivo, in modo da mettere i mostra le mutande. La sorvegliante fa una prima passata “esterna” con il getto, poi tira un po’ la cintura ed infila la punta da cui parte il getto. L’operazione viene ripetuta più volte davanti e dietro. Una volta lavate le detenute restano per un quarto d’ora a rabbrividire e sgocciolare, visto che il lavaggio viene eseguito in tutte le stagioni. Avevamo visto la prima colazione delle detenute, vediamo il resto. A mezza giornata, anzi, alle ore 14, le detenute hanno una pausa totale di 30 minuti, in cui possono utilizzare il bagno, di cui parleremo diffusamente in seguito, e possono consumare un pasto, questa volta di zuppa un po’ più nutriente, visto che nell’acqua sono state cotte per lunghe ore le ossa scartate da una vicina macelleria. Nel pentolone di zuppa vengono anche rotte alcune uova, ed aggiunto sale, peperoncino, aglio, olio e molto pane secco. Il tutto cotto per ore e rimescolato a lungo, da la “sopa bopa”, una nutriente zuppa che ha nutrito generazioni di braccianti. Dopo una giornata di lavoro che si protrae fino alle 20 in inverno ed alle 21 in estate, le detenute possono consumare il pasto serale. Alla sera, però è bene tenere leggere le detenute, se non hanno ricevuto punizioni, il che automaticamente comporta il digiuno serale, le detenute ricevono una scodella di “sopa magra”, su cui mi sono già dilungata. Nei giorni di “lavaggio” è tradizione di dare la sopa magra ben calda ed in doppia razione, per compensare il freddo patito dalle detenute nei loro abiti zuppi.
Ma parliamo del WC per le detenute, in una istituzione spartana come questa i WC sono collettivi, una casetta di cemento con 4 “inodoro turco”, nessuna separazione tra i vari “posti”. E dopo l’uso le detenute devono lavare a secchiate di acqua la toilette. Come carta igienica sono a disposizione fogli di giornale attaccati ad un chiodo.
Mentre parlo con la Sorvegliante guardo la perra lavorare, e mi accorgo che sul carrello trasportato mancano qua e là dei piatti. Indago un po’ e scopro che la furbona, per evitare le nerbate dovutele per ogni piatto rotto, ha fatto la pensata di buttare i piatti rotti nel forno.
Intimamente contenta di aver nuovamente individuata la furbetta, segnalo prontamente, come mio preciso dovere, la cosa alla Sorvegliante di turno ed alla Badessa. Quest’ultima, mi incarica di ideare ed eseguire la punizione per la perra. Chiedo di poter riflettere un attimo, la perra, invecchiata e dimagrita , ha ricevuto innumerevoli nerbate ma se la si guarda dritta negli occhi si intuisce ancora un non so che di sfida, le nerbate servono solo a trasformarle la pelle del culo in cuoio…….
Poi penso alla prima punizione a cui ho qui assistito qui all’Istituto: la torre. Illustro la mia idea alla Badessa, incontro la sua approvazione ma, mi dice, sei tu la responsabile della preparazione e della esecuzione della punizione. Sarà come una specie di “trabajo de clase”.
Spiego cosa ho pensato di organizzare: la punizione della torre mi è sembrata interessante, legare la perra con la testa nella vaschetta sarebbe un mio desiderio. Però ricordo bene che, data l’idratazione forzata, quello che la serva alla gogna “passava” alla serva sottostante, più che pipì pareva acqua. E così ho proposto di mettere neòl piano superiore uno sgabello la cui seduta è sostituita da una bella tradizionale asse da WC. Così le detenute, alla mattina quando la pipì è più concentrata, potranno per una volta pisciare comodamente. Detto fatto, recupero da un bagno in disuso l’asse e con qualche chiodo ben messo realizzo il manufatto. Al mattino successivo, ben prima della sveglia, faccio alzare la perra e la trascino, ben ammanettata, fino al di sotto della “torre”. Rinchiudo caviglie e polsi nelle relative assi della gogna e lascio la perra a meditare su cosa la aspetta, con la testa appoggiata all’interno della maleodorante vaschetta ancora vuota. Ben presto arrivano le prime detenute per fare pipì, sorveglio attenta l’operazione, spostando mano a mano, con pazienza, la posizione dell’asse, in modo che i caldi e maleodoranti getti, non solo riempiano la vaschetta ma colpiscano la perra in faccia. Infatti è costretta a stare con occhi e bocca ben chiusi. Il livello del liquido sale inesorabile, la perra si sforza di tenere sollevata il più possibile la testa, cercando di sottrarsi al suo castigo. Allora tolgo la cinta di cuoio della mia divisa e la allaccio, in modo da limitarle i movimenti della testa. Il liquido avanza inesorabile e ben presto arriva alle labbra. Ma la perra è un osso duro, ha le vene del collo e della fronte gonfie per lo sforzo e riesce ancora per alcuni minuti a respirare liberamente. Ma alla fine deve cedere. La testa sprofonda nel liquido e dalla bocca escono bolle d’aria, mentre il collo mostra rapide deglutizioni. Poiché intendo far durare il più possibile la punizione, regolo attentamente il numero di detenute in coda al perra-WC, voglio che la perra abbia modo di assaporare a fondo ….. l’elisir, con pause in cuoi riprende fiato, non voglio che sia semi-svenuta, perdendosi così l’aroma.
Come promesso la Badessa viene a verificare il mio …. compito in classe. Apprezza sia la comodità dell’asse che la cinghia che rende difficile il sottrarsi in qualche modo alla punizione. Passa una buona mezz’ora. Ormai lo stomaco della perra comincia ad apparire gonfio, dopo che sette detenute hanno vuotato la vescica. Una larga chiazza di umido macchia il saio della perra all’altezza dell’inguine, questa incontinente si è pisciata nuovamente addosso. Altre tre detenute pisciano ed è ora di terminare la punizione. Seguita dalla Badessa mi reco sotto alla Torre per rimettere in piedi la perra. Pare veramente provata, con capelli maleodoranti e schiumosi incollati alla testa, pare un gatto cvaduto in uno stagno. E qui accade un guaio, un grosso guaio. La maledetta, ne ha architettata un'altra. Presa dalla rimozione della cinghia e della gogne, non mi accorgo che la perra tiene chiusa la bocca ed ha le gote gonfie. La rimetto in piedi e, la osservo. E la perra dà seguito al suo criminoso piano: ha tenuto in bocca una bella quantità di orina, riuscendo a respirare col naso. Come sono di fronte al lei me la sputa, anzi, per meglio dire, me la spruzza in faccia. Ma la cretina non ha fatto i conti con la mia gioventù di “ragazza di strada”, intuisco qualcosa e mi abbasso prontamente, solo una piccola parte del getto mi colpisce, la maggior parte colpisce la Badessa!
Sono raggelata, prontamente prendo un fazzoletto, non troppo di bucato, aihmè, e faccio il gesto di asciugare la Badessa. Questa è inviperita, mi punta contro l’indice e mi dice: TU sei la responsabile dell’accaduto, quanto alla detenuta le farò rimpiangere di essere nata, ora prendo un bagno, poi presentati con la detenuta nel mio studio per ascoltare le vostre sentenze!
Vostra indegna sorvegliante Nadia 
(90- continua)

29 maggio 2014

PENSION BALNEARIA 82


Nobili Signore, serva sudiciona,
una affezionata cliente della Pension ha regalato alla Signora un cane. Un vero “mastino spagnolo” di nome “Diablo”. Sentendo il nome e la razza mastino penserete senz’altro ad un cane feroce, assetato di sangue……. niente di tutto questo. Nonostante sia solo un cucciolo ha la taglia di un vitello. Selezionato per gestire le greggi non è assolutamente aggressivo, si fa rispettare “marchiando” di tanto in tanto le cosce delle pecore con leggere “pinzate” dei denti, senza però mai affondarli. Infatti in breve alla Pension tutte, sorveglianti e detenute, abbiamo i nostri bei segni di qualche “pinzata”. Comunque un vero cane bonaccione che conosce la propria forza e fa in modo di non utilizzarla per fare male, si limita a mettersi in mezzo ed eventualmente “appoggiarsi” facendo cadere il malintenzionato.
Una pacchia per le detenute, direte voi. Il problema è che il bestione ha avuto un imprinting sbagliato, si crede un umano. Ed è sempre lì a puntare il suo sensibilissimo naso alle “parti basse” sia di noi sorveglianti ma soprattutto delle detenute. Ed alcune detenute, tra cui in particolare la perra, che si pisciano addosso con facilità, emanando così un pessimo odore, mandano in tilt il buon Diablo che si eccita ed inizia il “corteggiamento”. E bisogna dire che il buon “Diablo” è proprio ben dotato. Per una volta nella vita le detenute apprezzano le mutande rinforzate di gomma e cuoio, visto che Diablo non ha falsi pudori e si esibisce in clamorosi tentativi di monta. Il tutto si conclude inevitabilmente con la detenuta seppellita dalla stazza di Diablo che, poverino, si scontra con l’invalicabile spessore delle mutande. A volte ci vuole un secco richiamo della Signora per farlo desistere. Questi sono i fatti. Ovviamente noi sorveglianti non ci siamo fatte sfuggire l’occasione per terrorizzare ancora di più perra e compagne. Abbiamo raccontato loro fantasiose storie di detenute possedute di dietro dal mastino, così dolorosamente che per permettergli di estrarre il pene lo si era dovuto calmare a secchiate di acqua ghiacciata. Un'altra perversa fantasia, racconta di una detenuta a cui il buon Diablo ha staccato un orecchio durante un orgasmo.
Resta il fatto che il poveretto, continuamente frustrato sessualmente, rischia di deperire. La Signora, dopo aver cercato invano nel circondario una femmina di molosso adatta, annuncia che la prossima detenuta a meritarsi una punizione, dovrà, per un intero mese, provvedere “manualmente” al benessere fisico del povero Diablo. Naturalmente faccio in modo che la Perra si aggiudichi per prima la punizione. Francamente non la capisco, pianti e musi lunghi, fino a che non impugno la “vara” e metto fine alle contestazioni. E devo dire che il buon Diablo apprezza molto la manualità della perra, a tal punto che tende a farle “la corte” scortandola e cercando di difenderla. Addirittura diventa difficile somministrare alla perra un clistere, Diablo scambia la vaschetta per l’abbeveratoio svuotandola con grande soddisfazione!
Non preoccupatevi, comunque, ci vuol ben altro che un molosso per impedirmi di applicare le meritate punizioni alla perra.
E visto “l’innamoramento” di diablo non si contano le battute sul fatto che la perra ha trovato “su marido, el perro”.
La perra sopporta a fatica la situazione, tanto che un giorno, nel momento in cui non si sente osservata rifila un potente calcio nei “cojones”i di Diablo. La cosa non passa inosservata, anche perché il povero Diablo fa una scenata, urla, guaiti ed uggiolii, neanche che lo avessero ammazzato.
La Signora, informata dell’accaduto interviene ed alla perra viene inflitta un ulteriore umiliazione: dovrà soddisfare Diablo con la bocca! Inutile dire che, prevedendo l’accaduto mi sono portata la “vara”, per cui il sedere della perra viene in breve solcato dai segni incrociati delle vergate, fino a che, tra lacrime e singhiozzi, promette che eseguirà l’ordine. Organizziamo così il “teatrito”, il teatrino, in cui avvengono le vergognose punizioni pubbliche. Qui il buon Diablo viene fatto stendere e la perra deve accontentarlo.
E per la perra non si prospetta certo un roseo avvenire, la Signora, cercando una femmina adatta, ha scoperto che il seme di un “mastino spagnolo” di razza purissima, è molto ricercato, visto che i poveretti, data la mole, hanno qualche problema riproduttivo. E così la perra viene rifornita di provettoni, in cui dovrà, volente o nolente, raccogliere il “prodotto” del mastino. Sono ben contenta di questo, che anche la perra provi ad essere punita e vedere che la propria punizione arricchisce qualcun altro!
Sorvegliante Nadia
(82- continua)

3 dicembre 2013

PENSION BALNEARIA 71 - 72


Nobili Signore, sguattera sudiciona,
in questa puntata vedremo le “avventure” della perra, seguite alla umiliazione pubblica. Ci sono stati degli strascichi, la Signora ha dovuto chiamare un medico che ha curato la gastroenterite provocata dal purgante. Ma di lì a tre giorni, sono state dichiarate completamente guarite. La Signora ci ha riunite per la “vestizione” delle nuove serve. Dagli armadi della Pension sono così spuntate delle nuove divise da fatica, ancora piegate ed inamidate. Abbasso lo sguardo sulla mia divisa macchiata e stracciata e scambio alcune parole con la Signora che assente entusiasta. Mi porto davanti alla perra ed inizio a sbottonare la divisa e me la sfilo, restando con i mutandoni di servizio. Mi dico che la perra va umiliata fino in fondo. Tolgo anche le mutande, le raccolgo e le porgo alla perra indicandole di annusarle. Inizierà a capire cosa vuol dire dover vivere circondate dai propri odori: il sudore che lascia aloni bianchi di cristalli di sale sotto le ascelle, la puzza di orina delle mutande, perché ci veniva razionata anche la carta igienica e non ne potevamo usare per asciugarci dopo la pipì. Mutande lavate solo una volta alla settimana, dietro suo preciso ordine. La obbligo ad indossare la mia puzzolente divisa e indosso quella nuova che sarebbe andata a lei. Lo stesso accade alle russe, le mie compagne, Pilar in testa mi imitano.
La Signora ride soddisfatta alla scena, ci annuncia che , seppure restiamo serve, nei confronti delle neo sguattere punite saremo “supervisores”, sorveglianti insomma.
Non via avevo mai parlato di una cosa: perra è il nome “in codice” con cui la chiamavamo noi, mai ci saremmo azzardate a dirlo in sua presenza: letteralmente significa cagna ma anche puttana. Da adesso la Signora ha stabilito che non solo noi la si chiami così, ma anche la perra, risponderà a quel nome.
A proposito di perra: la Signora ci ha ordinato di non sfogare subito la nostra rabbia su perra e compagne: abbiamo anni a disposizione per rendere loro la vita difficile.
E veniamo ai lavori: la noria, ovviamente, ha il posto d’onore. Ricordate il campanello che suona se non si va alla velocità programmata? E’tutto un offrirsi volontarie, tra noi sorveglianti, per supervisionare, armate di frustino, il lavoro delle sguattere, purtroppo tale ambito incarico ci tocca a turno, gli interminabili corridoi dalla Pension attendono i nostri stracci per essere lucidati….
Ed è una gioia, per me mentre passo lo straccio, vedere la perra trascinare per i corridoi i carrelli di fango bollente. La guardo, nuove macchi di sudore segnano la divisa sotto le ascelle e sotto i seni, il fazzoletto da testa è zuppo e dai capelli cadono gocce di sudore. Fingo pietà, la costringo a bere molta acqua, scoprirà presto che per le sguattere in punizione di rigore non è permessa alcuna pausa pipì, che si pisci pure addosso. Cominci a capire cosa vuol dire sentire la propria puzza, lei che era sempre elegantina e profumatina!
E veniamo ai pasti, dubito che le sguattere sperassero in pasti luculliani, ma di sicuro non si aspettavano questo: un tozzo di pane ed una cipolla. Sì, la Signora ha deciso di metterle a dieta strettissima fino a che saranno dimagrite in maniera soddisfacente, quello che viene negato a loro finisce nei nostri piatti che, in loro presenza, possiamo sfamarci a dovere!
Devo dire che perra e compagne si impegnano nel lavoro, ma ovviamente noi sorveglianti non siamo mai contente, fioccano i colpi di scudiscio su sederi, gambe e schiene. La Signora ci ha ordinato a limitarci a quello. Trasgressioni più gravi vanno segnalate a Lei che disporrà in merito.
E poi le piccole cattiverie, attendere quando hanno l’attesissimo permesso di usare il bagno e passare davanti a loro, occupando lo stanzino per tutto il tempo a loro disposizione.
Tra l’altro abbiamo realizzato, a beneficio delle neo-sguattere, la nostra versione della “bofetada del soldado”, lo “schiaffo del soldato”. La sguattera “sotto” deve allargare la cosce, flettendo le ginocchia. Così “aperta” deve mettersi le mani sugli occhi. Da dietro le altre sguattere e sorveglianti, devono, a turno random, dare un forte schiaffo sulla vulva alla vittima. Il “gioco” prevede che la vittima, ancora dolorante indichi una delle presenti, se indovina verrà sostituita, altrimenti continuerà ad essere “sotto”. Va da sé che se si azzarda ad indicare una delle sorveglianti resterà “sotto” molto ma molto a lungo. Un altro gioco molto gettonato è quello di mettere delle mollette ai “pezones” di una delle sguattere e poi scommettere su chi riuscirà a staccare la molletta dando un buffetto con il dito medio, usato come se di dovesse lanciare una biglia. Sono solo piccole cattiverie, per vedere di rendere loro la vita difficile e cercare di farle ribellare. A quel punto la Signora penserà ben lei a punizioni ben più adeguate.
E di lì ad un paio di giorni ci siamo, la perra tenta di ribellarsi!
Tutto inizia alla noria, la perra è aggiogata assieme a Gog. Approfittando della stazza della compagna tenta di battere la fiacca. Per sua sfortuna la sorvegliante sono io. La richiamo un paio di volte, senza ottenere risultati. Così stacco dal giogo Gog, a proposito: per evitare rischi le gigantesche russe sono costantemente incatenate con corte catene che limitano i movimenti delle braccia. E così la perra, da sola, dovrà impegnarsi. Ben presto il sudore macchia profondamente la divisa. Ma il campanello continua a suonare, la perra non gira con velocità sufficiente. E così posso finalmente riempire di segni rossi le chiappe della perra! Perra che ad un tratto ha una reazione rabbiosa e nonostante le catene con cui è aggiogata, tenta di strapparmi lo scudiscio. Chiamo Pilar ed insieme portiamo la perra a suon di scudisciate fino alla studio della Signora. Signora che si arrabbia parecchio, la perra in una settimana, non solo dimostra scarso impegno nel lavoro, ma addirittura dà segni di ribellione. Ci sono tutti gli estremi per una punizione pubblica.
Nel frattempo la perra viene rinchiusa in una celletta, fatta costruire dalla Signora su mio suggerimento: un cubo di lastre di cemento di quelle ricoperte da sassi arrotondati. Diventa così impossibile per chi è rinchiusa riposare o dormire, i sassi premono dolorosamente le carni e si deve continuare a cambiare posizione. A sera la Signora fa riunire tutte: le nuove sguattere da una parte e le nuove sorveglianti dall’altra. In mezzo la perra. Perra che deve denudarsi davanti a tutte. Devo dire che la stronza ha un bel corpo, è sovrappeso, ma sicuramente perderà i chili superflui. Ed ora la Signora si fa avanti, la perra mantiene uno sguardo di sfida. E’proprio stupida, nelle sue condizioni lo sfidare, sia pur con lo sguardo, la Signora può portare solo guai, grossi guai…..
A presto
Sguattera Nadia
(71- continua)

PENSION BALNEARIA 72

Nobili Signore, sguattera sudiciona,
ed infatti i guai per la perra cominciano in men che non si dica: la Signora, infastidita dallo sguardo di sfida le fa applicare il “toro”, qualcuna ricorderà la maschera che trasforma le urla in muggiti. E subito due di noi sorveglianti, già istruite, allacciano alle caviglie della perra due strette cavigliere imbottite, collegate a due corde che scendono dal soffitto. Quattro di noi sono pronte a tirare le corde. La perra si trova appesa per i piedi, a cosce divaricare. Qui ho rispettosamente insistito con la Signora per essere io a trattare” la perra. Ricordate il “cuero”, la pesante cinta di cuoio? Ecco, me ne sono costruita una. La impugno e picchio, con forza moderata sull’interno coscia della perra. Dà subito uno scatto che la fa oscillare e dalla maschera esce un grugnito. La Signora verifica lo stato della parte colpita, grazie al fatto che il cuero è molto largo, il colpo, sia pure doloroso, non ha quasi lasciato segno. La Signora sorride e mi fa segno di darci dentro. Ma anziché tirare una gragnuola di colpi, lo ho imparato proprio dalla perra, tiro forti colpi, intervallati da pause irregolari di decine di secondi. La punita ha così modo di assaporare il dolore a fondo, mentre le contrazioni le fanno fare l’altalena. E, soprattutto, non mi metto a massacrarle subito la vulva, gioco come il gatto col topo e faccio in modo di averle ben arrossato le cosce. Gli ultimi colpi, invece, dritti sul bersaglio. Avreste dovuto sentire i muggiti che uscivano dalla maschera, chapeau a chi ha inventato “el toro!”.
Ed una piccola invenzione, per la gioia di perra e compagne, la ho fatta anche io: guardavo le travi di legno del tetto della Pension ed ammiravo i chiodi di ferro. Non i chiodi che trovereste in ogni “ferreteria” no, chiodi importanti, forgiati uno ad uno da antichi ignoti fabbri. E vedendo le “teste” di questi chiodi che noto la loro forma: una specie di piramide tronca.Poco dopo, camminando sui sentieri del giardino mi capita una delle solite fastidiose inezie: un sassolino entra tra piede ed i miei zoccoli da serva (si, perché la promozione ottenuta non ha cambiato nulla nelle nostre calzature). Inizio immediatamente a zoppicare, mi risulta doloroso fare un altro passo e devo fermarmi e togliere il sassolino. Ideona: se potessi avere dei mini chiodi forgiati, potrei piantarne qualcuno nelle suole degli zoccoli della perra, non per impedire che scivoli, ovviamente, le capocchie a contatto col piede. La forma piramidale tronca, non riuscirebbe a rompere la pelle, ma camminare diventerebbe un tormento. Chiedo il permesso alla Signora, spiegandole il motivo. E così mi reco presso il maniscalco del paese, proprio vicino alla Plaza de Toros. L’artigiano ci conosce benissimo ed è ben disposto. Spiego la mia idea e con quattro martellate ecco pronto il prototipo. Meglio ancora di quanto pensassi, la capocchia è ben larga a piramide smussata con gli spigoli ben arrotondati, nessun pericolo che buchi la pelle, ma come mi dice il fabbro “haceran muy mal” ed inoltre “brotan ampollas como setas” e cioè “spunteranno vesciche come funghi”. Ben presto cinque chiodi vengono posizionati sulla pianta degli zoccoli. Voglio proprio vedere la perra ad utilizzarli.
Ed al ritorno sostituisco subito gli zoccoli della perra. Una gioia vederla soffrire e camminare come se cercasse di non rompere delle uova! Ad ogni passo fa delle smorfie che danno un idea di cosa stia soffrendo. Poiché non sono poi così cattiva,. le restituisco gli zoccoli lisci per farla lavorare alla noria, non voglio possa accampare ferite od infermità per sfuggire alla nostra vendetta!
Inutile dire che, visto il successone, anche le altre sono state fornite di bellissimi “zuecos con clavos” e via, a marciare per le strade del paesino tra due ali di donne divertite che le sbeffeggiano turandosi il naso, per ricordare la figuraccia dell’olio di ricino!
Insomma, grazie alla posizione di sorveglianti da noi raggiunta possiamo esercitare un po’ di “nonnismo” unito alla nostra strameritata vendetta su queste stronze, capitanate dalla perra, la più “de mierda” di tutte!
E non è finita qui, abbiamo pensato di riperendere a sperimentare gli ormai ben più che “vintage” impianti ed oggetti medicali antichi della Pension. La Perra era così interessata a questi oggetti, mi sembra giusto permetterle di continuare in proprio gli studi sui loro effetti.
A presto
Sguattera Nadia
(72- continua)








7 luglio 2013

LANCY 10 - IL CAMPO DELLE MULE

© Georges Pichard

LANCY 10 – IL CAMPO DELLE MULE
di sguattera sudiciona

La misteriosa fondatrice di Lancy
Il cosiddetto Campo delle mule, ove Frau Schwanger trascorrerà il resto della sua vita insieme alla sue tre compagne di sventura espiando la propria inettitudine al servizio è, se così possiamo dire, la pietra miliare di quello che 150 anni dopo sarebbe diventata la Lancy che incominciamo a conoscere e svelare attraverso questo imperfetto e per necessità di cose incompleto resoconto.

Fondazione
Nel 1863 la misteriosa fondatrice di Lancy, ereditiera con una spiccatissima attitudine al comando unita ad un carattere di ferro e ad un patrimonio così imponente da essere difficilmente quantificabile, decise di istituire un luogo in cui poter creare a proprio piacimento e lontano da sguardi indiscreti una genìa di serve perfettamente adeguate al totale servizio e alla assoluta devozione alle proprie padrone. 

Per ottenere questo risultato, la proba Fondatrice si ispira ai sistemi punitivi dei Bagnes Des Femmes e dei Conventi femminili di punizione creati nel 1700, secolo baciato da una straordinaria inventiva per quanto riguarda la correzione di “donne perdute” che andavano riportate sulla retta via ad ogni costo. In particolare, la generosa filantropa individua due elementi cardine del proprio sistema correzionale: i clisteri e i lavori di fatica.

Justine, o le disavventure della virtù
L'idea di redimere le “donne perdute” tenendole occupate da un operoso, incessante lavoro e mantenendole in uno stato di “gravidanza” pressochè continuo grazie a profonde irrigazioni intestinali viene mutuato dalle ferree regole dei Bagnes e dalla attenta lettura del Marchese De Sade, in particolare dagli interessanti spunti offerti da una delle sue opere migliori, nonchè sua opera prima: Justine, o le disavventure della virtù, pubblicata nel 1791.

Ancora bellissima e appena trentaseienne, subito dopo l'improvvisa quanto auspicata morte dell'anziano marito, la misteriosa Fondatrice si trasferisce dalla natia Parigi a Lugano nel 1860. In seguito a minuziose ricerche, valutazioni politiche e sociali e dopo la costruzione di una fitta rete protettiva costituita da amicizie altolocate ben consolidate da un attento uso del suo patrimonio, la virtuosa Signora individua in Lancy il luogo ideale ove costruire il suo primo “falansterio dedicato alla remissione dei peccati delle serve perdute”. Compra in contanti una villa immersa nel bosco, ettari ed ettari di terreno circostante, ed inizia la sua pia opera.

Dopo imponenti lavori di ristrutturazione durati tre anni, realizzati da una infinita serie di imprese a ciascuna della quale viene affidata a rotazione solo una minima parte dei lavori, Lancy viene completata e resa operativa nell'anno di grazia 1863. 

Lancy nel 1863
All'epoca la struttura è soltanto un terzo di quello che oggi conosciamo, e consta del palazzo principale, del Campo delle Mule e dei locali sotterranei segreti che più tardi verranno adibiti a contenere le “mucche” della Fattoria. Il Campo delle Mule viene reso immediatamente operativo con l'introduzione dei tre “Marchingegni di fatica”, ovvero la Giostra, la Collina e il Giardino. Progettati dalla nostra amorevole filantropa, ecco una sommaria descrizione dei tre apparati, così come la stessa misteriosa gentildonna li riassume nei suoi appunti progettuali:

Per redimere le più riottose e recalcitranti delle serve, che io definirei “mule”, ho ideato tre sistemi di correzione che non mancheranno di ingentilire quelle povere anime perdute, restituendo finalmente a loro stesse la loro anima servile, che ritengo essere, per una schiava, il suo più alto sentire possibile su questa Terra.

Ed ecco dunque la Giostra, ovvero una sorta di bindolo che, in questo caso, non servirà a tirare su un ben niente eccetto che la ritrovata dignità di bestia da soma della serva, la quale sarà attaccata mediante imbracatura al bindolo, al posto di un povero asino innocente.

E poi ancora la Collina, ovvero un terrapieno di sassi e terriccio ripidissimo alto non più di 7 metri, che la mula dovrà salire e scendere per tutto il giorno, amorevolmente sollecitata da una guardiana, meglio se con indosso un giogo carico di pietre e sterpi.

Infine il Giardino, luogo consacrato allo scavo di buche tanto profonde da farci entrare la schiava al completo in piedi, con di fuora solo la testa, e che dopo l'entrata della schiava per constatarne l'effettiva profondità, sarà dalla medesima serva issofatto nuovamente riempita.

Come avveniva nei nostri beneamati e rimpianti “Bagnes des Femmes” che ho avuto modo di conoscere de visu da piccola in Francia, le nostre corrigende svolgeranno i loro compiti con le budella ben riempite di acqua e olio, rabboccati ad intervalli prestabiliti.  Onde far sì che le infide mule non si liberino del loro giusto carico interno, saranno sigillate secondo il metodo dell'italiano Ramolino, metodo che si avvale di due eccellenti ritrovati: un godemichet di caucciù inserito nel loro orifizio minore e indosso mutande di pelle molto aderenti. Completeranno il corredo delle mule una palandrana di tela grigia e uno zinale adatto ai lavori di fatica. Per l'inverno saranno approntati dei mantelli di lana, unitamente a delle cuffie ugualmente di lana”.

Insieme alle note, la generosa Fondatrice aggiunge di suo pugno degli schizzi che serviranno alla realizzazione delle Macchine.

Frau Schwanger entra nel Campo delle Mule
Ma distogliamoci ora dal passato, e ritorniamo nel presente focalizzandoci sull'ingresso della nuova mula all'interno di quella che sarà la sua definitiva dimora. 

Rievochiamo dunque nuovamente la figura di Frau Schwanger: risentiamo il rumore degli stivali di gomma, delle doppie mutande, dei liquami che sciacquano dentro la sacca e dentro il ventre della detenuta, rivediamo la lingua rosa che sporge, il cappuccio, il pancione che tende il grembiule marrone ben allacciato. Rivediamo anche l'immagine scattata al termine del precedente capitolo: nel momento dell'ingresso delle tre donne al campo, ecco le altre tre mule: Lady Gwen, inglese di 38 anni, ex modella; Frau Schwein, ex barista tedesca di 53 anni e infine la misteriosa Madame X, di 41 anni.

Come avevamo già scritto, Lady Gwen è stata appena riempita e sta per essere rimessa al lavoro sulla Giostra; Frau Schwein viene energicamente svuotata dalla sua guardiana ed è pronta a riempire nuovamente la sua buca, mentre Madame X sta salendo la Collina per la tredicesima volta. I cesti di vimini del suo giogo sono carichi fino all'orlo di pietrisco. 

Con una sommaria cerimonia officiata dalla Signora Brunilde, nonchè figlia delle nuova corrigenda, la Guardiana Pat O'Hara viene ufficialmente assegnata a Frau Schwanger. Tranne brevi periodi, le loro vite saranno una lunga, continua, dolorosa simbiosi fra schiava e padrona.

Prima di essere definitivamente accolta nel Campo delle Mule, la schiava Frau Schwanger viene minuziosamente esaminata. Viene misurato il pancione, controllato lo stato dell'uniforme, dei grembiuli (a quello marrone ne viene aggiunto uno di spessa gomma blu) e le condizioni delle mutande punitive. 

Frau Schwanger viene condotta al suo primo Marchingegno di Fatica
Dopo aver versato il nauseabondo contenuto della sacca di gomma nell'Orto delle Mule, alla schiava, sempre con la lingua tenuta ben fuori dalla fessura del cappuccio, viene fatta assumere la posizione "on fours", ovvero carponi, e le viene permesso di abbeverarsi alla bassa vasca di granito che raccoglie l'acqua piovana mista ad acqua attinta al vicino torrente. 

Ora viene condotta a piccoli e secchi colpi di verga al primo “marchingegno di fatica” che sentirà il suo odore, che percepirà la sua fatica, che accoglierà con amore il suo corpo sfiancato. Si tratta, su consiglio di Brunilde, della Collina.
(10- continua)


3 febbraio 2013

LA PUNIZIONE DEL "BALSAMO DI TIGRE"


LA PUNIZIONE DEL “BALSAMO DI TIGRE”
sguattera sudiciona

Premessa
Per curare definitivamente le mie abitudini di “tripoteuse”, Madame Janine ha escogitato un drastico rimedio che ha messo in atto con la collaborazione di Rose M., l'infermiera altoatesina. La punizione ha avuto luogo tre giorni fa, la causa che l'ha generata è stata, ancora una volta, la mia rivoltante propensione ad essere una sguattera sudiciona.

Ore 24,00
Come forse ho già precedentemente scritto, ogni notte, per evitare disgustose manipolazioni, dopo il clistere punitivo sono giustamente assicurata al mio lettino di contenzione a pancia sotto, con indosso ancora la divisa da fatica, il grembiule di gomma, le mezze calze di cotone, il pannolone rivestito dalle doppie mutande di contenzione: un paio di caucciù e l'altro di cuoio, ben chiuse con cerniera doppia e lucchetto. Chi chiude il lucchetto e mi copre la schiena e il sedere con una vecchia coperta è sempre lei, Rose M., l'infermiera di fiducia di Madame Janine.

Come ogni notte, dopo il clistere punitivo sono stata riempita ancora con circa mezzo litro di acqua tiepida, mi è stato inserito nell'ano un plug di gomma, sono stata rivestita di nuovo del mio ormai inseparabile doppio paio di mutande, infine essa pancia sotto, le caviglie e i polsi assicurati ai montanti del lettino da quattro bracciali di cuoio collegati ad altrettante catene di acciaio e coperta con un vecchio plaid. L'infermiera mi ha “sprimacciato” la pancia, facendola ben bene gorgogliare per assicurarsi che fossi piena, ha controllato le mutande, mi ha dato una sonora sculacciata sul sedere e se ne e andata spegnendo la luce. La vecchia sveglia segna mezzanotte in punto.

Ore 6,00
Alle sei del mattino seguente, come ogni giorno della mia vita, domeniche comprese, la prassi è la medesima: sono svegliata da una cameriera di madame Janine davanti alla quale mi devo scaricare, prima di consumare la mia zuppa di tapioca in piedi e di mettermi al lavoro. Purtroppo, non potendomi più toccare da molto tempo, ed avendo una fantasia sessuale decisamente al di sopra della norma, quello che le mie mani e la mia vulva imprigionata non possono ormai concedermi più, lo ha fatto, la notte di quattro giorni fa, la mia mente. Durante il sonno ha creato per me un sogno erotico molto forte e violento, che inevitabilmente mi ha fatto bagnare. 

Ma vengo subito ai fatti. Alle sei in punto arriva Elenoire, la cameriera. Ha il compito di strapparmi la coperta dalla schiena, “sprimacciarmi” il ventre, slegarmi, farmi scendere dal lettino, togliermi le mutande di contenzione, estrarre il “plug” e farmi scaricare davanti a lei. Ma prima di farmi svuotare l'intestino, naturalmente ha il dovere di controllare la mia vulva: guai se la trova bagnata al suo interno! Quel mattino, complice il lurido sogno, ero molto bagnata, nonostante la mia non più giovane età. La donna infila una mano guantata di gomma fra le mie gambe, la ritira e l'esamina alla luce della fioca lampadina che penzola dal soffitto. Le dita della mano sono lucide. 
Elenoire mi fissa con disgusto, gli angoli della bocca si piegano all'ingiù in una smorfia di riprovazione.

Immediatamente viene premuto il tasto dell'interfono che collega la stanzetta delle scope (e della miserabile sguattera sudiciona) al miniappartamento dell'infermiera, fra le due donne vengono dette delle rapide parole in francese, ed ecco che un minuto dopo l'infermiera sopraggiunge a passo di carica, facendo un ritmico rumore di tacchi. Rose M. mi fa allargare bene le gambe, e a sua volta controlla lo stato della vagina dell'immonda sguattera sudiciona. Il risultato è identico a quello conseguito dalla giovane Elenoire: le lunghe affusolate dita guantate della mia carceriera sono bagnate.

Se non fossi tappata, me la farei vergognosamente addosso dalla paura, ma il “plug” non è stato disinserito, e la dose d'acqua “notturna” rimarrà nel mio sudicio intestino fino alle 15 del pomeriggio, in parte riassorbita e in parte espulsa in un secchio di zinco in giardino.
La punizione “esemplare” è fissata per le 16, e della coversazione che l'infermiera altoatesina Rose M. intrattiene con Madame Janine colgo solo due parole: “tripoteuse” e “Baume de Tigre”.
Col mio ventre gorgogliante e il plug saldamente inserito nell'ano, vengo bruscamente avviata dalla cameriera Elenoire al lavoro, senza la scodella di tapioca del mattino e senza potermi lavare la faccia col sapone di Marsiglia.

Ore 16
La punizione, per insindacabile decisione di madame Janine, si terrà in cucina, di fronte alle tre cameriere di Madame: Elenoire, 27 anni; Vera, 31 anni, Odette, 34 anni. Le tre domestiche, nelle loro divise nere e grembiule e crestina bianca, stanno in piedi di lato, le mani conserte appoggiate sul ventre, i volti inespressivi. 
Dietro il pesante tavolo di marmo, siede Madame Janine. Al suo fianco, in piedi, troneggia l'infermiera Rose M. Sul tavolo, vedo un vasetto di vetro chiuso ermeticamente e un salvaslip di grossa taglia, aperto. Poi c'è anche una “cangue” di legno, divisa in due blocchi, dotata di doppia cerniera e di tre fori, uno largo per la testa e due più piccoli per i polsi. Una gogna, insomma: uno di quegli strumenti di punizione di origine medioevale tanto cari a Madame Janine, in uso in Cina fino ai primi del Novecento e descritto minuziosamente da Gustave Mirbeau nel suo inimitabile “Giardino dei supplizi”.

- Sguattera sudiciona, mani sulla testa! - ordina Rose M. Eseguo. L'infermiera compie il giro del tavolo, estrae la chiave del lucchetto che serra la cerniera delle mie spesse mutande di contenzione, apre il luccetto e mi ordina di toglierle, metterle sul tavolo e di rimettere le mani sulla testa. Eseguo. Rose M. si infila un paio di guanti di lattice giallastro, apre il vasetto di vetro. Subito un odore pungente si sparge nell'aria, pervadendo tutta la cucina. Lo riconosco, è “Balsamo di Tigre”. 

Improvvisamente capisco, mi gira la testa, per il terrore la schiena si imperla di sudore che impregna immediatamente il cotone della divisa da fatica.

Nota dell'infermiera Rose M.
Balsamo di tigre è il nome commerciale di un unguento fabbricato e distribuito dalla Haw Par Corporation Limited di Singapore, che ha registrato il marchio; oggi in commercio se ne trovano vari cloni. Venne originariamente sviluppato a Rangoon (Birmania) nel 1870 dall'erborista Aw Chu Kin che, in punto di morte, chiese ai figli Aw Boon Haw ed Aw Boon Par di perfezionare il prodotto. Il balsamo di tigre è disponibile in due varianti:
    Balsamo di tigre rosso, più forte, procura un veloce sollievo dal dolore muscolare.
    Balsamo di tigre bianco, più leggero, indicato per mal di testa e congestione nasale.
    Ingredienti
    Mentolo 10,0%
    Canfora 25,0%
    Olio di cajuput 7,0%
    Olio di cassia (olio di cinnamomo; olio di cannella) 5,0%
    Olio di chiodi di garofano 5,0%
    Olio di menta dementolato 6,0%
    Il resto è a base di paraffina e petrolato (42,0%)
L'infermiera Rose M. intinge il dito indice nel vasetto di vetro, indi spalma una generosa dose di Balsamo di Tigre sul lato interno del salvaslip. È un modello, come dicevo, molto largo: le due ali laterali, ampie ed adesive, una volta a contatto con la pelle, rimangono ben ferme in posizione. Il salvaslip rimane sul tavolo, aperto, mentre il mio collo e i miei polsi, infilati nei fori della cangue, vengono bloccati dal pesante strumento di legno. Le mani stanno ai lati della testa, i gomiti piegati ad angolo retto. Prima che riesca a vederla, rapidissima l'infermiera si avvicina, solleva il grembiule di gomma, la divisa, mi divarica le gambe e applica il salvaslip alla mia vulva, facendo in modo che il diabolico Balsamo di Tigre venga a contatto con le grandi labbra e l'ano. 
La prima sensazione che provo è di freddo intenso sulle mie parti intime. L'odore penetrante della canfora mi stordisce, ma già mi vengno riapplicate le doppie mutande di contenzione, chiuse col lucchetto, ben tirate verso l'alto, in modo che stiano a stretto contatto col salvaslip. L'infermiera, compiaciuta, mi da' dei colpetti sul cavallo delle mutande. 
Le tre cameriere di Madame fissano la scena affascinate, gli occhi luccicanti e le gote che cominciano lievemente a imporporarsi. Sono eccitate. Non passa molto tempo, che dalla sensazione di freddo passo ad una molto più fastidiosa di calore, sempre più intenso. Di minuto in minuto, l'unguento maledetto brucia sempre di più. Senza che me ne renda conto, grosse lacrime scendono dai miei occhi, e inizio a dondolarmi itmicamente sulle gambe. 
 
- Ferma, sudiciona! Niente movimenti scomposti! - sibila Madame Janine. 
Cerco di restare immobile, ma il bruciore sta diventando davvero insopportabile, sembra che tutto il mondo, tutto l'universo sia in fiamme, e quell'universo sia concentrato nel breve tratto compreso fra il mio miserabile ano e la mia ignobile vulva. Nel frattempo, le tre serve hanno cominciato a mostrare segni di eccitazione sempre più evidenti; in particolare Elenoire, che con le mani sempre apparentemente immobili, ha incominciato a sfregarsi lievemente un punto sul grembiule che coincide col Monte di Venere. Madame Janine e l'infermiera evidentemente non se ne accorgono, o fingono di non vedere le tre donne che guardano avidamente la sguattera sudiciona bruciare dentro le sue vergognose mutande.
L'umidità e il calore sono ora insopportabili: fra le lacrime, comincio a contorcermi senza ritegno, cercando di sfregare le cosce l'una contro l'altra, nel vano tentativo di alleviare il dolore e il bruciore. - Guardate, guardate bene! Guardate a cosa conduce l'indulgere a immonde manipolazioni invece di dedicarsi al servizio. Questa sguattera sudiciona sta imparando a sue spese che una brava serva deve dedicare non solo il suo tempo e il suo corpo alla padrona, ma anche i suoi pensieri, i suoi sogni e il suo sonno!
Il Balsamo di Tigre nel frattempo si è insinuato in ogni piega del mio sfintere, ha infiammato la vulva e implacabilmente si fa strada nel mio corpo. Sono sopraffatta dal bruciore, dal desiderio di grattarmi a sangue, ma non posso farlo, la cangue me lo impedisce, e mentre cado a terra contorcendomi scompostamente come una biscia, un fiotto caldo di orina inonda le mutande di contenzione: per un attimo mi pare che la sua stessa piscia possa alleviare il tormento senza confini della miserabile schiava tripoteuse
 Strillo, un po' per il dolore, un po' per la vergogna mentre il getto di orina lentamente si esaurisce. 
- Bene, sudiciona, è ora di mettersi per un po' a pancia sotto a meditare sulla tua ignobile condotta – sogghigna l'infermiera. Mentre l'infermiera altoatesina Rose M. mi solleva per Il laccio del grembiule e mi trascina nella stanzetta delle scope per incatenarmi, cangue e tutto il resto, prona nel mio lettino di contenzione, i miei sensi tesi allo spasimo avvertono lontano ma distinto un suono e un odore inequivocabile: Elenoire è venuta, lievemente, dolcemente, morbidamente, sotto il grembiule.

27 dicembre 2012

IL CAMPANELLO

IL CAMPANELLO
FrauJulia

Documentandomi sull’epoca vittoriana mi sono accorta della mancanza, nelle case moderne, del campanello per chiamare la servitù. Ai tempi le serve dormivano nell’ala della servitù, in modo da garantire la privacy alle proprie Signore. Bastava però una scampanellata per farle alzare e richiedere i loro servizi. Durante il giorno, poi, le serve avevano assegnati i loro lavori ma, anche qui, un sistema di campanelli le poteva convocare rapidamente in maniera efficiente.

Ora, le moderne case sono più piccole, così basterà un campanello nel ripostiglio dove dorme la serva. Durante il giorno, poi, la Signora avrà a portata di mano un campanellino d’argento per convocare la serva in ogni momento, qualsiasi lavoro stia facendo.

Proporrei, come argomento di discussione, di stabilire che succede alla serva per una mancata o ritardata risposta.

Tratteremo la cosa come un rifiuto all’obbedienza?

Ascolteremo le eventuali giustificazioni poco credibili della serva?

Inoltre bisognerebbe stabilire un tempo massimo entro cui la serva deve arrivare, ovviamente con la divisa in ordine e le mani pulite.

FrauJulia

11 agosto 2012

PENSION BALENARIA 49


Cara Monika,
non ti ho ancora detto che, vilmente, abbiamo detto più volte alla perra che eravamo pentite ed eravamo pronte a concedere qualsiasi parte del nostro corpo, purchè questa interminabile punizione finisse. Ovviamente nessun risultato, le punizioni vanno eseguite sempre fino in fondo, se divertono la perra.
E così il giorno successivo veniamo messe su due panchette imbottite, di quelle che si possono trovare in una palestra. E ci vengono prescritti esercizi per gli addominali. Le caviglie fissate da cinghie, dobbiamo passare dalla posizione orizzontale a quella seduta, con le mani dietro alla nuca, usando solo i nostri addominali. E qui iniziano i dolori! Già farlo una volta è difficile, il farlo a tempo con la perra che batte le mani è impossibile. La nostra aguzzina si fa portare il suo frustino preferito e si diverte a “massaggiarci” le pance a modo suo. Due ore dura la tortura, in tutto saremo riuscite a fare venti o trenta sollevamenti, in compenso avevamo pancia e tette piene dei segni rossi delle percosse. Alla fine non riuscivo più a tirarmi su, piangevo soltanto. Veniamo così laasciate in pace, ovviamente passiamo il resto della giornata a lavorare, pulendo e lucidando, sempre preda dei morsi della fame, poiché ci hanno dato solo “sopa de fideos”, una minestrina molto molto acquosa, in aggiunta all’onnipresente yogurth.
A sera crolleremo addormentate, senza neanche spogliarci, dalle divise di fatica, che ormai puzzano tremendamente di sudore. Al risveglio un dramma! I muscoli addominali di me e Pilar, sforzati eccessivamente dagli esercizi a cui non siamo abituate, si sono infiammati, ogni movimento risulta doloroso. In qualche modo riusciamo ad indossare la divisa e presentarci alla perra, timorose di incorrere in una punizione.
Ma la realtà è peggiore dei nostri timori, ci legano nuovamente alle panchette e ci viene ordinato di riprendere l’esercizio degli addominali. Ma i dolori sono tali che dobbiamo gettare la spugna senza riuscire a tirarci su neanche una volta!
La perra ci accusa di non essere abbastanza motivate. Penserà lei a farci esercitare nostro malgrado!
Ad un ordine Gog e Magog portano un apparecchio ultramoderno, con un pannello tutto lucette e manopoline ed una serie di scatolette dall’aspetto costoso. La perra, in favore delle telecamere, presenta l’apparecchio e ne illustra l’uso. E’una centralina per la elettroterapia prodotta da una ditta che intende lanciarla commercialmente, grazie alla sperimentazione e alle pubblicità girate alla Pension Balnearia. Ovviamente, sapendo di essere condannate a fare da cavie, non ci lasciamo sfuggire una sillaba. Una delle frasi che sento mi preoccupa moltissimo “Esto nuovo dispositivo es mucho mas potente que la competencia” ed inoltre “puede ser muy doloroso”. Inoltre vedo su alcuni dei tasti e delle lucette il simbolo di “attenzione”.
Poi, per un giochino psicologico della perra o seguendo qualche oscuro insegnamento di Torquemada, veniamo rimandate a lavorare per il resto della giornata. Puoi immaginare in che stato di ansia abbiamo passato il resto della giornata. La notte ho addirittura pianto pensando allo strumento del nostro prossimo supplizio!
Monika, ora ti devo lasciare
sguattera “preoccupada” Nadia