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16 marzo 2013

LANCY 2 - DENTRO LANCY

LANCY 2
di sguattera sudiciona

Grosse Jeannette assicura sotto il mento della schiava un collare d'acciaio ricoperto di gomma al quale aggancia, tramite un moschettone, una catena. Afferrato saldamente il capo della catena, la guardiana alsaziana tira senza tanti complimenti la serva di mezza età e le due donne escono dalla umida cella.

Il corridoio delle sette celle
Schiava e custode attraversano un lungo corridoio sul quale si affacciano altre sei porte che chiudono altrettante celle simili a quella che ospita la sguattera sudiciona. Mentre camminano, improvvisamente dalla quinta cella si alza un lamento, lungo e distinto, che sembra prolungarsi infinitamente nel tempo.
“Sembra un muggito”, pensa la schiava inghiottendo la saliva per evitar di rimettere. Il sudore le ha macchiato la divisa sotto le ascelle: un sudore fresco, che va a sovrapporsi e a risvegliare quello depositatosi in tante, interminabili ore di lavori forzati e di punizioni. All'udire lo strano suono, istintivamente la schiava domestica rallenta il passo. Uno strattone alla catena la ricompone, e la sguattera sudiciona si rimette in marcia, il butt plug che scava il retto, la pancia gravata dalla mistura di acqua olio e sapone, le pesanti doppie mutande che la sigillano. Le due donne procedono, scalino dopo scalino, risalendo verso il pian terreno.

Open space a Lancy
La sguattera sudiciona avanza faticosamente sui suoi zoccoli, il ventre che ballonzola grottesco sotto il grembiule, il pancione ben riempito di liquido caldo e vischioso. Cammina dietro la sua custode, attanagliata dai crampi che arrivano intermittenti. Finalmente le scale sono terminate: al pian terreno, dove si trova il Grande Salone di Lancy, un lusso luminoso, sfrenato ed eclettico travolge l'enorme open space progettato da un notissimo architetto italiano.

Mentre attraversano un labirinto di statue, librerie, folti tappeti, lampade e paraventi, Grosse Jeannette offre alla schiava domestica alcuni dettagli sulla sua nuova condizione: - Tutte voi schiave faticate sempre ben piene, sudiciona! O lavorate nel castello, o nel parco oppure venite messe sul treadmill a sgranchirvi le gambe! - Grosse Jeannette conclude il suo breve discorso con una fragorosa risata. Evidentemente l'ultimo elemento l'ha particolarmente divertita. Mentre procedono attraversando l'enorme salone, la guardiana e la sguattera sudiciona incrociano altre due schiave domestiche: sono inginocchiate a strofinare con minuziosa attenzione un tappeto, sorvegliate da una custode magra e allampanata, vestita esattamente come Jeannette, ma di qualche anno più giovane.

Altre schiave domestiche
Le due schiave domestiche hanno i grembiuli di gomma ben gonfiati dai ventri prominenti, ma a dispetto della rotondità della pancia, il resto del loro corpo è asciutto e scarno, ancorchè muscoloso. I volti, tesi in una perenne smorfia, hanno un colorito giallastro: la nuova schiava imparerà presto che quei volti sono la cosiddetta “maschera” delle schiave di Lancy, volti di donne perennemente alle prese con gli effetti di continue e ripetute “gravidanze” a base della mistura escogitata dalle due Signore del maniero. Le due serve indossano la divisa di ordinanza in tela grigia, dalle maniche corte, grembiulone di gomma verde e guanti dello stesso colore e materiale. Una delle due schiave, che apparentemente sembra sui cinquant'anni, porta anche un fazzoletto di tela grigia annodato sulla nuca; l'altra, decisamente più giovane, è a capo scoperto, le ciocche bionde zuppe di sudore che penzolano intorno ad un viso delicato, coperto di lentiggini.
Istintivamente, Grosse Jeannette si ferma, mette in mano a Hilda la catena della sguattera sudiciona e si china sulla schiava di mezza età che indossa il fazzoletto. Alla maniera in uso fra le guardiane di Lancy, la ragazza saggia attentamente la consistenza del ventre della serva premendolo e schiacciandolo più volte con con le mani.

La schiava grunisce, grufola soffiando e storcendo la bocca ma cercando, nonostante tutto, di rimanere ferma durante la rude ispezione. Dal suo ventre proviene il solito, osceno gorgoglio. Grosse Jeannette, senza smettere di premere il ventre della serva e tenendo il viso fisso e concentrato sulla sua pancia, dice all'altra guardiana: - Hilda, mi sembra che Frau Schwanger, qui, sia stata gonfiata poco! La prossima volta riempila di più, capito?
La sguattera sudiciona osserva impietrita la scena. Per qualche diabolica empatia, per una dannata sincronizzazione psicofisica che, presto imparerà, misteriosamente intercorre fra tutte le schiave domestiche di Lancy, ecco che proprio mentre il ventre della sfortunata Frau Schwanger viene sondato dalle mani della giovane e robusta guardiana, un violento crampo strizza le sue immonde budella, che cercano di espellere il liquido e insieme il tappo che lo trattiene al loro interno.

La sguattera sudiciona si piega in avanti senza nemmeno rendersene conto, tirando la catena di cui Hilda tiene in mano l'altra estremità. - Composta, vacca! - sibila la guardiana alta e magra dando uno strattone alla catena. La sguattera sudiciona lotta ancora contro il crampo: senza nemmeno essersene resa conto, si sta massaggiando la pancia, un fatto talvolta tollerato da alcune guardiane, ma evidentemente non da Hilda. - Mani sulla testa, vacca! - ordina Hilda. Tremante, in preda a una colica, la sguattera sudiciona solleva le mani guantate sopra la testa socchiudendo gli occhi, cercando di respirare lentamente e di resistere. Le gira la testa, si sente impallidire violentemente, è sicura che fra pochi secondi cadrà a terra, svenuta. Ma ciò non accade, non ora, almeno. Con gradualità, il crampo molla la presa, lasciando il terreno alla sensazione di base provata da tutte le schiave domestiche di Lancy: un irrefrenabile, impellente irrisolvibile e continuo bisogno di evacuare.

La crisi isterica di Frau Schwanger
Intanto Grosse Jeannette, la collega di Hilda, rivolgendosi direttamente alla donna carponi sul tappeto, dice, scandendo bene le parole e alzando la voce: - Capito bene, Frau Schwanger? Non ti hanno riempito abbastanza! Al prossimo turno, doppia dose!
A queste parole, qualcosa scatta nella mente ottenebrata della serva: colta da una crisi isterica, crolla il capo più volte, strizza le palpebre, poi improvvisamente si scuote tutta, solleva oscenamente la divisa sulle reni e, drizzatasi sulle ginocchia, scopre le doppie mutande contenitive in cuoio e in caucciù, le afferra alla cintola in un disperato tentativo di liberarsi e cerca di strapparsele di dosso strillando come un'ossessa.

Grosse Jeannette e Hilde scoppiano a ridere, e per qualche istante osservano la donna dimenarsi grottescamente in preda alla crisi isterica, inginocchiata e con la divisa e il grembiule arrotolati intorno alle reni, il pancione ben chiuso e teso nell'inespugnabile doppia mutanda di sicurezza.

- Ah! Ah! Ah! Cattiva bambina, Frau Schwanger, queste cose non si fanno! - la sgrida Frau Jeannette. - Credo proprio che una bella sculacciata non te la levi nessuno! Tienila ferma, Hilda!
La giovane e allampanata custode lascia cadere sul tappeto la catena della sguattera sudiciona e si lancia sulla serva isterica, afferrandola per le mutande. - In posizione, vacca! - ordina Hilda alla schiava domestica, tenendola saldamente per le mutande. Ma la schiava ha ormai perso completamente la testa: si divincola, si contorce, il pancione che fluttua e ondeggia, in un forsennato agitarsi di cuoio, tela e gomma. - Che succede qui? - Una voce controllata ma tagliente come una lama mette fine di colpo alla gazzarra. Persino la schiava impazzita ritrova, animalescamente, un briciolo di autocontrollo e smette di agitarsi, rimanendo in ginocchio col culo rivestito di cuoio ben in alto e la testa a terra, fra le braccia appoggiate al suolo, come è stata abituata a fare quando deve ricevere una punizione. Herrin Anne è bellissima, molto più bella di quanto non le fosse sembrata nel supermercato di Lugano, pensa la sguattera sudiciona mentre istintivamente abbassa la testa di fronte alla bionda padrona. - Che succede qui? - ripete Herrin Anne, senza attendersi una risposta. Poi, rivolgendosi a Grosse Jeannette, ordina a bassa voce: - Per Frau Schwanger fustigazione immediata, si cominci con 60 colpi sulle cosce, poi vedremo!|

L'open space di Lancy è ora piombato in un silenzio greve, reso ancora più pieno dal quasi impercettibile lamento proveniente dalla bocca di Frau Schwanger.
(2- continua)

5 marzo 2013

PENSION BALNEARIA 60


© Georges Pichard
Nobili Signore, Serva sudiciona,
e così, dopo l’attacco isterico, vengo ammanettata ed incatenata, in modo da essere costretta a fare piccoli passettini, la perra in persona mi trascina fuori dal bar, tra due ali di clienti, spiegando ad alta voce che ci penserà lei a togliermi le mattane. Mi incatena al paraurti del suo gippone, mi fa liberare la gambe e parte, costringendomi a correre. Fortunatamente, appena fuori dal paese, vengo incatenata nel baule e così faccio “comodamente” i numerosi chilometri per arrivare alla Pension. Qui vengo affidata alle amorevoli cure delle carissime Gog e Magog che, tanto per cambiare mi bastonano. Si fanno un sacco di risate perché dal “bar de tapas” mi sono portata in una borsina alcuni pezzi di sapone da bucato, mi dicono che potrò eventualmente mangiarmelo. La perra ha una sua cura per le serve isteriche e ben presto sono costretta a sperimentarla. Una gabbia di ferro, piccola, saranno 100 x 120 x 60 centimetri non ho posto per stendermi e così devo stare piegata in una posizione scomoda. Niente da mangiare. Di tanto in tanto passa la perra e si diverte, visto che la sete mi tormenta, fa pipì in una brocca e subito mi costringe a berla, calda e puzzolente.
Quando vengo liberata e riportata dalla perra, sono indebolita. Anche la perra si fa un sacco di risate vedendo i miei pezzi di sapone. Per togliere i grilli dalla testa delle sguattere, dice la perra, niente di meglio che un po’ di lavoro, e così vengo messa alla noria. Devo spingere da sola il meccanismo, con una delle sorveglianti a controllare che io non batta la fiacca. Le ore passano lentissime, girando in tondo, spingendo la barra di legno della noria, a cui sono stata incatenata. All’ora di pranzo la perra mi ha fatto preparare un piatto speciale: un litro d’acqua in cui hanno immerso un pane, facendolo scogliere. Una bella “sopa magra”, sei costretta a bere e mangiare nello stesso tempo, non ricavando alcun piacere da nessuna delle due cose. Inoltre devi sbrigarti a finire, altrimenti le sorveglianti ti tolgono la scodella e fino al prossimo pasto non ricevi più nulla, neanche l’acqua. Come umiliazione addizionale, essendo incatenata alla noria, devo chiedere per pietà alle sorveglianti di potermi scaricare o fare pipì, e non sempre il permesso mi viene accordato, aggiungendo così alla fatica di spingere, quella di trattenermi.
Ma non è finita. La sera vengo portata nel salone, di fronte a tutte le altre serve. Mi attende la silla de la verguenza. Quasi svengo quando vedo cosa ha preparato la perra: tre mostruosi plug di bakelite, trovati quando abbiamo ripulito le cantine della Pension. La perra, viste le dimensioni spropositate, li utilizzava come fermacarte. Invece sono lì ben pronti per l’utilizzo. Le mie due “amiche” Gog e Magog mi legano. La perra in persona indossa dei guanti chirurgici e impugna il primo dei plug. Mi annuncia che, dato che è il più piccolo, lo infilerà senza lubrificazione, sta a me lubrificarlo con la saliva.
Non ricordo se lo ho già raccontato, ma in questa regione la cosa più umiliante per una femmina è violare il … lato B. Capite dunque l’umiliazione che mi viene imposta, di leccare accuratamente il plug, per almeno inumidirlo con la saliva per diminuire il dolore che mi attende. Poi la perra impugna l’oggetto e lo appoggia. Mi dice in modo che tutte sentano “si no quieres romper, empuje y relajarse!”. E così costretta, cerco di allargarmi. L’introduzione, sebbene il plug sia il più piccolo, è atroce. La perra spinge brutalmente, ruotandolo contemporaneamente e l’oggetto entra come nel burro, causandomi un forte dolore. Il mio urlo viene accolto dal sorriso della perra. Le mie compagne sono raggelate. Per ulteriore dileggio al plug è stato attaccato un ciuffo di fibre, a simulare la coda di un cavallo!
Dopo un po’ mi fanno rialzare e la perra attacca un peso all’anello posto in coda al plug. Sono così costretta a camminare, stringendo disperatamente, con il peso che oscilla tra le gambe. Il mio sfintere, già provato, brucia come l’inferno. Purtroppo non stringo a sufficienza e sento il plug scivolare inesorabilmente fuori. Devo ripulire con la lingua il plug che mi è sfuggito. Ma ora mi attende la misura successiva. Vedo le dimensioni del terzo plug, anche una mucca avrebbe difficoltà a riceverlo. Mi dico che costi quello che costi, devo accontentare la perra al secondo plug. Devo leccare a lungo anche questo tra i lazzi delle sorveglianti. La perra lo impugna ed inizia a spingere. Il plug è così grosso che non è possibile infilarlo in un solo colpo. Così per ben cinque minuti mi struggo a spingere e dilatarmi, mentre la perra spinge ed estrae l’oggetto sempre più a fondo. Il dolore è tremendo, pare mi abbiano inserito un ferro rovente!
Finalmente l’oggetto entra ed il mio povero sfintere si restringe, ma la base del plug lo tiene, comunque, enormemente dilatato. La perra appende nuovamente un peso e devo camminare a lungo tra le mie colleghe. Non contente raddoppia addirittura il peso e devo sforzarmi a stringere per non lasciare cadere anche questo. Non so quanto duri, a me paiono comunque ore. Alla fine la perra si stanca ed estrae il plug. Altro dolore per il mio povero buchetto. Devo nuovamente ripulire il plug con la lingua. Ma la cosa che mi terrorizza, scusate la crudezza, è che il buchetto rimane dilatato e …. mi sporco! Piango disperata per l’umiliazione e temo di dover portare un pannolone per il resto della vita! Fortunatamente in capo ad alcune ore il mio povero sfintere recupererà pian piano le sue capacità di tenuta.
Ma non è finita, ora la perra mi obbliga a tenere la posizione della rana : fa mettere due mattoni per terra e devo stare con i piedi su di essi, a cosce ben aperte. Le braccia vanno tenute aperte, in linea con le spalle e le palme delle mani vanno tenute in alto, un po’ come l’uomo di Vitruvio. Una federa mi viene messa sulla testa, in modo che io non possa vedere. La perra è in poltrona di fronte a me, armata del suo scudiscio preferito. E’ una posizione incredibile, a dirla sembra una cosa di tutto riposo, ma dopo una diecina di minuti ti ritrovi con le spalle doloranti ed i muscoli di braccia spalle e costato che paiono in fiamme. Ed al più piccolo movimento od accenno ad abbassare le braccia, la perra mi colpisce su interno cosce, vagina, seni ed ascelle. Sa benissimo che non sopporto di essere percossa in queste parti e si diverte come il gatto con il topo. Sudo, piango ma come accenno a muovermi sono fiammate di dolore dalle parti colpite e, se non faccio alla svelta a riprendere la posizione imposta le scudisciate si ripetono inesorabili. Dopo ore di tormento crollo svenuta vengo trascinata dolorante in cella, per una altra comoda nottata, da passare nuda sul pavimento di legno, in posizione fetale, visto che non posso stendermi.
Sguattera Nadia

2 marzo 2013

LANCY - 1



Nota di Janine Souillon
Il testo che segue contiene, per mia espressa volontà, degli elementi autobiografici riconducibili alla vera identità della sguattera sudiciona. Tali elementi permettono di conoscerla meglio, anche se non ne rivelano in modo esplicito l'origine. Per lo stesso motivo, su mio ordine, la serva ha eliminato la prima persona dal resoconto che segue, attenendosi ad una narrazione "impersonale". 

Come stabilito in precedenza da accordi privati, all'ottima FrauJulia è affidata l'educazione della schiava.
JS

LANCY
di sguattera sudiciona

La Mercedes modificata scorre silenziosa e veloce per le strade di Lancy, tagliando l'aria fredda che avvolge il Comune del Canton Ginevra, in una prima mattina di un imprecisato giorno di dicembre, anno di grazia 2012. 

Il van della Mercedes, a differenza dei lussuosi interni in radica e pelle bianca destinati alla chauffeuse e alle due occupanti, è terribilmente spartano: una cella senza finestrini, interamente foderata di zinco, con catene e manette agganciate a una serie di tubi di acciaio saldati alle pareti. Inginocchiata, le mani ammanettate dietro la schiena, un collare di cuoio collegato con una catena a un grosso anello di ferro infisso sul fondo della cella semovente, vediamo una donna.

Indossa una divisa vecchia e consunta, macchiata di sudore in più punti, dalle maniche corte. Le mani sono coperte da un paio di guanti di gomma verdi, il ventre e i seni della donna sono avvolti in uno spesso grembiule di gomma dello stesso colore dei guanti. Se il volto della schiava non fosse coperto da un cappuccio di cuoio marrone, si riconoscerebbero i lineamenti di una sfiorita cinquantunenne che dimostra almeno cinque anni in più della sua età. La finezza dello sguardo rivelerebbe quello che un tempo, prima di essere schiava, la schiava è stata. 

Ogni tanto, nel labirinto di fatiche e degradazioni a cui è quotidianamente sottoposta, nella mente della serva si insinua, sporadicamente, un brandello di ricordo della sua vita precedente. 
Compito delle sue padrone è tenere sempre desto, anche grazie alla scrittura, questo larvale ricordo, affinchè sia più dolorosa la coscienza della sua condizione presente. La schiava scrive, da sempre, in inglese, essendo nativa degli Stati Uniti e giunta in Svizzera per lavorare immediatamente alle dipendenze di Janine Souillon. Per tale motivo, è la stessa Janine a tradurre i suoi testi in italiano e, talvolta, in francese e tedesco. Ma torniamo al nostro viaggio: a fianco della chaiffeuse, una bionda ragazza sui venticinque anni, dai biondissimi capelli tagliati a caschetto e coperti dal berretto a visiera, siede una donna dai capelli bruni, dal volto leggermente paffuto, gli occhi languidi e apparentemente sonnacchiosi ma capaci di diventare in un lampo taglienti e affilati come coltelli: si tratta dell'infermiera altoatesina Rose M. 
Suo compito è consegnare la schiava domestica alle padrone della tenuta segreta sprofondata nel bosco di Lancy. La tenuta, sapientemente occultata alle autorità locali, fa parte di un triangolo segreto il cui vertice fa capo al domaine ubicato nei pressi di Lugano di proprietà di Janine Souillon, mentre il terzo angolo è occupato da una proprietà che sarà svelata, forse, soltanto in un secondo tempo e comunque non in questo resoconto. La schiava non ha più un nome proprio: dal nome fittizio di “Monika”, utile ormai solo come interfaccia pubblico, si è passati a quello di “sguattera sudiciona” , a seguito di un'ulteriore degradazione della sua condizione. Se qualcuno sollevasse il pesante grembiule della schiava, scorgerebbe sotto la divisa un sistema di doppie mutande, una di caucciù e l'altra di cuoio spesso, sovrapposte e chiuse con una cerniera ed un lucchetto in acciaio inossidabile. Queste mutande, a un tempo contenitive e punitive, impediscono alla sudiciona qualsiasi indebita manipolazione delle sue parti genitali e la consegnano, per la soddisfazione di qualsiasi necessità fisiologica, alle volontà delle sue custodi. 

Ma ecco che intanto la Mercedes, passato un complicato sistema di cancelli automatici sorvegliati da telecamere, sta finalmente attraversando un lungo viale alberato, coperto di ghiaia bianca. In fondo al viale si scorge, affogata nel bosco, la tenuta di Anne e Louise: una sorta di cupo e alto maniero color ardesia, pieno di stanze, torri e bovindi, circondato da un ampio parco cintato. La consegna della schiava avviene nel salone principale, in presenza delle due donne, amministratrici delegate di una importante multinazionale di cui ovviamente non si fa cenno in questo racconto. La sguattera sudiciona è stata ceduta per un mese alle due quarantenni, insieme alle chiavi del lucchetto che sigilla il sistema delle doppie mutande contenitive e punitive. E mentre l'austera infermiera altoatesina viene congedata dalle due dame e riaccompagnata alla Mercedes, che la riporterà a Lugano in serata, la nuova mula della tenuta viene portata, sempre incappucciata, in una piccola cella che diventerà la sua residenza: tre metri per due di cemento stillante, incassati in una cantina adiacente a un lago artificiale, occupati da un vecchio materasso, un grande vaso in porcellana per clisteri appeso al soffitto, decorato con un motivo floreale e dotato di un tubo di caucciù e di un enorme ugello in bachelite nera, e una serie di vecchie divise e grembiuli, chiaramente usati, appesi anch'essi a dei ganci pendenti dal soffitto. A fianco del materasso, un grosso secchio di zinco servirà a raccogliere le deiezioni della schiava. 

La sguattera sudiciona viene subito incatenata al materasso a pancia sotto e le viene tolto il cappuccio. - Allons, salope! - una voce chioccia irrompe nella cella: la voce appartiene a Grosse Jeannette, quella che per un mese sarà l'inflessibile custode della sguattera sudiciona. Imponente, la giovane e rubiconda alsaziana veste una divisa da macellaia ed è ricoperta da un grembiule di gomma bianca, al ventre è legata una spessa cintura di cuoio dalla quale pendono vari arnesi di legno e di metallo, su tutti spicca un corto frustino di cuoio da cavallo. 

Gioviale, crudele e rozza, Grosse Jeannette controlla lo stato delle mutande della nuova mula, rovista qua e là, ne preme il ventre, manipola i seni, strizza i capezzoli: infine assesta un potente sculaccione sulla natica destra della schiava. 
Il lucchetto viene aperto, le doppie mutande abbassate sulle cosce, poi tre dita guantate dilatano brutalmente lo sfintere della mula, giusto pochi attimi prima che il grosso ugello di bachelite si faccia strada nel suo immondo retto. Grosse Jeanne spinge il nero godemichet cavo a fondo, senza tanti complimenti. Apre il rubinetto del vaso di porcellana e subito due litri e mezzo di acqua calda mista a sapone e olio d'oliva entrano negli intestini della schiava che spalanca gli occhi per i crampi, mentre conati di vomito le squassano stomaco e budella. Alle contrazioni e ai grotteschi contorcimenti della serva, la custode alsaziana scoppia a ridere: - Ti dovrai abituare, luridona! Qui le mule lavorano solo ben gravide! 

Con un rumore di risucchio, ecco che il vaso di porcellana appare svuotato a dovere. La custode estrae rapidamente l'ugello dal sedere della schiava, ma il grosso oggetto viene immediatamente rimpiazzato da un butt blug gonfiabile che, dilatato da una pompetta, sigilla perfettamente la mula. Una volta controllato che il tappo rimanga bene in sede, le doppie mutande vengono tirate su e chiuse col lucchetto. La sguattera sudiciona sente ribollire e premere nel ventre il liquido caldo, denso e vischioso. La sensazione di nausea non l'abbandona un solo istante.

- In piedi, sudiciona! 
Liberata dalle manette che la tenevano legata prona al materasso, la schiava è ora in piedi. Il ventre tende a dovere il grembiule di gomma: Grosse Jeanne, soddisfatta,  contempla la mula gravida. - Molto bene, sudiciona! E ora, al lavoro!
(1- continua)

9 febbraio 2013

UNA NOTA DI FRAUJULIA SUL "CASO TRIPOTEUSE" O DEL "BAUME DE TIGRE"

Pubblichiamo una lettera di FrauJulia e Madame Janine riguardante la punizione della sguattera sudiciona con il "Balsamo di tigre".

Gentile Madame Janine,
la sguattera sudiciona preoccupa non poco: nella sua relazione si nota che, nonostante sottoposta a dura punizione, anzichè rammaricarsi, vergognarsi e impegnarsi a controllare i propri bestiali istinti, occhieggiava le domestiche di Madame, comunque sue superiori, intuendo o INVENTANDOSI addirittura eccitazione ed orgasmi. A questo punto mi chiedo quali possano essere i motivi di questo:
1) la perversione che la sta consumando
2) una fantasia morbosa e perversa
3) la, magari involontaria, speranza che se "così fan tutte" le sue colpe  risultino alleggerite.
Ora, per raddrizzare questa serva occorrerà molto molto impegno e Madame, sicuramente, conosce meglio di me i metodi da utilizzare per instaurare nella serva il riflesso pavloviano orgasmo illegale=dolore.
Vorrei invece proporre come indirettamente punire la serva per le sue accuse pubbliche:
vengano punite le tre domestiche con un clistere, di tre litri di acqua e sapone per Elenoire e due litri per le altre due. Elenoire, inoltre dovrà sopportare da quindici minuti a un ora a pancia gonfia.
L'infermiera si lascerà sfuggire, durante le dolorose evacuazioni, di rigraziare la sguattera sudiciona per i clisteri. Penseranno poi le tre domestiche a fare sì che la sudiciona pensi ai fatti propri e non si permetta mai e poi mai di sbugiardarle sul blog!
FrauJulia

3 febbraio 2013

LA PUNIZIONE DEL "BALSAMO DI TIGRE"


LA PUNIZIONE DEL “BALSAMO DI TIGRE”
sguattera sudiciona

Premessa
Per curare definitivamente le mie abitudini di “tripoteuse”, Madame Janine ha escogitato un drastico rimedio che ha messo in atto con la collaborazione di Rose M., l'infermiera altoatesina. La punizione ha avuto luogo tre giorni fa, la causa che l'ha generata è stata, ancora una volta, la mia rivoltante propensione ad essere una sguattera sudiciona.

Ore 24,00
Come forse ho già precedentemente scritto, ogni notte, per evitare disgustose manipolazioni, dopo il clistere punitivo sono giustamente assicurata al mio lettino di contenzione a pancia sotto, con indosso ancora la divisa da fatica, il grembiule di gomma, le mezze calze di cotone, il pannolone rivestito dalle doppie mutande di contenzione: un paio di caucciù e l'altro di cuoio, ben chiuse con cerniera doppia e lucchetto. Chi chiude il lucchetto e mi copre la schiena e il sedere con una vecchia coperta è sempre lei, Rose M., l'infermiera di fiducia di Madame Janine.

Come ogni notte, dopo il clistere punitivo sono stata riempita ancora con circa mezzo litro di acqua tiepida, mi è stato inserito nell'ano un plug di gomma, sono stata rivestita di nuovo del mio ormai inseparabile doppio paio di mutande, infine essa pancia sotto, le caviglie e i polsi assicurati ai montanti del lettino da quattro bracciali di cuoio collegati ad altrettante catene di acciaio e coperta con un vecchio plaid. L'infermiera mi ha “sprimacciato” la pancia, facendola ben bene gorgogliare per assicurarsi che fossi piena, ha controllato le mutande, mi ha dato una sonora sculacciata sul sedere e se ne e andata spegnendo la luce. La vecchia sveglia segna mezzanotte in punto.

Ore 6,00
Alle sei del mattino seguente, come ogni giorno della mia vita, domeniche comprese, la prassi è la medesima: sono svegliata da una cameriera di madame Janine davanti alla quale mi devo scaricare, prima di consumare la mia zuppa di tapioca in piedi e di mettermi al lavoro. Purtroppo, non potendomi più toccare da molto tempo, ed avendo una fantasia sessuale decisamente al di sopra della norma, quello che le mie mani e la mia vulva imprigionata non possono ormai concedermi più, lo ha fatto, la notte di quattro giorni fa, la mia mente. Durante il sonno ha creato per me un sogno erotico molto forte e violento, che inevitabilmente mi ha fatto bagnare. 

Ma vengo subito ai fatti. Alle sei in punto arriva Elenoire, la cameriera. Ha il compito di strapparmi la coperta dalla schiena, “sprimacciarmi” il ventre, slegarmi, farmi scendere dal lettino, togliermi le mutande di contenzione, estrarre il “plug” e farmi scaricare davanti a lei. Ma prima di farmi svuotare l'intestino, naturalmente ha il dovere di controllare la mia vulva: guai se la trova bagnata al suo interno! Quel mattino, complice il lurido sogno, ero molto bagnata, nonostante la mia non più giovane età. La donna infila una mano guantata di gomma fra le mie gambe, la ritira e l'esamina alla luce della fioca lampadina che penzola dal soffitto. Le dita della mano sono lucide. 
Elenoire mi fissa con disgusto, gli angoli della bocca si piegano all'ingiù in una smorfia di riprovazione.

Immediatamente viene premuto il tasto dell'interfono che collega la stanzetta delle scope (e della miserabile sguattera sudiciona) al miniappartamento dell'infermiera, fra le due donne vengono dette delle rapide parole in francese, ed ecco che un minuto dopo l'infermiera sopraggiunge a passo di carica, facendo un ritmico rumore di tacchi. Rose M. mi fa allargare bene le gambe, e a sua volta controlla lo stato della vagina dell'immonda sguattera sudiciona. Il risultato è identico a quello conseguito dalla giovane Elenoire: le lunghe affusolate dita guantate della mia carceriera sono bagnate.

Se non fossi tappata, me la farei vergognosamente addosso dalla paura, ma il “plug” non è stato disinserito, e la dose d'acqua “notturna” rimarrà nel mio sudicio intestino fino alle 15 del pomeriggio, in parte riassorbita e in parte espulsa in un secchio di zinco in giardino.
La punizione “esemplare” è fissata per le 16, e della coversazione che l'infermiera altoatesina Rose M. intrattiene con Madame Janine colgo solo due parole: “tripoteuse” e “Baume de Tigre”.
Col mio ventre gorgogliante e il plug saldamente inserito nell'ano, vengo bruscamente avviata dalla cameriera Elenoire al lavoro, senza la scodella di tapioca del mattino e senza potermi lavare la faccia col sapone di Marsiglia.

Ore 16
La punizione, per insindacabile decisione di madame Janine, si terrà in cucina, di fronte alle tre cameriere di Madame: Elenoire, 27 anni; Vera, 31 anni, Odette, 34 anni. Le tre domestiche, nelle loro divise nere e grembiule e crestina bianca, stanno in piedi di lato, le mani conserte appoggiate sul ventre, i volti inespressivi. 
Dietro il pesante tavolo di marmo, siede Madame Janine. Al suo fianco, in piedi, troneggia l'infermiera Rose M. Sul tavolo, vedo un vasetto di vetro chiuso ermeticamente e un salvaslip di grossa taglia, aperto. Poi c'è anche una “cangue” di legno, divisa in due blocchi, dotata di doppia cerniera e di tre fori, uno largo per la testa e due più piccoli per i polsi. Una gogna, insomma: uno di quegli strumenti di punizione di origine medioevale tanto cari a Madame Janine, in uso in Cina fino ai primi del Novecento e descritto minuziosamente da Gustave Mirbeau nel suo inimitabile “Giardino dei supplizi”.

- Sguattera sudiciona, mani sulla testa! - ordina Rose M. Eseguo. L'infermiera compie il giro del tavolo, estrae la chiave del lucchetto che serra la cerniera delle mie spesse mutande di contenzione, apre il luccetto e mi ordina di toglierle, metterle sul tavolo e di rimettere le mani sulla testa. Eseguo. Rose M. si infila un paio di guanti di lattice giallastro, apre il vasetto di vetro. Subito un odore pungente si sparge nell'aria, pervadendo tutta la cucina. Lo riconosco, è “Balsamo di Tigre”. 

Improvvisamente capisco, mi gira la testa, per il terrore la schiena si imperla di sudore che impregna immediatamente il cotone della divisa da fatica.

Nota dell'infermiera Rose M.
Balsamo di tigre è il nome commerciale di un unguento fabbricato e distribuito dalla Haw Par Corporation Limited di Singapore, che ha registrato il marchio; oggi in commercio se ne trovano vari cloni. Venne originariamente sviluppato a Rangoon (Birmania) nel 1870 dall'erborista Aw Chu Kin che, in punto di morte, chiese ai figli Aw Boon Haw ed Aw Boon Par di perfezionare il prodotto. Il balsamo di tigre è disponibile in due varianti:
    Balsamo di tigre rosso, più forte, procura un veloce sollievo dal dolore muscolare.
    Balsamo di tigre bianco, più leggero, indicato per mal di testa e congestione nasale.
    Ingredienti
    Mentolo 10,0%
    Canfora 25,0%
    Olio di cajuput 7,0%
    Olio di cassia (olio di cinnamomo; olio di cannella) 5,0%
    Olio di chiodi di garofano 5,0%
    Olio di menta dementolato 6,0%
    Il resto è a base di paraffina e petrolato (42,0%)
L'infermiera Rose M. intinge il dito indice nel vasetto di vetro, indi spalma una generosa dose di Balsamo di Tigre sul lato interno del salvaslip. È un modello, come dicevo, molto largo: le due ali laterali, ampie ed adesive, una volta a contatto con la pelle, rimangono ben ferme in posizione. Il salvaslip rimane sul tavolo, aperto, mentre il mio collo e i miei polsi, infilati nei fori della cangue, vengono bloccati dal pesante strumento di legno. Le mani stanno ai lati della testa, i gomiti piegati ad angolo retto. Prima che riesca a vederla, rapidissima l'infermiera si avvicina, solleva il grembiule di gomma, la divisa, mi divarica le gambe e applica il salvaslip alla mia vulva, facendo in modo che il diabolico Balsamo di Tigre venga a contatto con le grandi labbra e l'ano. 
La prima sensazione che provo è di freddo intenso sulle mie parti intime. L'odore penetrante della canfora mi stordisce, ma già mi vengno riapplicate le doppie mutande di contenzione, chiuse col lucchetto, ben tirate verso l'alto, in modo che stiano a stretto contatto col salvaslip. L'infermiera, compiaciuta, mi da' dei colpetti sul cavallo delle mutande. 
Le tre cameriere di Madame fissano la scena affascinate, gli occhi luccicanti e le gote che cominciano lievemente a imporporarsi. Sono eccitate. Non passa molto tempo, che dalla sensazione di freddo passo ad una molto più fastidiosa di calore, sempre più intenso. Di minuto in minuto, l'unguento maledetto brucia sempre di più. Senza che me ne renda conto, grosse lacrime scendono dai miei occhi, e inizio a dondolarmi itmicamente sulle gambe. 
 
- Ferma, sudiciona! Niente movimenti scomposti! - sibila Madame Janine. 
Cerco di restare immobile, ma il bruciore sta diventando davvero insopportabile, sembra che tutto il mondo, tutto l'universo sia in fiamme, e quell'universo sia concentrato nel breve tratto compreso fra il mio miserabile ano e la mia ignobile vulva. Nel frattempo, le tre serve hanno cominciato a mostrare segni di eccitazione sempre più evidenti; in particolare Elenoire, che con le mani sempre apparentemente immobili, ha incominciato a sfregarsi lievemente un punto sul grembiule che coincide col Monte di Venere. Madame Janine e l'infermiera evidentemente non se ne accorgono, o fingono di non vedere le tre donne che guardano avidamente la sguattera sudiciona bruciare dentro le sue vergognose mutande.
L'umidità e il calore sono ora insopportabili: fra le lacrime, comincio a contorcermi senza ritegno, cercando di sfregare le cosce l'una contro l'altra, nel vano tentativo di alleviare il dolore e il bruciore. - Guardate, guardate bene! Guardate a cosa conduce l'indulgere a immonde manipolazioni invece di dedicarsi al servizio. Questa sguattera sudiciona sta imparando a sue spese che una brava serva deve dedicare non solo il suo tempo e il suo corpo alla padrona, ma anche i suoi pensieri, i suoi sogni e il suo sonno!
Il Balsamo di Tigre nel frattempo si è insinuato in ogni piega del mio sfintere, ha infiammato la vulva e implacabilmente si fa strada nel mio corpo. Sono sopraffatta dal bruciore, dal desiderio di grattarmi a sangue, ma non posso farlo, la cangue me lo impedisce, e mentre cado a terra contorcendomi scompostamente come una biscia, un fiotto caldo di orina inonda le mutande di contenzione: per un attimo mi pare che la sua stessa piscia possa alleviare il tormento senza confini della miserabile schiava tripoteuse
 Strillo, un po' per il dolore, un po' per la vergogna mentre il getto di orina lentamente si esaurisce. 
- Bene, sudiciona, è ora di mettersi per un po' a pancia sotto a meditare sulla tua ignobile condotta – sogghigna l'infermiera. Mentre l'infermiera altoatesina Rose M. mi solleva per Il laccio del grembiule e mi trascina nella stanzetta delle scope per incatenarmi, cangue e tutto il resto, prona nel mio lettino di contenzione, i miei sensi tesi allo spasimo avvertono lontano ma distinto un suono e un odore inequivocabile: Elenoire è venuta, lievemente, dolcemente, morbidamente, sotto il grembiule.

30 gennaio 2013

IGIENE DELLE SERVE

Una lettera della Signora FrauJulia a Madame Janine Souillon

Gentilissima Madame Janine,
vorrei proporre a Signore e serve un argomento di discussione a mio parere molto interessante:
la stitichezza in una serva rappresenta una colpa?

E questo indipendentemente dai provvedimenti igienici che verranno adottati, abbastanza simili nei due casi. C'è però una ben precisa differenza tra purghetta o clisterino e le loro controparti punitive!

A favore della tesi direi bisogni considerare le cause: il più delle volte le serve, lasciate libere di nutrirsi con ciò che vogliono, fanno delle scelte sbagliatissime: niente verdura e, come se non bastasse, poca acqua e, ahinoi, magari addirittura bevoo bibite gassate, se non addirittura alcoolici.

Proporrei di aprire la discussione anche alle serve, anzi gradirei che potesse scrivere sull'argomento anche la miserabile serva sudiciona, anche se il regime punitivo a cui è sottoposta previene tali imbarazzanti problemi.
Sarebbero gradite anche eventuali ricette su come prevenire e/o curare tale problema nelle serve.
Grazie

FrauJulia

16 gennaio 2013

INDIRIZZI

L'originario indirizzo della schiava del blog, ovvero sguattera sudiciona, infotiscali@donnadiservizio.name è disattivato.
Al suo posto è attivo il piú appropriato:
sguatterasudiciona@gmail.com

In alternativa è valido anche:
monikarubbermaid@gmail.com

La schiava del blog è obbligata a rispondere rispettosamente solo in terza persona. Ogni missiva diretta alla sguattera dovrà essere inviata per conoscenza a me tramite l'account
janinesouillon@gmail.com
JS

12 gennaio 2013

PENSION BALNEARIA 59


Nobili Signore, serva sudiciona,
vi prego, non giudicatemi affrettatamente per quello che mi appresto a narrare, sappiate che si stanno sviluppando grandi novità.
Fatto questo preambolo vi chiedo, come giudichereste una serva che deliberatamente agisce in modo da essere duramente punita?
Ebbene, alcuni giorni fa la routine del bar de tapas è stata rotta da un fatto sconcertante: la sottoscritta, alla ennesima scossa alle parti intime, ricevuta dai giocattolini di perra & company, è stata colta da una crisi isterica. Il vassoio che stavo portando è stato gettato fino al soffitto ed i costosi vini che stavo servendo, sono finiti sui vestiti di vari clienti, oltre che addosso alla perra. Dopo un attimo di sconcerto, la perra è intervenuta cercando di ricondurmi alla ragione. C’è voluto parecchio, prima che mi sciogliessi in lacrime. Ma la perra, ovviamente, non si è accontentata di questo. Per risarcire i clienti offesi e spruzzati ha ideato un altro modo per annientarmi umiliandomi: ha fatto portare ad ognuno dei tavoli dei “bulbos para enema”, insomma, un vero campionario di perette di gomma. E così, sono dovuta andare di tavolo in tavolo, subire l’umiliazione di dover alzare la divisa ed abbassare le mutande e poi, ogni cliente mi ha praticato una peretta. Per fortuna si trattava di perette piuttosto piccole, avranno tenuto si e no un bicchiere di liquido, ma pensate, almeno una ventina di perette, con la conseguente e poco delicata introduzione. E poi il liquido: se i normali clienti si sono limitati ad acqua tiepida fatta portare appositamente da Pilar, la perra mi ha iniettato numerose perette di aria a più riprese. Ora, iniettare aria alternata ad acqua alla vittima di un grosso clistere è una delle cose più crudeli, ve lo posso assicurare. Come ho sentito il brontolio dell’aria che gorgogliava nel mio intestino sono iniziati alcuni tra i crampi più dolorosi mai provati. Mi sono trovata coperta di sudore freddo e piegata in due dal mal di pancia. Ma me lo ero andata a cercare. Non so come ho fatto ad arrivare alla fine della punizione senza …. creare ulteriore scompiglio ai clienti! E poi la perra mi ha seguito in bagno per bearsi delle mie smorfie, lacrime e …. rumori molesti. In breve, alla fine di tutto mi reggevo appena in piedi, mi sono dovuta ancora inginocchiare a baciare le mani a tutti quelli che poche decine di minuti prima avevano contribuito a tormentarmi.
Ma la perra non si accontenta di così poco, ha decretato che io torni per due settimane alla Pension Balnearia, dove avrà modo di togliermi la voglia di ribellarmi, legandomi alla noria e tenendomi alla dieta punitiva estrema. Si vede proprio che è contenta di potersela prendere con me, i suoi occhi da lupa scintillano, al pensiero di quanto mi farà patire.
Le sfugge, però un mio sguardo soddisfatto …….
Alle prossime puntate
Sguattera Nadia
(59- continua)

4 gennaio 2013

LA PUNIZIONE DI SGUATTERA SUDICIONA 4/4


sguattera sudiciona, 2010
LA MIA PUNIZIONE - 4
di sguattera sudiciona

12 ottobre 2012

Così, ecco che inizia la mia via crucis nel supermercato: scrupolosamente scortata dall'infermiera, che controlla ogni mio movimento, procedo spingendo il carrello e spostandomi di reparto in reparto.
A ogni fermata, aumenta il carico nel carrello e aumentano la nausea e la tensione dentro il mio ventre di sguattera gravida.
Le due signore ben vestite sembrano scomparse: per me, sudata, sporca, gonfia e in preda allo sconvolgimento prodotto dai clisteri e dall'olio di ricino, saperle definitvamente lontane è un relativo sollievo.
La vergogna che provo è infatti senza fine, e ad ogni passo sono consapevole del caratteristico rumore prodotto dallo sfregamento delle mutande contenitive sulla divisa e fra le cosce: slosh, slosh, slosh, slosh...
Il carico del carrello pesa, ma mi aspetta ben altro ancora: quando sarò giunta alla fine della lista, infatti, il carrello sarà strapieno.

Eccoci arrivate al reparto dell'acqua: sul foglio, nell'artistica calligrafia della mia padrona, c'è scritto: 12 bottiglie di acqua Evian. Mi gira la testa.
Riuscirò a portare tutta quella roba fino a casa, nelle condizioni in cui mi trovo? 
Le mie gambe tremano, mi sale in gola un conato di vomito mentre tendo le braccia verso lo scaffale.
Afferro la prima confezione di bottiglie, faticosamente la sistemo nel carrello, ed ecco che, all'improvviso, una forte colica mi squassa la pancia, seguita da un terribilie brontolìo che proviene dai miei intestini.
La fronte si imperla di sudore mentre, presa dal tremore, faccio posto nel carrello alla seconda confezione di Evian. Al secondo brontolìo, ecco che come dal nulla si materializzano le due quarentenni ben vestite.
Sono allarmata e sgomenta, ma soprattutto piena di vergogna. Mentre sistemo la seconda confezione di bottiglie, con la coda dell'occhio vedo che le due donne stanno parlando a bassa voce con l'infermiera altoatesina Rose M.
Il sudore adesso mi cola lungo la schiena e sotto le ascelle, e sotto il seno si sono formate delle macchie umide. 
La pancia è davvero gonfia, e il grembiulone di gomma verde sembra diventato più ampio, spesso e pesante di prima. Le due donne belle ed eleganti continuano a parlare fitto fitto in francese con la mia guardiana.
Finita la sistemazione del carrello, rimango immobile aspettando ordini, mentre dal mio ventre proviene un nuovo, osceno, sinistro gorgolìo. Un crampo mi fa storcere la bocca, mentre sulla lingua riaffiora in continuazione l'insopprimibile sapere dell'olio di ricino. 
L'infermiera mi chiama: - Vieni subito qui, sudiciona!

L'ordine è perentorio, anche se pronunciato con voce appositamente contenuta, per non farsi udire da altri che non siano le due belle donne. 
Chino meccanicamente la testa, tengo gli occhi bassi e avanzo verso le tre signore, che attendono in silenzio in un angolo del grande reparto dedicato all'acqua.
Senza rendermene conto, trascino i piedi, ciabattando, all'uso delle schiave. 

- Queste due buone signore qui, sono interessate al tuo caso, sguattera sudiciona. Vorrebbero, per prima cosa, toccarti la pancia. Ringraziale! 
- Grazie, signore... grazie. - rispondo meccanicamente a voce bassissima, senza guardarle negli occhi.
Una mano ingioiellata, sulla quale spicca un anello con incastonato quello che mi sembra essere un grosso smeraldo, si avvicina guizzando come una serpe e si appoggia al mio pancione. 
La mano destra della signora è ora appoggiata al mio ventre di sguattera, ma subito la sinistra guizza veloce, si insinua sotto la mia divisa, spinge, apre le cosce, assesta uno schiaffetto secco e deciso fra le mie gambe, uno schiaffo dolorosissimo, che produce un rumore sordo, attutito dai due strati di mutande punitive e contenitive.
Prima che possa riavermi dal colpo, il pollice e l'indice afferrano le mie grandi labbra, e pinzano.

Nonostante il doppio strato protettivo, le unghie della signora bionda raggiungono il loro scopo e le mie carni: divento di colpo debole e per il dolore mi gira di nuovo la testa.
L'infermiera e l'altra donna mi tengono ferma mentre la mia aguzzina è passata ora a “saggiare” il mio sedere. 

- Quanti anni ha? - chiede con voce fredda e atona la signora senza smettere di fissarmi. - Cinquantuno, signora - risponde l'infermiera. Madame Janine la possiede da più di quindi anni ormai. - Cinquantuno, eh? Ne dimostra decisamente di più! Ma si sa, queste mule da fatica si consumano in fretta! Janine mi ha scritto che potevo vederla e valutarla questa sera stessa, se volevo! Ah, bien sur, Mi ha anche detto come si chiamava prima, prima che... 
- Louise, parli troppo mia cara! - la interrompe melliflua ma decisa la seconda donna, dai corti capelli bruni.
Louise si gira di scatto, sta per rispondere qualcosa alla sua amica, ma poi sembra ripensarci e sorride melliflua. - Hai ragione, Anne, non si devono fare troppe confidenze al personale di servizio. 
E così dicendo, si rivolge all'infermiera altoatesina Rose M., fissandola.
L'infermiera arrossisce di vergogna e, di fronte alla signora dai lunghi capelli biondi, distoglie a sua volta lo sguardo. 
Io, evidentemente, non sono considerata “personale di servizio”: sono una schiava domestica, una serva gravida, una sguattera sudiciona.
Non ho più nemmeno un nome.
- Fra quanto farà effetto l'olio di ricino? - domanda brusca la bionda. Indossa un lunghissimo cappotto color cammello dal quale sbucano due stivali di cuoio nero dai lunghi tacchi affilati. 

L'infermiera controlla l'orologio da polso marca Tissot del 1972 e dice, scandendo ben bene le parole: - Dovrebbe fare effetto a minuti, signora. 
- Molto bene, nurse! - interviene Louise socchiudendo gli occhi azzurri - Forza, sguattera, cammina davanti a noi, e muoviti con questo carrello!
Inizio meccanicamente a spingere, il carrello è stracolmo e pesante, nella pancia sono incominciate altre coliche insieme alle contrazioni causate dall'olio di ricino: la sguattera sudiciona sta per partorire in pubblico!
In un angolo del mio cervello coltivo ancora la remota speranza di resistere, di farcela fino a casa, ma razionalmente so che è impossibile: lo stimolo è irresistibile, non ce la faccio più, la pancia è tutto un dolore e un gonfiore. 
Poi, per lo sforzo continuo causato dalla spinta del pesante carrello, ecco che all'improvviso, rumorosamente, “mollo”. Il rumore mi sembra terribile e ho il terrore che possa essere udito da tutti, ma solo le tre donne alle mie spalle possono averlo sentito: il supermeracato in quel punto è praticamente deserto. Nelle mutande contenitive, assorbito dal pannolone, qualcosa di caldo, puzzolente e corposo invade repentino ogni spazio possibile e si insinua ovunque. 
La sensazione è terribilmente imbarazzante, mi vergogno infinitamente, ma per fortuna fuori dalle mutande non trapela nulla, tutto rimane sigillato all'interno del doppio strato protettivo, ben trattenuto dal pannolone. 
- Cammina, schwein! - questa è la voce di Rose M., l'infermiera altoatesina. 
Mentre spingo il carrello, sporgendo il sedere, di nuovo una mano si insinua sotto la divisa, comprime le mutande di contenzione, ne schiaccia il contenuto, mi spinge in avanti. 

Il mal di pancia continua, sento che sta per arrivare un'altra terribile scarica. 
- È davvero una sudiciona, questa non sa proprio tratternersi! - sibila divertita la voce della signora Anne. 
Nel momento in cui arrivo alla cassa, ecco giungere una nuova scarica, ancora più violenta. 
Alla cassa c'è solo una cliente, che peraltro si sta allontanando.
La cassiera si volta nella mia direzione, ha sentito l'inequivocabile rumore prodotto dal mio sfintere e un'espressione di disgusto si è repentinamente disegnata sul suo volto di casalinga.

L'infermiera altoatesina Rose M. e le due signore sono già oltre la cassa, mi aspettano con un sorriso tagliente stampato sui loro bei visi sapientemente truccati. Io sistemo faticosamente gli acquisti sul nastro trasportatore, la cassiera vede chiaramente che sono stravolta, sudata e pallida, ma il disgusto, su lei ha il sopravvento e cancella qualsiasi tipo di compassione.
Mi guarda schifata, e mi accorgo che studia attentamente, affascinata, la divisa da fatica, il grembiulone, i capelli madidi di sudore che mi ricadono in spente ciocche di schiava sulla fronte. 
Poi mi fissa il ventre, lo sguardo scende poco più sotto, ma appena mi muovo e sente il pesante, denso risciacquio dentro le mutande, distoglie lo sguardo.
Mi sembra che si senta anche l'odore ora, vorrei sprofondare, scomparire, dissolvermi. Invece sono qui, sotto le luci al neon, con queste pesanti mutandone fra le gambe, il grembiule che preme sul ventre teso e dolorante, l'odore di sudore e di paura che si mescola con quello delle mie immonde deiezioni.
Non so come, riesco a trasbordare tutta la roba dall'altra parte, oltre la cassa. Una carta di credito ha già provveduto al pagamento, ma devo ancora sistemare la spesa nel carrello.
  L'infermiera altoatesina Rose M. ha generosamente deciso, date le mie condizioni, che potrò usarlo per portare a casa gli acquisti.
Fuori dal supermercato, l'aria fredda filtra sotto la divisa da fatica e gela il mefitico prodotto della miserabile schiava.
La Signora Anne chiude il cellulare, dal quale ha appena finito di leggere un'email. 
La sua espressione è alquanto soddifatta, e mi fissa negli occhi sibilando: 
- Et bien, molto presto verrai nella nostra tenuta per mule, schiava. Janine ha acconsentito or ora di cederti a me e a Louise per un mesetto! Sappiamo bene come raddrizzare le sudicione come te, salope!

Così dicendo, infila una mano sotto il grembiule di gomma verde, cerca il mio capezzolo sinistro, lo trova sotto la stoffa della divisa da fatica, lo ghermisce e inizia a torcerlo e stringerlo fra le unghie aguzze.
Per il dolore, lo stress e la fatica, improvvisamente anche la mia vescica cede di botto: caldo, bruciante piscio di schiava invade l'immondezza che mi porto fra le gambe, tendendo ulteriormente le mie mutande punitive. Sciaff!
Un manrovescio dell'infermiera stampa la sua bella e curata mano sulla mia guancia sinistra.

Rose M., l'infermiera altoatesina, si inchina rispettosamente di fronte alla coppia di signore, afferra il mio braccio destro e mi spinge in là rudemente, ordinandomi qualcosa in tedesco. 
Mi chino sul pesante carrello, sporgo in fuori il sedere e inizio a spingere. Il freddo vento ottobrino che spazza Lugano da tre giorni, striscia lungo la mia schiena di mula.

Slosh, slosh, slosh... si torna a casa: Janine Souillon, impaziente, aspetta.

(4- fine)

31 dicembre 2012

LE FESTE DELLA SERVA

Durante questo periodo capita alle Signore di festeggiare, vuoi invitando a casa, oppure di essere invitate o  recarsi presso un  ristorante.
Come ci comporteremo con la serva?
Ci ho pensato a lungo, senza tuttavia trovare la soluzione perfetta. Il mio orientamento è il seguente:
se ho degli ospiti la serva, ovviamente, lavorerà duramente fino al mattino per risistemare e rassettare tutto. A questo punto le verrà permesso di consumare gli avanzi. Nel caso che io sia invitata fuori, chiederò al ristorante, il "dog bag", in modo da collaborare allo smaltimento degli avanzi.  Insomma, comunque sia alla serva verrà concesso di consumare cibi a cui nonè abituata ed addirittura le concederò la classica fettina di panettone e il bicchiere di spumante. La serva avrà così un assaggio dei piaceri della tavola che a lei non sono più concessi, soffrendone alquanto.
Sicuramente abbiamo concesso uno strappo eccessivo alla dieta della serva, quindi, per evitare che il cibo troppo raffinato ne disturbi il pancione, la mattina dopo essa dovrà pagare lo scotto dei bagordi: una bella dose abbondante di olio di ricino, seguita da una giornata di idratazione forzata la terrà nelle vicinanze del suo secchio. E a sera,  un abbondante clistere, trattenuto a lungo, terminerà la pulizia, riconsegnandoci una serva efficiente e pronta alle fatiche che la attendono.

Concederemo alla serva gli avanzi, se però ci verrà il sospetto che abbia "piluccato" qualcosa mentre serve in tavola o prima che le sia stato permesso, una buona tazzona di caffè "addolcita" da tre cucchiaini di sale, rimetterà subito a posto lo stomaco della serva, permettendole di continuare il servizio.
FrauJulia